Sale la tensione tra Stati Uniti e Cina. Già in moto pericolosi giochi di guerra fredda

Sale la tensione tra Stati Uniti e Cina. Già in moto pericolosi giochi di guerra fredda

Per la prima volta gli Stati Uniti ammettono la presenza di consiglieri militari a Taiwan per addestrare l’esercito taiwanese, aumentano la fornitura di caccia e missili a medio raggio (puntati sulla Cina continentale) e l’Ufficio di rappresentanza culturale a Taipei oggi è la seconda più grande sede diplomatica americana (la prima è Baghdad). La dirigenza cinese  risponde con i movimenti della sua flotta e il sorvolo dei suoi bombardieri nello spazio aereo e nelle acque territoriali dell’isola. Avvertimenti a Taipei a non sorpassare la “linea rossa” della proclamazione dell’indipendenza. Movimenti che, al di là delle intenzioni, potrebbero provocare un incidente con gravi conseguenze

L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista
HA INCOMINCIATO BIDEN dichiarando alle Nazioni Unite: «Gli Stati Uniti non vogliono una nuova guerra fredda», ma, come si sa, quando dici “non pensare ad un elefante” tutti pensano all’elefante (cui nessuno pensava un istante prima). A cosa dobbiamo pensare allora? Che cos’è quella che si profila? una guerra fredda, una competizione tra rivali, o — dio non voglia — una guerra calda tra nemici? Certamente i segnali di un inasprimento nelle relazioni sino-americane ci sono tutti. Fin dall’inizio della sua presidenza Biden aveva promesso la ripresa del “pivot” (svolta) nei confronti dell’Asia, che Obama aveva annunciato e portato avanti soprattutto in termini commerciali con il suo Trattato di cooperazione transpacifica (Tpp), che poi Trump aveva stracciato applicando invece una serie di dazi punitivi nei confronti della Cina (che ha risposto a sua volta con dazi punitivi). Ma la altalenante politica trumpiana non era andata al di là di dichiarazioni roboanti sulla Cina («la peste cinese» era il termine con cui definiva il Covid) così come sulla Russia, la Corea del Nord, e la stessa Alleanza atlantica.

Il nuovo presidente aveva annunciato una politica estera più dialogante, il rientro degli Stati Uniti nei trattati internazionali (l’accordo sul clima di Parigi, l’Oms, la Commissione per i diritti umani, gli accordi sul nucleare iraniano). Ma evidentemente la sua squadra di politica estera, Anthony Blixen agli esteri e Jake Sullivan alla sicurezza nazionale, uomini formatisi negli anni della vera guerra fredda lo hanno convinto che la Cina, più che un competitor e molto meno di un partner economico, doveva essere considerata un avversario che andava contenuto, così come lo era stata l’Unione sovietica. (Con una importante differenza: la Russia anche al massimo della sua egemonia bipolare era sì una grande potenza militare ma una media potenza economica, mentre la Cina è una grande potenza economica e ancora solo una media potenza militare. Basti ricordare che mentre la Cina ha il secondo Pil mondiale dopo gli Stati Uniti ha un bilancio della difesa che è un terzo di quello americano.)

Perseguendo la sua promessa di multilateralismo Biden ha da subito riallacciato i rapporti con gli alleati europei, ha completato il ritiro dall’Afghanistan e promesso che l’America non farà più guerre senza fine e senza motivi validi (definiti in termini di concreta minaccia alla sicurezza nazionale). Ma ha allo stesso tempo annunciato l’inasprimento dei rapporti con la Cina. Perché e con quale obbiettivo? Ora, non c’è dubbio che la Cina, a parte il fatto che è un paese autoritario (come molti altri, peraltro) che perseguita le proprie minoranze etniche e religiose (tibetani e uighur) e reprime il dissenso a Hong Kong, nell’ultimo decennio ha intensificato le proprie rivendicazioni, anche con un dispiegamento di forza militare, nei confronti di isolotti contesi da altri paesi della regione (Giappone, Vietnam, Filippine) e soprattutto nei confronti di Taiwan che il governo di Pechino considera parte integrante della madrepatria. 

