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Tra «cedere o ribellarsi agli Usa», la “terza via” per l’Unione Europea è la bandiera della salvezza globale

di Italia Libera   
Tra «cedere o ribellarsi agli Usa», la “terza via” per l’Unione Europea è la bandiera della...

Benché non abbia preso corpo una federazione politica europea (anche per lo sciovinismo francese e il mercantilismo olandese), l’Ue è stata grande, per sé stessa e per il mondo, quando ha inalberato la bandiera “green” dei grandi temi ambientali per la conversione ecologica dell’economia e della società. È qui la base materiale e il riferimento per tutte le politiche economiche, industriali e sociali che hanno prenotato il futuro. Assieme al ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Scolpito nella carta di San Francisco, istitutiva delle Nazioni Unite (26 giugno 1945), esso ha tracciato la rotta di un mondo nel quale la Seconda guerra mondiale non si è mai davvero conclusa. L’alternativa — “con me o contro di me” — tracciata a Washington dalle strategie imperiali del vecchio Zio Sam non è obbligata, pur se con probabilità basse di evitarla

 L’intervento di MASSIMO SCALIA

TERTIUM NON DATUR? L’interrogativo di Guido Ortona, tra una Ue asservita agli obiettivi Usa e alle loro strategie imperiali e un’Europa che si emancipa e gioca in proprio, sembra non trovare una terza ipotesi praticabile, ancorché vengano giustamente segnalati gli esiti “catastrofici”, per la Ue e per l’Italia, che entrambe le opzioni comportano [leggi qui nota 1]. Allora diventa in qualche modo obbligatorio il provarci, il vedere se una “terza via” esiste. È quella che ho tentato di configurare in vari articoli su Italia Libera, anche se, avendo fin da giovane idiosincrasia per le “terze vie” che a sinistra prendevano ogni tanto corpo, preferisco parlare di “via” tout court. Non è presunzione, è l’unica che, con enfasi un po’ da “Salvation Army”, può portare a un “salvamento” globale. E, proprio per questo, fruisce di una probabilità assai bassa, tenendo conto dell’evoluzione dell’homo sapiens dal Pleistocene Superiore fino a oggi per come la vedo e l’ho raccontata [leggi qui nota 2]. Però bassa non vuol dire “nulla” e, come tanto tempo fa un “maestro” proponeva a un me un po’ recalcitrante, per i grandi scenari — politici allora globali oggi — vale puntare su quello più favorevole. Anche se è a probabilità bassa. 

Il quadro generale, in cui vivono l’interrogativo e le opzioni, sembrerebbe pittato dal “Grande vecchio”. In questo caso con la tuba a stelle e strisce dello zio Sam, che con poche mosse, assai poco dispendiose, è riuscito a ottenere, con la scellerata guerra di Putin contro l’Ucraina, che: quello scucito ex impero del male si facesse del male da solo; venisse risucchiata nel gorgo la temuta e assai poco amata Unione Europea; si consolidasse, a scapito dei citati, una sua vasta egemonia, come viatico per il confronto tra i due veri imperi — Usa, Cina — su chi dominerà il mondo. Metafisico [leggi qui nota 3].

In realtà la Storia non ha mai mostrato particolari propensioni per schemi così lineari. Esibendo, invece, una non linearità che aumenta al crescere dei soggetti e dei “parametri” in gioco nella definizione delle strutture socioeconomiche che si vanno nel tempo evolvendo. Com’era semplice la vita ai tempi delle, stupende, pitture rupestri di Lascaux! Questa non linearità crescente non ha però impedito che — certo, tanto tempo! — si affermassero principi e punti di vista guida, a bassa probabilità ma ad alta intensità. Ad esempio, la carta di San Francisco istitutiva delle Nazioni Unite (26 giugno 1945). È vero, aiutava molto il clima della fine di una tremenda guerra mondiale, sconvolgente per la successiva comparsa della bomba atomica, e, in ogni caso, quei principi trovano a tutt’oggi grande difficoltà per una loro attuazione nella maggior parte del mondo, spesso anche nei Paesi che li hanno posti come loro carta fondante. Però è stata tracciata una rotta, e chi devia drasticamente da essa diventa oggetto di repulsione, come accade a Putin per la sua “operazione speciale”. 

