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Taranto vecchia e il restauro architettonico «fra due specchi d’acqua luminosi e ardenti»

di Italia Libera   
Taranto vecchia e il restauro architettonico «fra due specchi d’acqua luminosi e ardenti»

Siamo negli anni Settanta del Novecento e, malgrado avessero tentato di convincerci dell’ineluttabilità di un destino industriale di Taranto, molti di noi nutrivano fieri dubbi. La città, inoltre, aveva uno scrigno prezioso. Il suo antico centro storico, la città vecchia, aveva acceso l’interesse di studiosi come Cesare Brandi e la fantasia di un gruppo di architetti tarantini. «Volevo sottolineare — scriveva il grande critico d’arte — che questo caso di Taranto vecchia è due volte esemplare. Esemplare perché dimostra come, per il restauro di un ambiente architettonico antico, non sia necessario che si parta da un ambiente straordinario. No, basta che questo ambiente antico sia arrivato a noi attraverso tante vicende che ne fanno un palinsesto, un tessuto storico importante: proprio perché è passato attraverso il tempo»

L’articolo di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia
“AMARCORD” È UN termine dialettale romagnolo, dal duplice significato di nostalgia di ricordi, o anche, di un impalpabile velo di ironia nel ricordare un passato ormai confinato nella memoria di pochi e che, forse, non interessa più a nessuno. E ambedue questi significati Federico Fellini li ha trasfusi nel suo straordinario film. “Amarcord”, per l’appunto. C’è, però, un terzo significato, forse del tutto sconosciuto in quella terra, dove ai viandanti assetati, invece di un bicchiere di acqua, si suole offrire un bicchiere di Sangiovese. Essendo i Romagnoli i “meridionali del nord”, mi sento però di scommettere che il termine “amarcord” per indicare la necessità di non dimenticare — espresso quasi in una forma di quell’aoristo ottativo dell’antica lingua del nostro meridione — piacerebbe anche a loro. E, non poco.

Ancora prima della Biennale di Venezia, a Taranto, negli anni ’50 del secolo scorso, ci fu un gran fermento culturale, con il Premio Taranto, che, davvero, fu apripista della Nouveau Art (e non solo per la pittura), con una giuria presieduta da Vincenzo Cardarelli, e che premiò i pittori come Fausto Pirandello, Gino Meloni, Remo Brindisi, e scrittori come Raffaello Brignetti e, persino, Pier Paolo Pasolini. E tantissime eccellenze della letteratura italiana, della pittura, della narrativa, della poesiae della critica d’arte, che presero a frequentare, come ospiti, la polis di Archita. Ora, sia consentito ad un antico cronista come me, di aggiungere qualche altro amarcord a quel fermento culturale. Con quel terzo nostro significato, però. Siamo negli anni ’70 del Novecento, e le ciminiere dell’acciaieria non avevano ancora del tutto sballato le sinapsi dei nostri neuroni, nel senso che malgrado avessero tentato di convincerci dell’ineluttabilità di un destino industriale della città, molti di noi, nutrivano fieri dubbi. Taranto, inoltre, aveva uno scrigno prezioso. Il suo antico centro storico, la città vecchia, il cui temenos, la linea immaginaria che circondava l’Akropolis, aveva acceso l’interesse di studiosi come Cesare Brandi, e la fantasia di un gruppo di architetti tarantini.

«Volevo sottolineare — scriveva il grande critico d’arte — che questo caso di Taranto vecchia è due volte esemplare. Esemplare perché dimostra come per il restauro di un ambiente architettonico antico, non sia necessario che si parta da un ambiente straordinario. No, basta che questo ambiente antico sia arrivato a noi attraverso tante vicende che ne fanno un palinsesto, un tessuto storico importante: proprio perché è passato attraverso il tempo». E Cesare Brandi, riesce anche a rivestire la sua prosa di poesia, quando afferma: «ora la città di Taranto vecchia, ha caratteristiche di stratificazione straordinaria. Ma se si pensa che è un’isola (ma poi essendo più lunga che larga, si può dire che ha il mare da due parti), ha una capacità di ricambio d’aria, di luce, di sole molto superiore a uno stesso nucleo urbano che fosse, diciamo così, in campagna e non fra gli specchi d’acqua così luminosi e così ardenti come a Taranto». Il problema era quello di consolidare, restaurare e non distruggere.

