Stati Uniti ed Europa. Cambi di strategia, sommergibili nucleari e diplomazia tradita

Stati Uniti ed Europa. Cambi di strategia, sommergibili nucleari e diplomazia tradita

La sostituzione della fornitura francese di sommergibili convenzionali con sottomarini atomici anglo-americani costituisce un salto di qualità nei rapporti di forza militare nel Pacifico e nella regione dell’indo-pacifico. Se, di provocazione in provocazione, si arrivasse ad un casus belli, ad esempio su Taiwan, e allo scoppio di aperte ostilità tra la Cina e gli Stati Uniti con il coinvolgimento di Australia e Regno Unito, sarebbe una catastrofe di proporzioni immani con il pericolo dello scatenarsi di una guerra nucleare

L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista / Anticipazione
IL NUOVO PRESIDENTE degli Stati Uniti aveva promesso che, a differenza del suo predecessore, la sua politica estera sarebbe stata guidata dalla diplomazia e dal dialogo multilaterale. Con l’annuncio dell’accordo AUKUS per la vendita di sottomarini nucleari all’Australia (assieme al Regno Unito) Biden è andato in senso contrario a quanto aveva promesso. La Francia ha condannato con parole durissime la improvvisa rottura di un precedente contratto che era stato confermato ancora pochi giorni prima. L’Unione europea ha espresso la sua solidarietà alla Francia. La Nuova Zelanda e il Canada, al pari di altri paesi della regione, hanno manifestato sorpresa e sconcerto per una decisione non concordata tra alleati. Perfino l’opposizione australiana ha criticato la repentina decisione e le premesse strategiche che ne sono alla base. La Cina, la maggiore potenza asiatica, ha protestato vivamente e ha denunciato la minaccia rappresentata dall’inserimento nella regione dell’indo-pacifico di sottomarini nucleari che alterano il quadro strategico-militare e, a sua detta, minacciano la pace.

Effettivamente la sostituzione della fornitura francese di sommergibili convenzionali con sottomarini atomici anglo-americani costituisce — al di là del modo con cui è stata fatta e annunciata — un salto di qualità nei rapporti di forza militare. Mentre i primi, data la loro scarsa autonomia, hanno un carattere eminentemente difensivo, i secondi possono colpire bersagli a migliaia di miglia dalle loro basi e costituiscono una oggettiva minaccia per qualunque paese, tanto più se venissero armati con missili a testata nucleare.

Non si comprende bene la logica di una decisione, evidentemente preparata a lungo anche se attuata repentinamente. Contenere la Cina nella su ascesa economica e militare può anche avere un senso alla luce delle iniziative aggressive prese negli ultimi anni dal gigante asiatico: intimidazione dei paesi che si affacciano nel mar cinese meridionale, persecuzione delle minoranze mussulmane e tibetane, repressione delle libertà individuali ad Hong Kong, minaccia di annessione di Taiwan. Ma le sanzioni economiche e una guerra commerciale per fermare l’espansionismo cinese non possono essere la risposta a problemi oggettivi e aspirazioni in parte legittime.

L’economia cinese è troppo intrecciata con l’economia mondiale e in particolare con quelle dei suoi vicini perché la Cina possa essere isolata senza provocare una grave crisi economica e finanziaria globale. Ancora peggio se, di provocazione in provocazione, si arrivasse ad un casus belli, ad esempio su Taiwan, e allo scoppio di aperte ostilità tra la Cina e gli Stati Uniti con il coinvolgimento, a questo punto, anche di Australia e Regno Unito. Sarebbe una catastrofe di proporzioni immani con il pericolo dello scatenarsi di una guerra nucleare. Per evitare anche solo questa possibilità è necessario che l’amministrazione Biden abbandoni il linguaggio bellicoso della contrapposizione e delle sanzioni e dia spazio, come aveva promesso, alla diplomazia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’analisi integrale di Stefano Rizzo su questo pericoloso cambio di scenario geo-politico uscirà sul primo numero di ottobre del nostro magazine quindicinale che sarà distribuito nelle edicole digitali AppleStore e GooglePlay