Quei principi sono una sorta di precondizione per progetti socioeconomici e politici di ampio respiro, e perché tutto questo possa avere attuazioni concrete ci vogliono determinate condizioni. Nel nostro caso ci vorrebbe un’Europa politica, come la vagheggiavano in tempi assai più oscuri quelli di Ventotene. E qui non ci si può esimere da anatemi contro lo sciocco sciovinismo francese e il miope mercantilismo olandese, che vennero coccolati alla grande dai Governi dei due Paesi, quando, nel 2002, celebrarono un referendum sulla Carta d’Europa. Referendum non obbligatorio, pura offa per i peggiori spiriti nazionali, il cui esito, negativo, fu un sabotaggio di successo di una possibile federazione europea, un’Europa politica.  

Ma allora, se la Ue non riesce a esistere politicamente, quale opzione due! L’Europa che si emancipa e coglie nel tremendo conflitto “alle sue porte” l’occasione per un determinate ruolo di pace c’è solo in quanto entità politica. Ma, poiché non c’è, si consegni mani e piedi a zio Sam, come peraltro ha fatto finora!

Eh, no. La Ue è stata grande, per sé stessa e per il mondo, quando ha inalberato la bandiera “green” dei grandi temi ambientali, che, ormai anche per i più torpidi, possono riassumersi nella conversione ecologica dell’economia e della società. Della quale in tanti hanno parlato e per la quale ancor in di più si sono mobilitati. È stata la Ue dei “tre 20% al 2020” (2007), che dovrebbero segnalare Angela Merkel come possibile interlocutrice tra Mosca e Kiev, e non il turco Erdogan, lei che riuscì nella difficilissima operazione di riunire in un obiettivo così ambizioso nazionalismi sospettosi quando non rissosi. E la Ue è stata ancora l’apripista di quel percorso mondiale che dai “tre 20%” ha portato all’Accordo di Parigi, ratificato nel 2016 da 196 Governi, che è la base materiale e il riferimento per tutte le politiche economiche, industriali e sociali che hanno prenotato il futuro. Politiche che si stanno attuando, non con l’accelerazione necessaria — più a causa di ritardi e avarizie che di difficoltà tecnologiche — ma che si stanno attuando. In fin dei conti, dal 2007 al 2016 sono passati nove anni e negli ultimi venti il ritmo di crescita di investimenti e di realizzazioni nelle fonti rinnovabili, il nuovo modello di produzione e consumo, il protagonismo sociale che ne deriva, hanno avuto uno sviluppo, in tutto il mondo, che non ha precedenti simili, sullo stesso arco di tempo, nella storia delle società industriali degli ultimi due secoli.

Sarà sufficiente, ci saranno i tempi? È l’accelerazione del global warming che erode possibilità e riduce la probabilità che si realizzi questa via, l’unica che porta al “salvamento”. E che richiederebbe, inoltre, il rispetto del fondamentale punto della carta di San Francisco, fatto proprio dalla nostra Costituzione, del ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Una condizione che purtroppo non è data nel mondo in cui la Seconda guerra mondiale non si è mai davvero conclusa. E allora? Avanti ugualmente con la soluzione a probabilità bassa. E, di fronte all’amletico dilemma per la Ue tra essere o non essere, valga l’opzione: “lottare per cambiare”. Oddio, sa un po’ di dibattito ideologico anni ’70, ma nel contesto del “problema dei problemi” — la crisi climatica e i suoi sconvolgenti effetti globali — diventa la via da seguire. Che forse avrà di default una “emancipazione” della Ue, ma, di sicuro, è anche un irrinunciabile impegno etico per questo nostro secolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

di Italia Libera   
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