Scuola, falsa partenza: duecentomila supplenti per tappare i buchi, alto l’abbandono scolastico

Scuola, falsa partenza: duecentomila supplenti per tappare i buchi, alto l’abbandono scolastico

La scuola è al collasso, in condizioni perenni di emergenza con 200.000 supplenti chiamati in cattedra a tappare i buchi. Anche a seguito dei tre anni di pandemia, la dispersione scolastica ha registrato, nel solo Mezzogiorno oltre il 35%, mentre nel resto del Paese la media oscilla tra il 21 e il 25 %. La perdita nell’ultimo decennio è stata stimata tra 120 e i 150.000 studenti che ogni anno abbandonano la scuola. Crescenti sono i fenomeni di illetteralismo e analfabetismo funzionale nella popolazione adulta. Il Pnrr prevedeva al suo interno la missione 4 (per istruzione e ricerca) e ora sembra essere a rischio tra guerra, crisi energetica e lo spettro della recessione alle porte



L’analisi di ANNA MARIA SERSALE


QUANDO LA SCUOLA il dodici settembre ha riaperto i battenti c’era un’aria di apparente normalità. Il vociare nei corridoi, le porte aperte, la lavagna, il gesso, il rumore delle sedie spostate, gli studenti tra i banchi e la voglia di rivedersi. Niente più mascherine e distanziamento, niente più Dad a turnazione. Per il resto nulla di nuovo, purtroppo. La consumata retorica ministeriale e gli immutabili riti per l’avvio dell’anno scolastico hanno lasciato nell’ombra le mancanze e i problemi non risolti, a cominciare dal massiccio ricorso al precariato, colpa di meccanismi di reclutamento macchinosi e di dissennate politiche ultraventennali. Quest’anno si è toccato il record: più di 200.000 supplenti in cattedra, grazie a loro si è evitato il flop delle classi scoperte.



Ma c’è un altro problema drammatico. La dispersione scolastica ha raggiunto cifre mostruose: in molte zone del Mezzogiorno ha sfondato il tetto del 35%, mentre nel resto del Paese la media oscilla tra il 21 e il 25%. «Nell’ultimo decennio abbiamo perso dai 120 ai 150.000 studenti l’anno, lo ha rilevato un’indagine di otto anni fa. Anche per questo motivo l’Italia è in fondo alle classifiche europee sull’istruzione, con crescenti fenomeni di illetteratismo (incapacità di maneggiare gli strumenti della conoscenza, della cultura, e la fatica di capire un discorso articolato o un testo scritto), con un diffuso analfabetismo funzionale nella popolazione adulta“, racconta a Italia Libera Gaetano Domenici, professore di chiara fama, che nell’Ateneo Roma Tre ha ricoperto incarichi di prestigio, prima direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione, poi preside della facoltà di Scienze della Formazione, infine presidente della Fondazione ‘Roma Tre Education’, oggi professore straordinario alla Unicamillus di Roma.



«Tre anni di Covid – prosegue il professore – hanno peggiorato tutto, secondo i dati Miur (Ministero dell’istruzione, università e ricerca) mezzo milione di studenti ha abbandonato gli studi interrompendo ogni contatto con le scuole, a causa dei primi lockdown. Si tratta di ragazzi che provengono dalle fasce sociali più deboli. Se non interveniamo tempestivamente, insieme agli altri dispersi andranno ad ingrossare le fila dei Neet (acronimo inglese di not in education ndr), due milioni di giovani già fuori dal ciclo formativo, giovani emarginati che non studiano, non hanno e non cercano un lavoro». Di fronte a problemi così gravi occorrerebbe un piano Marshall per la scuola. «In un certo senso ce l’abbiamo, ed è la prima volta, sta dentro il Pnrr – sostiene ancora Domenici -. Tutto è nato da un documento straordinario di denuncia, che ha messo a nudo i problemi, cosa impensabile fino a poco tempo fa. Un documento ricco di dati statistici sui disastri della scuola, cui dovrebbe porre riparo il Pnrr, ma temo che tra gli obiettivi della “missione 4” (che mira a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di resilienza) partendo dal riconoscimento delle criticità del nostro sistema di istruzione, formazione e ricerca. e l’effettiva realizzazione di quanto previsto ci sia un abisso».


Già, un abisso. Tanto più ora, con l’arrivo di un governo di destra radicale, con una premier in pectore che, a pochi giorni dall’apertura della XIX legislatura, dopo il famoso comizio estivo in Spagna dove è stata applaudita dai militanti di Vox, alla vigilia del suo insediamento a Palazzo Chigi ha sentito l’esigenza di inviare al partito di ispirazione franchista un videomessaggio: “Viva l’Europa delle patrie, Bruxelles abbia più coraggio”, affiancandosi al fronte popolare dell’ultradestra, in particolare della Polonia e dell’Ungheria. Uno strappo rispetto ai momenti in cui appariva draghianamente istituzionale.


Una foto del 2020 del movimento di protesta “Priorità alla scuola” che criticava l’allora impreparazione del Governo ai problemi del sistema scuola

Da noi ora soffia il vento del nazionalismo. Che cosa accadrà nel mondo della scuola? Gli studenti sono già in fermento. Difendono il diritto allo studio. Sanno che il loro futuro dipende dalla scuola, sia perché ha un ruolo strategico nello sviluppo dell’economia, sia perché è un baluardo dei valori democratici sanciti dalla nostra Costituzione. Temono un arretramento sui diritti sociali e civili, temono una svolta autoritaria e classista, che bloccherebbe il faticoso percorso verso la piena parità di genere. In difesa di questi valori sono pronti a scendere in piazza. Le prime proteste stanno partendo a Milano.


