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Storia di Rahim, iraniano in Italia da 44 anni. Ma non gli danno la cittadinanza

di Italia Libera   
Storia di Rahim, iraniano in Italia da 44 anni. Ma non gli danno la cittadinanza

In Iran la deriva del regime non ferma le violenze e uccisioni. Il potere è la discriminante tra ricchi sempre più ricchi e poveri senza speranza. In questa intervista, un iraniano in Italia da 44 anni racconta la sua, di storia:  le mille difficoltà, la dolorosa ricerca di un lavoro che gli consenta di avere un reddito stabile, al punto che non è certo di poter ottenere la conferma del permesso di soggiorno. E così si trova in bilico tra un Paese dove c’è un regime illiberale, e un altro che non lo accoglie veramente lasciandolo con un destino sospeso

◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con RAHIM AHMADNEJAD

► Rahim è un cittadino iraniano che vive in Italia da molti anni. Ci conosciamo da qualche tempo. Lui bazzica spesso in centro a Torino e quando lo vedo un po’ mi racconta come sta, un po’ di come sta il suo Paese, un po’ delle illusioni tradite e un po’ di qualche episodio del suo passato. Alla fine mi sono deciso a chiedergli se potevamo vederci per fare una chiacchierata, e lui mi ha risposto “sicuro”, con quella sua disponibilità, quella sua bonomia, quel sorriso sulle labbra che lo contraddistingue.

— Mi ricordi il tuo nome completo, dove sei nato e quando?

«Mi chiamo Rahim Ahmadnejad, nato a Teheran nel 1959, da una famiglia normale: mio padre era magazziniere, mia madre casalinga. Eravamo sei figli, ed io ero il più piccolo. Sono rimasto in Iran fino al 1979 e avevo diciannove anni. Non mi andava di studiare e sono venuto qui in Italia». 

— Perché sei venuto via?

«Noi in Iran credevamo di cambiare il mondo, con Khomeini, e come noi tutto il mondo lo credeva. Credevamo davvero che l’Iran sarebbe cambiato. Lui ci inviava le cassette dalla Francia in cui diceva che il petrolio sarebbe stato del popolo, l’acqua del popolo, insomma si sarebbe stati meglio. Poi, una volta arrivato, ci siamo resi conto che non era così. E adesso, a distanza di anni posso dirti che stavamo meglio con lo Scià, molto meglio. Sotto Khomeini ho fatto otto giorni di militare, e sono stato congedato per un’ernia. Dopo, ho lavorato tre mesi nel negozio di abbigliamento che il più grande dei miei fratelli aveva a Teheran. E niente, poi ho fatto il passaporto ed ho ottenuto il visto per andare in America, era lì che volevo andare. Poi però un altro mio fratello – che aveva cinque anni più di me e che studiava medicina in Italia – è venuto quell’estate a trovarci e mia madre l’ha pregato di portarmi con sé. Lui mi diceva che qui si trovava bene, che gli italiani erano un po’ come gli iraniani, buoni, gentili. Così l’ho seguito. Solo che poi un anno dopo, nel 1980 è scoppiata la guerra tra Iran e Iraq, la guerra più stupida del mondo, e dopo un paio di mesi mi hanno richiamato per andare a combattere. Mi arrivò una lettera dal consolato iraniano a Milano in cui mi si diceva “Fratello devi venire a combattere per la tua patria” e promettevano di darmi i soldi per il viaggio. Io gli ho risposto con un’altra lettera, dicendo che non mi rompessero, che io il militare non andavo a farlo. Da quel momento io sono diventato disertore. Ma la mia situazione si aggravò quando nel 1981 partecipai ad un programma televisivo di Rai 3 sulla minoranza curda e la sua persecuzione, programma che fu visto in Iran.

