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Sinistra, dai una voce al futuro. Una risposta agli italiani, conservatori in attesa del nuovo

di Italia Libera   
Sinistra, dai una voce al futuro. Una risposta agli italiani, conservatori in attesa del nuovo

Non è solo un fatto italiano, la crisi della Sinistra. Quello che sta succedendo in questi giorni in Spagna, con le dimissioni di Sanchez, così come il voto in Turchia, confermano i tempi difficili per le forze progressiste. In Italia sembra che l’unica bussola degli elettori, e da decenni, sia la domanda del “nuovo”. E questo nonostante ci sia anche da noi una società conservatrice, diffidente verso chi propone riforme. Le ricette proposte sono più o meno tutte legate alla giustizia sociale, mentre la risposta dovrebbe avere più coraggio. Proponendo un futuro

L’analisi di MASSIMO SCALIA

ITALIA, SPAGNA, TURCHIA: una serie di sberle in rapida successione. E il povero “progressista” si interroga su dove la Sinistra sbagli. E piovono ricette. Qui da noi si rilanciano i temi della giustizia sociale come discriminanti, oltre che virtuosi. Ma il povero piddino, messo alla gogna dai media filogovernativi, cioè quasi tutti, che esultano per la fine dell’“effetto Schlein”, se mai ci sia stato, si cruccia: “Ma si doveva proprio inventare quell’armocromista a 300 € l’ora, mentre operai e statali stanno alle pezze? E poi, tutto quel ritardo con il disastro della Romagna… Ciliegia sulla torta, evocare la ‘patrimoniale’ proprio poco tempo prima delle elezioni”. Magari è tutto giusto, ma sorge, ragionevole, il dubbio che l’elettore italiano non sia poi influenzato più di tanto, nel bene e nel male, dai contenuti o dalle gaffe della politica. Ancor di meno, dal “buon governo”, se no non avrebbe affossato con voto asfittico Prodi, che aveva compiuto la storica impresa di portarci con l’euro dentro la Ue, mentre ancora tuonavano puttanate secessioniste o di disprezzo verso l’Europa, dagli stessi che oggi si presentano ossequiosi a Bruxelles.

In realtà, sembra che l’unica bussola che orienti una parte consistente dell’elettorato italiano, e da più di trent’anni, sia la domanda di “nuovo”, di cambiamento; ne ha fruito, da ultimo, la stessa Schlein nelle primarie del Pd. Una domanda inestinguibile, visto che non c’è nessun altro elettorato dell’Occidente che abbia avuto nello stesso arco di tempo tanta offerta politica, sia in termini di nuove forze politiche che di protagonisti. Chi si ricorda più di Mariotto Segni, l’alfiere, involontario, della Seconda Repubblica? E un’incredibile fantasmagoria di volti e nomi – Lega Nord, Rete, Asinello, Casa delle Libertà, Progressisti, e via elencando – che hanno costituito le risposte a quella volubile domanda. L’importante è, in ogni caso, protestare, possibilmente in modo strillato e triviale che renda voci bianche le urla dei pesciaioli napoletani. È così che è stato possibile costituire un governo, anzi più d’uno, a colpi di “vaffa”. Non è ciò che vuole il popolo sovrano, nel suo disprezzo per la politica, e quindi nella sua rerum novarum cupiditas? È vero, non sarà tutto quel popolo, ma i novelli Catilina hanno avuto un peso determinante in tutte le elezioni delle ultime decadi. Addirittura, più politici dei loro rappresentanti, usano, come loro, programmi, progetti e parole d’ordine – i contenuti della proposta politica, insomma – come mero orpello, perché, si sa, quel che davvero conta è quel che c’è dietro. Mica ce la beviamo! Incoraggiati da una stampa gaglioffa che ama le istituzioni democratiche come i bambini piccoli la purga, sempre pronta a sbeffeggiare la “casta”, in un Paese che è un aggregato storico di caste. Di corporazioni, una delle azzeccate intuizioni del fascismo.

“Sì, va bene. Ma allora, Spagna, Inghilterra, Belgio, Olanda, la stessa Svezia? E lasciamo perdere i Paesi ex comunisti entrati nella Ue, ma dove se i “progressisti”, sempre più sbiaditi, riescono a governare accade con coalizioni contraddittorie come in Germania, o stanno sull’orlo di un equilibrio instabile come in Francia”. Come mai non si afferma in modo generale quella visione più aperta della società, quella maggiore attenzione verso chi ha di meno, quella giustizia sociale che, insieme a un esteso welfare, dovrebbero essere il marchio distintivo della Sinistra, dei progressisti? La risposta scontata è perché nella rincorsa dei subdoli ceti medi, del Centro politico, la Sinistra si snatura e perde il fascino originario. Può essere, ma è solo una parte della risposta. Provando a guardare le cose in retrospettiva, da quando, da meno di cent’anni, il sistema democratico è divenuto standard in Occidente, è difficile scartare l’impressione che, in realtà, la Sinistra, i “progressisti” al Governo costituiscano più l’eccezione che la regola. Che diventa una convinzione quando si osservi che la “Sinistra” viene vista mediamente, indipendentemente dall’attenuarsi della sua vocazione o dai suoi demeriti, come una forza che vuole il cambiamento. Le resta impresso, anche se cerca di scrollarselo spesso con successo, quel “cambiare lo stato presente delle cose” per cui era nata. E allora bisogna anche prendere atto che le nostre società sono tendenzialmente conservatrici, guardano con sospetto a chi innalza la bandiera di riforme e modifiche dello statu quo, indipendentemente dalla valutazione se sia poi in grado di farlo. È meglio non rischiare, tenersi stretto quel che si ha e che, altrimenti, si potrebbe perdere. Un atteggiamento generale. Un consolidamento storico di una stratificazione sociale che è meglio non toccare, anche nelle sue ingiustizie. Magari ha anche a che vedere con ciò che faceva osservare con ironica amarezza, già oltre quarant’anni fa, un pensatore non banale come Nicos Poulantzas: «Da tempo, le rivolte avvengono tutte a monte o a valle della classe operaia».

Forse c’è bisogno di punti di vista che abbiano il coraggio di proporre un futuro per questo Paese, non riconducibile alla sola giustizia sociale o poco più. Fare la mossa del cavallo, scrostando convinzioni tanto radicate quanto superate e inadeguate. Gli elettori, poi, mica sono tutti Catilina! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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