Già durante la campagna elettorale la Rete degli studenti medi aveva presentato un manifesto «con cento richieste» indirizzate ai politici, per un totale cambio di passo, per «un modello di scuola più inclusiva e capace di emancipare, una scuola che torni ad essere un vero ascensore sociale, non lasciando indietro nessuno, soprattutto chi viene dalle fasce più disagiate». Tra le rivendicazioni, anche quella riguardante l’edilizia scolastica, spesso degradata e priva di adeguate misure di sicurezza. Preoccupati docenti e presidi. Temono che sia a rischio quanto è scritto nelle premesse del Pnrr, «per l’eliminazione delle disparità, delle disuguaglianze e dei divari fra le aree differenti del Paese». La scuola si interroga anche su come verranno spesi i fondi che le sono stati destinati: per istruzione e ricerca 30,88 miliardi di euro, pari al 16,13% dell’ammontare totale; cui si aggiunge un miliardo preso dal fondo complementare.


Tra gli obiettivi primari da raggiungere, c’è anche la «più stretta relazione tra la formazione dei giovani e il mondo del lavoro». Cosa ardua, in un Paese come il nostro, dove domanda e offerta sono totalmente slegate, sia per l’inadeguatezza delle strutture territoriali di reclutamento, sia per lo scollamento tra programmi scolastici, innovazione e reali esigenze di istituzioni e aziende. Mai come ora le sfide su scuola-università-ricerca non possono essere ignorate. Per i mille problemi sul tappeto sono in costante allarme anche i sindacati. «La scuola non si tocca» è lo slogan della Flc Cgil, in lotta con le altre sigle sindacali anche per il rinnovo del contratto dei docenti, scaduto da tre anni.


Il Ministero dell’istruzione

Su tutti i temi caldi della scuola “Italia Libera” darà battaglia. Intanto, proviamo ad avvicinare la lente d’ingrandimento sul problema del precariato, male storico, che da un ventennio si è cronicizzato. Il ministero dell’Istruzione ha messo in cattedra più di 200.000 precari per far ripartire la macchina. Un record negativo, dietro al quale ci sono aspetti paradossali: non si è riusciti a reclutare i docenti necessari, benché a viale Trastevere i vuoti di organico non siano una sorpresa, né un imprevisto ma un dato arcinoto. Perfino il calo degli iscritti, con 230.000 ragazzi in meno, un dato anch’esso prevedibile e annunciato dalle statistiche, non è stato occasione per un adeguato calcolo degli organici. Ma come mai quest’anno abbiamo registrato una tale perdita di ragazzi? Per effetto delle culle che da anni sono sempre più vuote, quindi per una questione demografica sistematicamente sottostimata da tutti i governi.


Ma ora quanti sono gli studenti in totale? Il loro numero è sceso sotto la soglia dei sette milioni, calcolando dalle materne alle superiori. Rispetto agli Anni ’90 il calo è stato di oltre un milione e mezzo di ragazzi, un’emorragia che non si arresta. Rientrando a scuola, purtroppo, nonostante i soldi dell’Europa hanno trovato i problemi di sempre, ulteriormente aggravati dagli effetti della pandemia. E ora dal susseguirsi di nuove emergenze in primo piano. «Ma i politici sbagliano strategia, derubricare la scuola a interesse marginale non fa che peggiorare la situazione», ne sono convinti  gli insegnanti. «Certo, i politici sbagliano – chiosa il professor Domenici -, inseguono il consenso immediato perché dà voti. Non investono sulla scuola, che dovrebbe preparare nuove generazioni di cittadini consapevoli, capaci di interpretare la complessità del reale e in grado di esprimere un giudizio critico in maniera autonoma. Ma i politici non hanno interesse nei risultati di medio e lungo termine».


Un comportamento miope che provoca danni incalcolabili alla politica stessa, non più credibile, e all’economia del Paese. In primo piano finiscono sempre altre emergenze, certo, gravissime. Dopo tre anni di pandemia (che non è finita), siamo in piena economia di guerra, con il conflitto alle porte di casa. E la minaccia nucleare che ora viene sottostimata non solo per una sorta di assuefazione ai continui riferimenti sul possibile uso dell’atomica, ma anche per una diffusa incultura scientifica: già ai tempi della  crisi di Cuba nel ’62 si sapeva che diversi Paesi disponevano di un arsenale atomico in grado di distruggere decine e decine di volte il nostro Pianeta (lo diceva tra gli altri Edoardo Amaldi del Gruppo dei fisici di via Panisperna). Una assuefazione pericolosa, mentre siamo in una economia di guerra, in piena crisi energetica con il rischio di recessione, con famiglie e aziende spaventate dal raddoppio delle bollette e dal rialzo folle dei costi.


Il premio Nobel Professor Giorgio Parisi

In uno scenario così, è urgente una profonda revisione della scuola e dell’università, entrambe indispensabili per  cambiare – da subito – modelli economici e di vita, per dare inizio a una vera transizione green e salvare il Pianeta. Diversamente, resteremo intrappolati nelle vecchie logiche liberiste e di mercato, che portano solo disastri, sul piano economico e politico, con sempre maggiori spaccature in Europa (vedi il price cup con la Germania che se ne va per conto suo), lasciando cadere nel vuoto gli appelli di studiosi e scienziati, che da almeno un trentennio indicano ben altra strada. Ultimo in ordine di tempo il discorso del nostro Nobel per la Fisica Giorgio Parisi rivolto al Parlamento poche settimane fa. © RIPRODUZIONE RISERVATA