«Intanto qui ho ottenuto un permesso di soggiorno e ho ripreso a studiare perché mi pentivo di non avere un’istruzione. Ho cominciato facendo il liceo artistico, ma nel contempo lavoravo per mantenermi agli studi e pagare l’affitto, visto che abitavo con mio fratello in un alloggio in via Guido Reni. Vendevo giornali nelle strade, di notte, e c’erano altri sei o sette iraniani in Torino che facevano lo stesso mestiere. Questo per quasi otto anni. Ma ho fatto anche altri lavori, insegnavo pallavolo, e facevo anche il DJ nei fine settimana: ero una macchina da combattimento! Intanto mi sono diplomato anche con un bel voto. Dopo, ho fatto un anno di accademia e poi mi sono iscritto all’Isef, perché avevo sempre amato gli sport, soprattutto pallavolo e nuoto, e presi anche il brevetto di sub. Nell’88 andai al consolato iraniano di Milano per rinnovare il passaporto, ma non me lo rinnovarono per via della diserzione. Me lo rinnovarono solo dodici anni dopo, nel 2000. Fu allora che decisi di tornare in Iran per rivedere mia madre. Nel frattempo era morto un altro mio fratello maggiore nella guerra contro l’Iraq, e così mia madre voleva vedermi prima di morire pure lei. Al consolato di Milano mi dissero: “vai tranquillo, non avrai nessun problema”. Perché mio fratello maggiore era un martire, essendo morto in guerra e quindi io non ero più perseguibile. Invece, arrivato là, mi hanno sequestrato il passaporto e non me lo volevano più ridare. Ho trascorso settanta giorni d’inferno, perché ogni due giorni mi chiamavano, dovevo andare in caserma e mi sottoponevano ad interrogatori pesanti e violenti. Poi abbiamo capito che se gli davamo dei soldi la questione si risolveva, e così facemmo. È un paese di dittatori e di fanatici».

— Ecco, che giudizio dai oggi dell’Iran?

«Sempre peggio, in Iran uccidono, violentano. E poi c’è una forte disparità economica. Chi è legato al regime di Khamenei si arricchisce, spesso hanno ville da nababbi. Mentre la popolazione è alla fame e la vita è cara per la maggior parte della gente. Infatti, molti giovani iraniani, se possono, vanno via dall’Iran a studiare. Guarda, ti racconto, mio padre conosceva Khamenei quando era bambino, proveniva da una famiglia poverissima, veniva a leggere il corano, casa per casa, e mio padre, come tante altre persone, lo aiutava dandogli dei soldi per comprarsi da mangiare. Poi è diventato il delfino di Khomeini e oggi si dice che abbia un patrimonio di decine di miliardi di dollari. Pensa che la figlia di sua sorella, quindi sua nipote, è in galera perché contraria al regime. Ma, ripeto, è un regime che imprigiona, uccide, tortura. Poi ci sono le sanzioni, sì, ma sottobanco ci sono sempre rapporti commerciali tra Iran e Usa».

— Torniamo a te, nel 2000 sei riuscito a tornare in Italia.

«Sì, sono tornato, e ho continuato a fare i lavoretti di prima, e poi nel 2006 ho aperto un negozio in Piazza Statuto di tappeti ed oggettistica persiana, e lavoravo bene, con una bella clientela. Dopo, nel 2010, ho chiuso quel negozio perché l’affitto era diventato troppo caro, e ne ho aperto un altro, questa volta in via San Donato. Qui sono rimasto fino al 2020. Gli ultimi anni il lavoro non andava tanto bene, poi c’è stato il crollo con la pandemia. Pensa che l’intero edificio era di proprietà del Cottolengo, e proprio all’inizio del Covid mi avevano aumentato il canone, anziché aiutarmi. Io non ce la facevo più, e ho chiuso. Finché ho avuto il negozio, abitavo in via del Carmine e riuscivo anche a pagare l’affitto. Lasciato il negozio, ho preso un magazzino in un seminterrato e ho speso qualche migliaio di euro per ristrutturarlo e fare un bagno. Anche se non si poteva, me lo disse un mio amico iraniano. Nel frattempo, avevo dato un acconto per comprarlo, cinquemila euro, ma contavo su un aiuto dei parenti perché non avevo tutti i soldi. Questo tre anni fa. Allora telefono a mio fratello, quello che aveva studiato medicina qui in Italia, che poi era andato negli USA e ormai era in pensione e viveva in Iran. E mio fratello mi dice che mi dà la mia parte del valore della casa dei miei a Teheran visto che erano mancati tutti e due i nostri genitori, e che viene in Italia a portarmeli, perché non poteva trasferirmeli con bonifico perché le banche europee non hanno rapporti con l’Iran. Ma dopo due mesi che ci eravamo sentiti purtroppo lui ha avuto un ictus ed è morto. E questo ha distrutto la mia vita. Ho perso il magazzino, dove nel frattempo avevo vissuto tre anni, e per fortuna che adesso c’è un mio cugino che ha un negozio di tappeti qui a Torino che mi ha ospitato, e da un anno vivo in una stanzetta da lui in via Maria Vittoria. E la roba che avevo nel magazzino l’ho trasferita in un piccolo garage che ho preso in affitto per cinquanta euro al mese».

