Talleyrand e la legittimazione del potere. Un ricordo di Giovanni Falcone a trent’anni dalla strage

Talleyrand e la legittimazione del potere. Un ricordo di Giovanni Falcone a trent’anni dalla strage

Questa storia della legittimazione del potere, cioè, oggi, della democrazia stessa, lo turbava. Ormai da decenni, sicuramente in Italia ma non solo, altri “poteri” — quello della scuola e della famiglia — stavano rotolando per una discesa senza freni e che l’autorevolezza della politica, potere indispensabile per la sua credibilità, occupava stabilmente l’ultimo posto. Al forte calo del fascino della democrazia non aveva certo giovato la scellerata guerra di Putin contro l’Ucraina. E, pensando a un “ordine nuovo” che gli sembrava dovesse emergere ma del quale non riusciva a distinguere i connotati, gli carambolava nella mente: «Altro che ‘Die Verwirrungen des Zöglings Törleß’! Qui, con buona pace di Musil, i turbamenti sono tutti quelli che due secoli fa agitavano il ‘diavolo zoppo’» (delle Cancellerie di mezza Europa)

Il racconto di HERR K.
LA STANDING OVATION tributata all’“eroe dell’antimafia” lo aveva reso malmostoso, ancor più la sparata degli agenti della scorta che si erano posti lungo i lati della grande sala come lesene dotate di cavetto audio, mentre l’“eroe” si recava col suo solito stile ciabattante a prendere posto. Non poteva certo dimenticare i ripetuti attacchi del “ciabattante” a Giovanni Falcone, quasi in assurda competizione, che erano diventati il coro delle voci stonate di quelli che si pensavano di sinistra nello stigmatizzare, pesantemente, colui che si stava recando a Roma per istituire la direzione nazionale antimafia. Sponsorizzata da un ministro, figuriamoci! socialista. Era stato in quel frangente un motivo d’orgoglio, piccolo ma sincero, l’essere stato l’unico personaggio di un qualche rilievo istituzionale ad aver accolto a braccia aperte il capo del pool antimafia verso la sua nuova destinazione, accompagnato dal comune caro amico, quello che aveva magistralmente testimoniato in un libro i 676 giorni del processo nell’aula bunker di Palermo. 

Lagrime amare e irrefrenabili quando Caponnetto aveva dichiarato nel Tg della sera del 23 maggio 1992 che ormai tutto era perduto. Teufel! non avrebbe mai dovuto dirlo. Anni dopo, il vecchio magistrato si era “riscattato” ai suoi occhi quando, intervenendo via video nell’affollata assemblea sotto un gigantesco tendone, aveva rivolto ai convenuti, lì nell’alta conca all’estremo del Palermitano, un saluto molto partecipato. E aveva definito la “mente” del movimento là riunito un inquietante gesuita e il “cuore”, giustappunto, il “ciabattante”.

La vicenda della “trattativa mafia/stato” sarebbe partita, mesi dopo quel 23 maggio, con l’arresto di «Totò ‘u curtu’», per arrivare, in alcuni lustri, al «fatto non sussiste». Per fortuna esiste una verità storica che non è vincolata da quella giudiziaria, si ripeteva. Ma questa era, appunto, un’altra storia. Che gli avrebbe lasciato a lungo il senso di un boccone indigesto, di un finto mistero nel quale si era trovato ingessato per senso dello Stato. Non che una sua azione avrebbe potuto cambiare davvero qualcosa, però…

Quella standing ovation gli aveva suggerito una mini “vendetta”: avrebbe propinato agli incauti plaudenti la più improbabile delle cose su cui aveva pensato di intervenire. Raccontò di quel regno africano dove la successione, rituale, comportava il sacrificio della vita del re, dettato da una ben determinata congiuntura astrale. Ma un grande affabulatore, venuto da terre di là del mare orientale, aveva affascinato tutti con le sue storie e distolto gli stessi sacerdoti dal leggere il corso delle stelle. Il momento era andato perso, la vita del re salva, il sacrificio rituale abolito, ma il nuovo ordine sarebbe andato presto in rovina. Sarebbero rimaste solo quelle storie.

E aveva concluso il racconto affermando, con un pizzico di affabulante malignità, che non sapeva bene quale ammaestramento trarre da quella storia, avrebbero deciso loro, ma che si era sentito di doverla raccontare. In prima fila, il volto tra il frastornato e l’incredulo di un dirigente del movimento operaio, la locuzione era ancora in uso, che si stava impegnando a “rifondare”. 

Il racconto, al di là del fascino esotico che poteva evocare, magari raccontato da un attore migliore, poteva essere letto come una parabola sul potere, sulla sua legittimazione e, forse soprattutto, su che succede quando la preesistente legittimazione viene meno. Era il problema che, con acuta consapevolezza, Talleyrand si poneva al Congresso di Vienna del 1815, come testimoniava, con ampiezza storiografica, La rovina di Kasch di Roberto Calasso. Un libro che “tratta di due argomenti: il primo è Talleyrand, il secondo è tutto il resto” aveva chiosato argutamente Calvino. 

