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Tempi elettorali e facce da …santini: cosa ci racconta oggi la “fotografia antropologica”?

di Italia Libera   
Tempi elettorali e facce da …santini: cosa ci racconta oggi la “fotografia antropologica”?

Spariti o quasi i simboli dei partiti, lo “scudo” democristiano dei Crociati, la “vecchia falce e martello” del Pci, il “garofano” dei socialisti, “l’edera” dei repubblicani, “la bandiera italiana” dei liberali, le iconografie elettorali si sono personalizzate, ma tutte, proprio tutte, fanno però sapere di essere saliti sul carro di questo o di tal’altro “Auriga”. Molti dei candidati che continuano ad osservarci dai cartelloni non hanno avuto neppure bisogno di passare dal fotografo o, come si usa ora, da una “primaria agenzia pubblicitaria”, in quanto i loro volti sono, per così dire, ciclici, in quanto si ripresentano ad ogni tornata elettorale. Magari con promesse nuove, o sul carro di un altro più promettente auriga

L’articolo di ARTURO GUASTELLA, da Taranto
RACCONTA MARIO CRESCI, nel suo la “Terra Inquieta”, ma anche nel “Viaggio in Italia”, che, quando andava in giro per la Basilicata con la sua macchina fotografica, la gente del Sud, i contadini rifiutavano di farsi fotografare, perché ritenevano che le foto potessero rubare loro una parte dell’anima. Rifiuto, questo della fotografia, che il grande etnologo Ernesto De Martino, anch’egli in giro nella Lucania più profonda, ma anche nel cuore del Salento, aveva documentato in molti dei suoi straordinari libri, “Sud e Magia”, “La Terra del Rimorso”, “Morte e Pianto rituale”, veri trattati antropologici, cui hanno attinto a piene mani generazioni di studiosi. E, tuttavia, Mario Cresci molti ritratti fotografici era riuscito a farli, inventando quella che Pasolini definì la “fotografia antropologica”. Il fotografo ligure, trascorrerà gran parte della sua vita in Basilicata, tra Tricarico e Pisticci, Aliano e Miglionico, Matera e Stigliano, lasciandoci struggenti immagini della vita contadina e, perfino, del ciclo delle stagioni, scandito dal duro lavoro dei coloni e dal tipo di coltivazione scelta. 

La fotografia, dunque, come qualcosa di intimo e da tenere, quando possibile, ben lontano da occhi indiscreti. E a questo pensavo quando, in giro per le vie cittadine, mi sono sentito osservato da tutti quei manifesti elettorali. Sorrisi ammiccanti, pose da salotto, faccioni che neanche Filippo Lippi o Fernando Botero avrebbero saputo ritrarre meglio. “Vuoi vedere — mi sono ritrovato a riflettere — che sono io che a guardarli posso perdere un briciolo della mia anima”? Quei sorrisi forzati, poi, stampati su visi ridanciani e inespressivi, riescono a darmi un profondo senso di malinconia e, perfino, un senso di colpa, quasi che essi, i candidati, avessero bisogno di me, del mio unico e non riproducibile voto per raggiungere la meta della loro esistenza. Inoltre, quella serie di “santini” con le braccia rigorosamente conserte, ad osservare, maliziosi o severi, il mio “itinere”, a seconda che mi sia fermato ad osservarli, o, se invece, indifferente (o intimidito) abbia preferito tirare dritto. 

E, poi, le scritte, gli slogan, che mi promettono una vita migliore, magari senza più le ciminiere dell’acciaio e i miasmi nauseabondi della raffineria. Che la semplice crocetta sul suo nome, sarà in grado di schiudermi visioni di  viali alberati, profumi di tigli, di ippocastani e di gelsomini, traffico ordinato e incolonnato e senza più safari per pedoni e per ciclisti. E palazzi gentilizi sapientemente restaurati, recupero di quelli lasciati per decenni a sbriciolarsi, rinascita di una città migliore, e i miei due mari finalmente bonificati. E mi torna in mente quel manifesto elettorale di Giovannino Guareschi (quello di Don Camillo e Peppone) del 1948, dove aveva disegnato un elettore che, nella cabina elettorale, si accingeva a dare il voto, ricordandogli che lì, nel segreto dell’urna “Dio ti vede, Stalin, no”. E nemmeno Vladimir Putin, mi viene da esclamare. O, sempre in quella tornata elettorale, quando si votava perché l’Italia scegliesse l’Occidente o il Cremlino, con i parroci che scesero direttamente in campo, con un manifesto col simbolo dello scudo crociato della Democrazia Cristiana e la scritta “Metti la tua croce, dove già c’è n’è una”. 

Ora, spariti o quasi i simboli dei partiti, lo “scudo” democristiano dei Crociati, la “vecchia falce e martello” del Pci, il “garofano” dei socialisti, “l’edera” dei repubblicani, “la bandiera italiana” dei liberali, le iconografie elettorali si sono personalizzate, ma tutte, proprio tutte, fanno però sapere di essere saliti sul carro di questo o di tal’altro “Auriga”. Molti dei candidati che continuano ad osservarmi non hanno avuto neppure bisogno di passare dal fotografo o, come si usa ora, da una “primaria agenzia pubblicitaria”, in quanto i loro volti sono, per così dire, ciclici, in quanto si ripresentano ad ogni tornata elettorale. Magari con promesse nuove, o con un altro auriga. E fra poco, vedrete che da statici, le effigie elettorali diverranno mobili. Li vedremo sui taxi, sul retro dei bus urbani, e, perfino, su “carri allegorici” (scherzo naturalmente), carrozzati dai cartapestai leccesi, di Massafra o di Putignano. 

I sociologi della comunicazione, e andiamo sul difficile, Dominique Wolton e Brian Mc Nair, avvertono che gli slogan sui manifesti elettorali, «devono essere efficaci e in sintonia con la riproduzione fotografica», perché esso, il manifesto, «è lo spazio dove si scambiano i discorsi contraddittori tra immagini e scrittura, e se non sono d’accordo, il gradino di accesso alla politica diventa ben più alto». Non so voi, ma io, in queste elucubrazioni sociologiche, spesso non ci capisco una mazza e mi sembra più accessibile perfino la speculazione filosofica di un Plotino o di un Walter Schoenflies Benjamin. Ora, per chiudere, un giuramento. Le vostre eccellenze non mi fissino più in cagnesco e io prometto solennemente di votarvi tutti. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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