Semplificazioni e condono camuffato: la lavatrice degli abusi del governo dei “migliori”

Semplificazioni e condono camuffato: la lavatrice degli abusi del governo dei “migliori”

Col bonus del 110% si rende legittimo quanto è stato già costruito, anche se abusivamente. Con nuove coperture isolanti, nuove scale, ascensori e caldaie, la domanda del contributo statale sana tutti gli abusi precedenti. Non è il Paese di Bengodi, è l’Italia più arraffona di sempre. Chi è l’autore di una norma concepibile solo da chi frequenta i bassifondi dell’edilizia? Nelle 2480 pagine del Recovery fund di Draghi c’è anche l’attacco frontale alle Soprintendenze descritte come un “freno allo sviluppo”: l’obiettivo è disarticolare l’intervento pubblico, il contrario di quanto si è detto di dover fare nella pandemia

L’analisi di PAOLO BERDINI, urbanista / 

CI VOLEVA IL GOVERNO dei “migliori” per scrivere nel decreto semplificazioni il quarto condono edilizio nella storia italiana. E pensare che dopo le tre leggi del 1985 (governo Craxi), del 1994 e del 2003 (governi Berlusconi) ci avevano provato in tanti. Singoli parlamentari in cerca di notorietà e voti, partiti politici o schieramenti trasversali ad essi. Niente da fare. L’opinione pubblica è stata sempre in grado di  sventare la vergogna di un nuovo condono.

Ci voleva il governo Draghi per scrivere una norma all’interno del decreto legge sulle semplificazioni che rischia di essere approvata. Il meccanismo inventato è quasi perfetto. Gli immobili completamente o parzialmente abusivi possono accedere all’aiuto di Stato per il rilancio del comparto edilizio (il bonus 110% inventato dal primo governo Conte) e per farlo possono seguire una procedura molto agevole. Devono redigere un progetto semplificato che preveda le opere necessarie all’ottenimento del bonus (nuove coperture isolanti, nuove scale, ascensori e quant’altro). L’ottenimento del contributo statale rende legittimo quanto contenuto nel progetto anche se in precedenza era abusivo. Vale infatti l’ultimo provvedimento in essere, e cioè la domanda del contributo che diventa una sorta di lavatrice degli abusi precedenti.  

È molto probabile che anche questa volta il trucchetto non passerà perché ad iniziare dal Corriere della Sera (Gian Antonio Stella, 5 giugno 2021), la norma è stata smascherata. Resta da chiedersi chi sia l’autore di una norma comprensibile solo da persone che frequentano i bassifondi dell’edilizia. Appare difficile che un economista del rango di Mario Draghi, impegnato su partite macro economiche, abbia ideato una norma così precisa ma che riguarda  questioni marginali. Ed allora, viene da pensare che gli uffici studi di alcune imprese edili o delle loro organizzazioni sindacali possano aver suggerito il nuovo condono.

La norma sul condono contenuta nel decreto semplificazioni non è l’unica novità negativa del governo Draghi in materia di interventi nelle città. È infatti noto che alcuni provvedimenti contenuti nel Recovery fund hanno tentato di scardinare il Codice degli appalti; di aver ribadito che l’unico modo per fare le grandi opere è quello di tornare alla “Legge obiettivo” del governo Berlusconi; di aver mortificato il ruolo di tutela delle Soprintendenze di Stato. La Repubblica tutela il patrimonio artistico, recita la nostra Costituzione. Un vestito evidentemente troppo stretto per gli economisti liberisti che collaborano con il premier.

Andiamo con ordine. È noto che negli anni ’80 il malcostume dilagò nel sistema degli appalti pubblici. Sono stati innumerevoli gli scandali e le malversazioni compiute nell’esecuzione di opere pubbliche. Nel 1994, dopo Mani pulite, l’allora ministro dei Lavori pubblici, Francesco Merloni, corse ai ripari e fece approvare una legge in grado di sconfiggere per sempre il malaffare. La legge per il suo grande rigore incontrò sin da subito forti resistenze da parte confindustriale e fu sottoposta a molte variazioni.

Ma non si era mai arrivati a pensare che – come nella bozza circolata per alcuni giorni − si potesse tornare ad affidare le opere indispensabili all’ammodernamento del paese attraverso il meccanismo del massimo ribasso d’asta. Questo è il modo più sicuro per solleticare l’intervento di imprese prive di moralità o peggio legate con la malavita organizzata. È vero che questo articolo è stato accantonato ma è gravissimo che sia stato ipotizzato. Ma se il meccanismo del massimo ribasso è stato − per ora − cancellato, è invece rimasta un’altra vergogna. La qualità di un’opera pubblica è legata al livello dell’impresa che si aggiudica i lavori. Il governo Draghi incentiva il ricorso al subappalto perché “ce lo chiede l’Europa”. È invece noto che quel meccanismo porta con sé il restringimento dei margini di guadagno delle imprese subappaltatrici e questo provoca da un lato l’abbassamento della qualità dell’opera e dall’altro si scarica sulle misure di sicurezza per i lavoratori.

