Tramonta in Israele la stella del “crime minister” Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu

Tramonta in Israele la stella del “crime minister” Benjamin ‘Bibi’ Netanyahu

Dopo 15 anni al potere, il più longevo primo ministro della storia di Israele lascia il posto a una inedita coalizione dell’intero arco costituzionale. Per la prima volta, nel governo siederà un esponente arabo israeliano. L’ex premier potrà ora dedicarsi ad affrontare i meritati processi: per corruzione, frode e abuso di potere. Un altro processo fuori dalle aule del tribunale, quello della storia, verrà celebrato con modalità e tempi che, almeno per ora, esulano dal nostro giudizio. Domenica notte migliaia di cittadini in festa hanno cantato e ballato nella grande Piazza Rabin di Tel Aviv, non tanto per festeggiare l’entrata in carica del nuovo governo, quanto per rallegrarsi dell’uscita di Bibi dall’esecutivo

L’analisi di CARLO GIACOBBE / 
L’ESECUTIVO PIÙ LUNGO nei 74 anni di vita di Israele, quello di Benjamin “Bibi” Netanyahu, al potere per 15 anni, 12 dei quali consecutivi, è giunto al termine: dalla notte del 13 giugno, al suo posto è subentrato un suo ex sodale più volte ministro in vari dicasteri dei suoi governi, oggi suo acerrimo avversario benché, come lui, di destra: Naftali Bennett. Ex militare nei corpi di élite, studi di legge, poi divenuto uno degli imprenditori più ricchi di Israele, Bennett, 50 anni, ha bruciato le tappe anche in politica. Domenica ha giurato assieme al nuovo governo, dopo che la Knesset aveva votato di strettissima misura la fiducia. 

Dapprima Netanyahu aveva tentato in tutti i modi di impedire che una settimana fa il presidente (uscente) Reuven Rivlin affidasse l’incarico a una inedita coalizione, composta da otto partiti assolutamente eterogenei: tre partiti di destra, due di centro, due di centrosinistra e uno arabo israeliano, caso mai avvenuto prima d’ora nel paese, su posizioni filo-islamiche. Netanyahu, dando prova di una disinvoltura che è più indicato definire cinismo, aveva addirittura provato, senza successo, a tirarlo dalla sua parte, per rafforzare la sua coalizione (ormai minoritaria) del Likud assieme al gruppo dei partiti ortodossi. Domenica, durante il dibattito per il voto di fiducia, ottenuto con 60 voti a favore, 59 contrari e uno astenuto (quello di un deputato arabo) Bibi ha blandito e intimidito, evocando scenari apocalittici e accusando la nuova dirigenza di andare incontro alla perdizione del paese. Questa volta, però, ha sbagliato i conti; fra qualche mese si capirà se è sempre valido il vecchio aforisma andreottiano, seppure leggermente modificato: il potere logora chi non ce l’ha (più). 

Perché l’ex Premier potrà ora dedicarsi ad affrontare i meritati processi: per corruzione, frode e abuso di potere. Un altro processo fuori dalle aule del tribunale, quello della storia, verrà celebrato con modalità e tempi che, almeno per ora, esulano dal nostro giudizio. I tre capi di imputazione, che seguono altrettanti iter giudiziari separati, gli hanno già fatto guadagnare l’appellativo poco lusinghiero di “crime minister”. Lo hanno ricordato domenica notte migliaia di cittadini in festa, che nella grande Piazza Rabin di Tel Aviv hanno cantato e ballato, non tanto per festeggiare l’entrata in carica del nuovo governo, sul quale in molti sembrano essere obiettivamente dubbiosi, quanto per rallegrarsi dell’uscita di Bibi dall’esecutivo. Centinaia di persone hanno anche formato cortei inalberando cartelli con scritto in ebraico e in inglese che finalmente cesseranno le malefatte del “crime minister”.

L’esecutivo appena formato comprende, come ho detto, partiti che più lontani tra di loro non potrebbero essere. Dalle destre di Yamina, Yisrael Beitenu e Tikva Hadasha ai centristi di Yesh Atid e Kahol Lavan, alla sinistra di HaAvoda e Meretz fino al ricordato Ra’am. Partecipazione, quest’ultima, che avendo quattro seggi sarà cruciale per la tenuta del nuovo governo. Benché si ispiri ai principi musulmani, questo partito è tra le formazioni arabo-israeliane (e anche quelle palestinesi) il meno restio ad affrontare in modo costruttivo i rapporti tra le due popolazioni araba ed ebraica. 

La coalizione, in sostanza, si regge su tre leader: Yair Lapid, di Yesh Atid,  da ieri vice premier e cardine politico del progetto che ha estromesso Nataniahu, Naftali Bennett di Yamina e l’arabo Mansour Abbas di Ra’am. Esponenti di tre entità politiche lontanissime ma che, per le strane alchimie alle quali ci ha abituati la politica israeliana, forse saranno capaci di ottenere la quadratura del cerchio. Cerchio che abbraccia a 360 gradi tutto l’arco costituzionale israeliano (si sarebbe detto un tempo con il lessico politico italiano), eccezion fatta per Likud e partiti confessionali. Il nuovo esecutivo prevede un’alternanza: sino al settembre del 2023 sarà Primo ministro Bennett, seguito sino alla fine della legislatura, per i successivi due anni, da Lapid. 

In linea col cambio di tendenza planetario, anche e forse soprattutto in Israele bisogna accettare che si è registrato un “ripiegamento a destra” marcato e (ad avviso mio e di molti altri) pernicioso almeno quanto il deterioramento climatico. Per restare al paese ebraico, e fermandosi a un’analisi di superficie, non è più lo stato fondato maggioritariamente dagli “olim” (nuovi immigrati) di formazione socialista e provenienti dalla mitteleuropa askenazita e sostenuto (anche economicamente) da non poche élites sefardite; non più il paese dello Histradrut, la potente e gloriosa centrale sindacale, oggi ridotta alla larva di sé stessa; non più il paese dei kibbutz e dei moshav, le due forme di collettivismo agricolo nonché modelli di vita associativa e di istruzione dei ragazzi; non più il paese in cui capi di governo e fondatori dello stato come David Ben-Gurion, Golda Meir, Menachem Begin, Yitzhak Rabin o Chaim Herzog hanno esercitato il potere in forma etica e discreta. Soprattutto non hanno abusato dei privilegi inerenti alle loro cariche né durante né, ancora meno, dopo la scadenza dei loro mandati. Malgrado tutto, però, nel nuovo corso politico dell’unica democrazia parlamentare del Medio Oriente un segnale positivo lo si è avuto lo scorso 2 giugno: un figlio di Herzog, il laburista Isaac, sta per tornare alla massima magistratura dello Stato: è stato eletto 11/o Presidente di Israele con 87 voti, 26 contrari e sette astenuti. 

Perché questo governo tenga e decolli, in linea anche con l’auspicio della comunità internazionale, Usa in testa, bisogna però che anche le frange islamiche più estremiste e militarizzate di Gaza rinuncino alla solita strategia del “tanto peggio tanto meglio”. Riprendere le ostilità, con le pesantissime ritorsioni che ne deriverebbero, farebbe saltare gli equilibri faticosamente conseguiti e, forse, riporterebbe in sella Bibi, obbligando lo Stato ebraico a una scelta “pessima e consapevole” come è già accaduto troppe volte. © RIPRODUZIONE RISERVATA