E il critico d’arte senese aveva visto tutto questo nel piano di restauro della città vecchia, elaborato da un grande architetto e urbanista tarantino, Franco Blandino (e, con lui, anche Mario Carobbi, Franco Ordine e qualche altro), che aveva vinto il primo premio al concorso europeo di urbanistica di Amsterdam. Un riconoscimento internazionale che aveva da subito interessato grandi urbanisti come Vezio de Lucia, segretario generale dell’Istituto nazionale di Urbanistica, Leonardo Benevolo e Pier Luigi Cervellati, che stavano elaborando il Piano di Restauro del centro storico di Bologna. Anche la Rai, attenta a questi fermenti architettonici e urbanistici, che attraversavano lo stivale, aveva mandato in giro le sue telecamere con un grande regista, Leandro Castellani, in uno straordinario programma di Rai 2, “Le Mille e una Italia”, e con un giornalista di gran classe, il romagnolo Vittorio Emiliani. Di arte Emiliani ne masticava, e parecchio, avendo vissuto gran parte della sua giovinezza ad Urbino, fratello di quell’Andrea Emiliani, Soprintendente dei Beni Storici e architettonici dell’Emilia-Romagna, Accademico dei Lincei e, forse, il vero erede del grande storico dell’arte, Roberto Longhi.

Ma questo respiro innovativo di Taranto fece accorrere in riva allo Ionio, anche un altro storico dell’arte di caratura europea, Pierre Restany, l’autore del Primo Manifesto del Nouveau Réalisme.Quando Restany venne a Taranto, rimase ammirato dai lavori di “sapiente restauro” della città vecchia, giusto il progetto Blandino. Nei primi anni Ottanta, per il progetto della “Città dell’Arte-Pura” — la cosiddetta comunicazione-visionica per l’immagine pura della città (elaborata dal tarantino Vittorio Del Piano) — da Parigi Pierre Restany scrisse in lingua francese il testo di presentazione: “Miracolo a Taranto”. Qui tracciava le linee essenziali dell’operazione artistica e delle opere in formelle ceramiche post-industriali degli artisti, Alessandro Mendini, Nino Franchina, lo stesso Vittorio Del Piano, Giulio Dimitri, Salvatore Spedicato e molti altri artisti. Se riuscite a dimenticare tutte queste citazioni, ma l’amarcord era d’obbligo, eccovi un ricordo personale. Interrogato sull’essenza del restauro di un centro storico, l’architetto Blandino così rispose alle telecamere di Leandro Castellani. «Due nomi, Eugene Viollet-Le-Duc e John Ruskin. Il primo teorizzatore del restauro stilistico e il capostipite dei Preraffaeliti, convinto che ogni monumento fosse espressione della creatività umana nella sua individualità e che, perciò, non andava toccato, allontanando nel tempo la sua morte serena con continue manutenzioni».

Per l’altro, invece, «il patrimonio architettonico, urbano e paesaggistico, così come i singoli manufatti, è il risultato di una identificazione associata ai diversi momenti storici, ai differenti contesti socio culturali, e deve essere la conservazione di tutto questo patrimonio a costituire il nostro scopo principale». A distanza di decenni da quella trasmissione, ho voluto chiedere a Vittorio Emiliani, mio amico da sempre, che ha sempre seguito il Sud e Taranto in particolare, un commento sulla fine (ingloriosa) di quel progetto. «Fu, ed è tutt’oggi, una sconfitta per tutti, per la città, per la sua classe dirigente incapace di cogliere, con fantasia e decisione un’occasione forse irripetibile». In una città, Taranto, verrebbe da dire, dove “tutto si tiene e si digerisce”. Spero, però, che venga almeno un bel mal di pancia a quegli amministratori che, quando due anni fa sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” intervennero il meglio dell’archeologia e dell’architettura nazionale e internazionale, per un progetto di recupero dell’Anfiteatro romano, risposero con un gelido silenzio. Neanche un borbottio di viscere in tumulto. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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