Il secondo elemento negativo è quello relativo alla realizzazione delle “opere strategiche”. Esse sono − per ora − limitate nel numero, ma si è consolidata una prassi che individua nei “commissari” e nell’accentramento delle funzioni presso la Presidenza del Consiglio l’unico modo per rimettere in moto il paese. È invece drammaticamente urgente ricostruire le strutture tecniche centrali e periferiche dello Stato e quelle dei comuni. Di qualificarle e fornire loro prerogative concrete. Continuare invece nella logica della straordinarietà insita nella legge Obiettivo berlusconiana (n. 443/2001), rischia di  far deperire ulteriormente le giù esangui strutture tecniche pubbliche. 

Ma è il terzo elemento ad allarmare ancora di più. Le Soprintendenze di Stato sono da anni sottoposte ad un duplice offensiva. Da una parte il numero dei dirigenti e dei funzionari diminuisce, condizionando perfino il normale funzionamento degli uffici. Contemporaneamente, questi stessi uffici depauperati di risorse umane ed economiche vengono contestate per essere un “freno allo sviluppo”. Finora, nonostante i molteplici tentativi, nessun governo era arrivato ad affermare il principio del silenzio assenso. Se le Soprintendenze non rispondono in tempi ristretti − e non possono farlo per i tagli al personale di cui parlavamo − allora ci penserà una struttura parallela legata all’esecutivo. Un altro modo efficacissimo per distruggere quel che è rimasto delle funzioni delle Stato.

Come non ricordare a questo punto tutti i solenni impegni a ricostruire la struttura pubblica quando eravamo in pieno lookdown? Di fronte al disastro della sanità privatizzata, delle scuole inadatte e dei trasporti pubblici falcidiati dai tagli, non c’era chi non promettesse il rilancio della centralità del pubblico. Promesse ribaltate, come si vede: l’obiettivo è disarticolare ulteriormente l’intervento statale e pubblico. Attraverso il governo Draghi, l’economia sbagliata che domina ancora il nostro paese è riuscita dunque a strappare un provvedimento di gravità assoluta. 

Arriviamo così alla grave omissione contenuta nel provvedimento che è simmetrica a quella del condono edilizio. Nelle tante pagine (2480, per la precisione) della bozza del Recovery non si parla mai del “sistema città”. Non c’è infatti un capitolo ad esso dedicato, eppure è proprio nelle città che si manifestano le contraddizioni sociali più acute e si scontano ritardi intollerabili nel realizzare moderni sistemi di trasporto in grado di favorire lo sviluppo delle imprese. Ancora, anche se ci sono risorse per alcune emergenze ambientali, manca un piano di messa in sicurezza del paese che privilegi il patrimonio edilizio esistente e le troppe ferite idrogeologiche cui assistiamo ad ogni evento atmosferico. Insomma, si preferisce il condono edilizio mascherato all’avvio di organiche ed efficaci politiche di miglioramento delle nostre città.

Da tre decenni le aree interne del nostro paese sono sottoposte ad uno spopolamento pericoloso  per lo stesso mantenimento del presidio umano in molti luoghi. Se la popolazione residente scende sotto una certa soglia si perde la possibilità di mantenere le comunità. Se si abbandonano quei luoghi si rischia un processo di degrado geomorfologico dei sistemi collinari che devono invece essere continuamente sottoposti a manutenzione. Ma di questo non c’è traccia. 

La pandemia del coronavirus ha poi avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dall’agenda di governo. Autorevoli epidemiologi e scienziati affermano addirittura che la pandemia Covid 19 trae origine dalla dissennata distruzione dell’ambiente in atto ed è stata favorita anche dall’elevato inquinamento atmosferico presente in alcune regioni del paese. Non ci sono ancora riscontri sperimentali, ma è evidente che la salubrità dell’ambiente deve diventare il primo diritto globale da perseguire. 

Recupero ambientale, attraverso le bonifiche dei siti inquinati, e lotta agli inquinamenti diffusi sul territorio possono rappresentare uno straordinario volano per il rilancio produttivo del paese. Un modo per dare lavoro ai giovani e uscire dalla crisi che attraversiamo. Un’altra cultura che si potrà affermare soltanto uscendo dalle logiche dell’economia dominante contenuta ancora nelle 2480 pagine scritte dai tecnici di Draghi. © RIPRODUZIONE RISERVATA