Già, Talleyrand. Charles Maurice Talleyrand, duca di Perigord e vescovo di Autun, era uno che la sapeva lunga sul potere e i suoi cambiamenti. L’innovatore e riformista degli Stati generali del maggio 1789, lo statista della Costituzione dello Stato francese e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, il golpista che sbalza Barras dal Direttorio per fare di Napoleone il “primo console” il 18 brumaio 1799. Il “diavolo zoppo” per le Cancellerie di mezza Europa, che contrapponevano alla sua diabolica abilità diplomatica la sua infermità congenita, da apposito gambaletto. Certo, una defaillance non da poco era stata opporsi, ma senza risultato, a Napoleone, che inseguendo i suoi fantasmi di invasione dell’Inghilterra aveva voluto fare cassa vendendo agli Stati Uniti la Louisiana francese (1803). E il prezzo di acquisto, un vero affare per gli appena nati Usa, aveva superato i mal di pancia di Jefferson: poco più di 23 milioni di dollari per un enorme territorio, non lo Stato federale attuale, che si estendeva per oltre due milioni di kmq da New Orleans al Canada, voluto dai Luigi XIV e XV per contrastare l’espansione inglese sul continente Nordamericano. 

Talleyrand, gran ciambellano dell’imperatore non viene travolto dalla sua caduta e diventa insieme a Metternich il regista del Congresso di Vienna (1815), un padrino della Restaurazione. Qual era il problema che Talleyrand poneva quasi con angoscia dopo la tempesta, lo sconvolgimento delle guerre napoleoniche? Il suo sguardo si spinge lontano, va oltre la politica di pace e equilibrio tra le potenze europee che gli appare chiaramente come la soluzione obbligata ma meramente “temporanea” cui il Congresso si deve attenere.

La questione vera è quale sia la legittimazione del potere nel nuovo assetto che l’Europa si sta dando. Fino alla Rivoluzione francese il potere ai re era conferito direttamente da Dio (per grazia di Dio), tanto che a molti re — sicuramente quello dei Francesi — era attribuita la capacità taumaturgica di “imporre le mani” per risanare, peraltro riconosciuta anche a qualche gran feudatario. Insomma, la legittimazione del potere statuale derivava, attraverso la persona del re, da Dio, in Francia come in Russia come in Austria. L’Inghilterra è una storia a parte; anche a non considerare la Magna Charta (1215), loro il re l’avevano giustiziato un secolo e mezzo prima e Hobbes e Locke avevano posto nel contratto sociale, seppur con visioni opposte, la base che legittimava la monarchia. 

La consapevolezza che l’affermarsi della borghesia aveva in ultima analisi prodotto uno sconquasso nella legittimazione del potere era in Talleyrand così acuta da prevedere che, al di là della “toppa” operata con la Restaurazione, ci sarebbero voluti molti decenni per realizzare un ordine nuovo in uno scenario di difficile definizione. In effetti ci era voluto un travaglio quasi secolare perché la democrazia parlamentare divenisse la legittimazione del potere, una legittimazione che non veniva più da Dio, ma addirittura dal “popolo sovrano”. Certo, da questo “popolo” erano restate escluse per parecchio tempo le donne, ma col secondo Dopoguerra la contraddizione era stata sanata anche in Italia. Che non aveva certo tirato la volata.

Questa storia della legittimazione del potere, cioè, oggi, della democrazia stessa, a partire dai tre poteri separati e distinti che Montesquieu ha posto alla radice di ogni Stato moderno, lo turbava. Nella certezza che ormai da decenni, sicuramente in Italia ma non solo, altri “poteri” — quello della scuola e della famiglia — stavano rotolando per una discesa senza freni e che l’autorevolezza della politica, potere indispensabile per la sua credibilità, occupava stabilmente l’ultimo posto. E i gilet gialli, solo uno dei vari esempi nelle democrazie occidentali, che in tempi pre-Covid avevano conservato un’ampia maggioranza di francesi dalla loro, ancora all’ottavo sabato di tumultuose manifestazioni all’insegna di una “democrazia diretta”?

Le standing ovation diventano fili trascurabili nelle trame della storia. I problemi restano insieme ai misteri. E la realtà può essere brutta come i rospi, ma è realtà, quasi citava una frase che in garbato siciliano e con l’usuale pacatezza gli sembrava avesse pronunciato Falcone nell’incontro a Roma. Al forte calo del fascino della democrazia, un po’ ovunque, non aveva certo giovato la scellerata guerra di Putin contro l’Ucraina, ragionava. E, pensando a un “ordine nuovo” che gli sembrava dovesse emergere ma del quale non riusciva a distinguere i connotati, gli carambolava nella mente: «Altro che ‘Die Verwirrungen des Zöglings Törleß’! Qui, con buona pace di Musil, i turbamenti sono tutti quelli che due secoli fa agitavano il ‘diavolo zoppo’». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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