— E come te la cavi oggi?

«Da due anni faccio dei mercatini con quello che mi è rimasto del negozio. Bigiotteria, tappeti, mobili. Vado al Balun, Gran Balun,1 Moncalieri, ma non posso prendere il posto a nome mio, perché non ho la residenza, il posto lo paga un mio caro amico. Pensa che dopo quarantaquattro anni, senza aver mai commesso un reato, io non ho ancora la cittadinanza qui, ma ho solo il permesso di soggiorno, che devo rinnovare ogni anno. Prima durava due anni. Ma perché mi rinnovino il permesso devo dimostrare di avere un reddito di circa 6500 euro. Insomma, mi arrangio, vivo alla giornata. Prima facevo anche dei traslochi, ma adesso non posso più perché ho l’ernia del disco. Lavo i tappeti, quello sì. E comunque non è più il periodo di aprire un negozio, anche perché i tappeti non tirano più, al massimo potrei aprire con qualcun altro. Magari vedo se riesco a tornare in Iran a prendere quei soldi che doveva portarmi mio fratello, ma ho un po’ paura di tornare là. Torno di sicuro se cambia il regime. E il regime cambierò, lo sanno in Iran che cambierà. Sarà tra un anno, due anni, tre anni ma finirà questo regime». 

— La tua vita sentimentale? 

«Ho avuto una ragazza, siciliana, stavamo insieme, quando sono andato ad abitare in via Del Carmine le ho proposto di venire a vivere con me e di sposarci in Comune, visto che non sono cristiano. Ma lei niente, mi diceva che la sua famiglia non avrebbe accettato. Allora le ho detto “senti proviamo a stare lontani per un po’”. Così è stato ma è finita. Poi sono stato per qualche tempo con una filippina, ma le ho subito detto che il mio non era amore. Mi sono innamorato solo quella volta. Una famiglia mi manca, tantissimo, ma come faccio in queste condizioni e alla mia età a creare una famiglia?».

— Hai rapporti con la comunità iraniana di Torino?

«Sì, e cerco anche di aiutare i giovani che vengono qui per studiare e devono trovare alloggio, e registrare il contratto per poter avere la borsa di studio. Ma le agenzie se ne approfittano. Pensa che qualche giorno fa ho accompagnato due ragazzi in un alloggio vicino al Politecnico, all’ottavo piano, senza ascensore, trenta metri quadri, con dei mobili che non trovi neanche ai mercatini, e chiedevano mille euro al mese». 

— Cosa pensi dell’Italia?

«Penso che dovrebbero esserci più diritti per gli immigrati. Anche il fatto che ci sia un unico sportello per il permesso di soggiorno, che devi fare code di ore e che ci sia addirittura gente che lì davanti ci  dorme di notte per avere la priorità, non è bello. E cosa dire del fatto che non ho ancora la cittadinanza dopo quarantaquattro anni che vivo qui, da persona onesta, che non ha mai commesso reati? Il prossimo mese di giugno mi scadrà il permesso di soggiorno, e non so se me lo rinnoveranno perché non ho un reddito fisso».

— Rahim, hai detto che sei musulmano, ma sei anche credente?

«In Iran nasciamo musulmani, e dire che tanto tempo fa avevamo una religione, lo zoroastrismo, che era bellissimo, poi purtroppo è arrivato l’Islam. Io sono nato musulmano, ma in realtà io non sono credente, e neanche la mia famiglia lo era. Tanto per dire, mai fatto il Ramadam. La mia religione è rispettare il prossimo». 

Ci lasciamo con l’intesa che Rahim ci porterà dello zafferano, dei pistacchi («che sono buonissimi e fanno molto bene»), dei datteri, del tè e dello zucchero in cristalli. Tutto dall’Iran, il suo paese lontano. © RIPRODUZIONE RISERVATA

di Italia Libera   

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