Ma è anche vero che la Cina dalla rivoluzione comunista del 1949 non ha mai fatto una guerra a nessuno (a parte la breve guerra di frontiera con il Vietnam nel 1979); negli anni ’30 ha subìto la sanguinosa occupazione della Manciuria da parte del Giappone imperiale e fin dall’800 l’umiliazione dell’occupazione e dello sfruttamento da parte delle potenze coloniali europee. Per 23 anni dopo la nascita del nuovo stato indipendente e fino alla svolta filocinese di Nixon nel 1972 la Cina si vide negare perfino il riconoscimento di stato dalla comunità internazionale, e anche dopo ha dovuto accettare la separazione di Taiwan dove si erano rifugiati i resti delle truppe nazionalistiche di Chang Kai Shek. Una storia lunga e complicata (durante la seconda guerra mondiale, ad esempio, la Cina era alleata degli Stati Uniti contro il Giappone) che aiuta a comprendere i motivi del risveglio nazionalistico della Cina, così come la sua straordinaria crescita economica spiega l’espansionismo commerciale in tutta l’Asia e ora, con la Belt and Road Initiative, nel mondo.

Spiega, ma non giustifica, come è sempre il caso quando uno stato nel perseguire il proprio interesse avanza pretese che non sono condivise dai suoi vicini prossimi o lontani. Così come si spiega e non si giustifica la risposta degli Stati Uniti che, apparentemente almeno, sembrano intenzionati ad abbandonare nei confronti della Cina la politica di dialogo perseguita ormai da quattro decenni, non senza occasionali tensioni. Certo, l’apertura di Nixon era anche in funzione esplicitamente anti-sovietica per cui, terminata vittoriosamente la guerra fredda, non sarebbe più utile al contenimento di quello che era stato il principale avversario geopolitico. Ma è utile e necessario il suo rovesciamento? È utile o necessario che gli Stati Uniti abbandonino la tradizionale politica di “ambiguità strategica” nei confronti di Taiwan, cui viene promessa assistenza militare ma non fino al punto di un intervento armato al suo fianco?

Di cosa parliamo in concreto? Del fatto che per la prima volta gli Stati Uniti hanno ammesso la presenza di consiglieri militari a Taiwan per addestrare l’esercito taiwanese, che hanno aumentato la fornitura di caccia e missili a medio raggio (puntati sulla Cina continentale) e che l’Ufficio di rappresentanza culturale a Taipei (non un’ambasciata in senso proprio perché gli Stati Uniti — ancora — non riconoscono Taiwan) è oggi la seconda più grande sede diplomatica americana (la prima è Baghdad). E del fatto che ormai regolarmente vengono condotte esercitazioni congiunte tra i due eserciti.

Sono tutte mosse che hanno allarmato la dirigenza cinese che in risposta ha intensificato i movimenti della sua flotta e il sorvolo da parte dei suoi bombardieri nello spazio aereo e nelle acque territoriali dell’isola, nei confronti della quale si sono intensificati gli avvertimenti di Pechino a non sorpassare la “linea rossa” della proclamazione dell’indipendenza. Movimenti di truppe e di mezzi che, al di là delle intenzioni, potrebbero provocare un incidente con gravi conseguenze. (Preoccupa ad esempio la notizia fornita dal Pentagono secondo la quale un sottomarino americano in navigazione al largo della Cina avrebbe urtato un “oggetto non identificato” con danni al mezzo e alle persone.)

Ma non solo Taiwan. Sempre in funzione anti-cinese gli Stati Uniti hanno rinsaldato le alleanze nella regione, prima con la fornitura, assieme al Regno Unito, di sottomarini nucleari all’Australia, poi rivitalizzando il cosiddetto Quad, un’intesa per la sicurezza militare con India, Australia e Giappone e, sul versante dell’intelligence, la struttura denominata dei “Cinque occhi” che collega i paesi anglofoni (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda). Si tratta di iniziative, da una parte e dall’altra, preoccupanti che potrebbe rapidamente portare ad una escalation con conseguenze devastanti anche in caso di conflitto limitato e convenzionale. Il timore è che entrambi i contendenti principali — Cina e Stati Uniti — più i loro alleati nella regione finiscano intrappolati in una spirale di provocazioni e di ritorsioni fino alla guerra aperta, come tante volte è successo nella storia moderna. 

Ci sarebbero da combattere ben più importanti sfide strategiche, come la pandemia (questa e le probabili future) e il riscaldamento del pianeta che le due maggiori economie del mondo potrebbero affrontare insieme invece di pensare ai giochi di guerra del passato. Possiamo solo sperare che Biden e Xi Jinping ci ripensino. © RIPRODUZIONE RISERVATA