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Ricerca, biosicurezza e “dual use”: oggi il buon senso non basta più e i codici etici sono da rivedere

di Italia Libera   
Ricerca, biosicurezza e “dual use”: oggi il buon senso non basta più e i codici etici sono da rivedere

L’esperienza di una ricercatrice “giramondo” davanti alle domande delle università in ebollizione dopo il pogrom del 7 ottobre e la reazione di Israele. Spesso il mondo accademico si rivela incapace di trovare e dare — a chi protesta — risposte sensate, che si fondino su basi solide e inconfutabili sul duplice uso, civile e militare, delle ricerche scientifiche: da internet ai droni, all’intelligenza artificiale. Una prima cosa utile è individuare le domande giuste e trovare le risposte più adatte ripercorrendo una esperienza accademica “sul campo” di grande interesse, prolungata nei decenni. È quanto propone propone ai nostri lettori Maria Lodovica Gullino in questo “viaggio nel tempo” che non è solo personale: da borsista squattrinata a fitopatologia di fama internazionale su ricerca pubblica e privata, dual use, plagio…

◆ La riflessione di MARIA LODOVICA GULLINO

► Stiamo vivendo tempi difficili, in cui i venti di guerra, a cui le generazioni dai boomers in poi non erano abituate, pongono problemi nuovi. In particolare, la situazione che si è venuta a creare in Israele dopo il 7 ottobre 2023, ha suscitato e sta creando in tutte le Università, italiane e straniere, reazioni e proteste anche violente. Stiamo purtroppo osservando che spesso il mondo accademico si rivela incapace di trovare e dare — a chi protesta — risposte sensate, che si fondino su basi solide e inconfutabili. Questa situazione  turba molto chi come me è stata ed è tuttora un ricercatore giramondo, che avendo lavorato in tanti paesi, collaborando con studiosi di tutto il mondo, crede in un mondo senza barriere, e mi spinge a qualche considerazione su alcuni aspetti etici con cui mi sono confrontata. E provo a condividere con i lettori di “Italia Libera” una specie di viaggio nel tempo, che prima di tutto serve a me stessa a rivivere, con gli occhi di oggi, i tanti aspetti etici con cui, volente o nolente, consapevole o no, mi sono confrontata.

Primi anni 1980.  Appena laureata, sono stata catapultata da una tranquilla routine Saluzzo-Torino, con parentesi londinesi per coltivare l’inglese, in una girandola di viaggi di studio. Gli aeroporti di Caselle, Linate e Malpensa sostituirono il rassicurante piazzale della Satip (società di pullman, o, meglio corriere, che servivano il tragitto Saluzzo-Torino per noi studenti) e capienti Sansonite rimpiazzarono il borsone pieno di viveri con cui, da studente, ogni settimana raggiungevo Torino. Ebbene, a quei tempi, quando partivo, all’andata, la mia Sansonite era rigorosamente divisa in quattro scomparti: abiti (pochi, considerata la mia innata attitudine allo shopping), libri e materiale da lavoro (non avevamo ancora il portatile), saluzzesi (deliziosi dolci di cioccolato al rhum) e poi, via via che mi integravo nella città di Torino, i mitici gianduiotti di Peyrano prima e di Gobino poi. L’ultimo settore, il più importante, veniva religiosamente riempito, con imbottitura di protezione, di tubi di colture fungine che mi portavo dietro per lavorarci nei laboratori stranieri in cui ero ospitata. Cosa che a quei tempi si faceva tranquillamente, perché serviva a noi ricercatori per scambiare, in modo molto pratico e veloce, colture di agenti fitopatogeni di cui eravamo esperti. Una cosa del genere oggi sarebbe una violazione della legge. Aspetti di biosicurezza, volti a prevenire l’ingresso di nuovi e potenzialmente pericolosi parassiti delle piante in aree geografiche in cui essi non sono presenti, oramai da diversi anni impongono la messa in atto di misure molto stringenti, regolate dalla normativa internazionale, per lo scambio di materiale vegetale. 

Ritornando a quegli anni, ricordo un episodio avvenuto nel 1981, all’aeroporto di Schiphol (Amsterdam). Era il mio periodo olandese.  Nei viaggi di ritorno dall’Olanda al posto dei ceppi fungini in valigia trovavano posto flaconcini contenenti i principi attivi di una serie di fungicidi con cui stavo lavorando. Mi occupavo, infatti, di resistenza ai fungicidi. Di fatto erano tante polverine bianche. La Klm aveva premiato quel giorno la mia fedeltà alla compagnia aerea con un up-grading in business, cosa del tutto inusuale per una borsista squattrinata quale ero ai tempi. Mi trovavo all’imbarco, in mezzo a veri businessmen olandesi, con il mio gonnellone e gli zoccoletti che allora tanto amavo, quando scattò nei miei confronti un controllo. Cercavano droga e perquisirono tutto il mio bagaglio a mano, smontando perfino un ombrello pieghevole. E mentre mi controllavano, tra gli sguardi non così amichevoli dei miei compagni di viaggio, io pensavo alle polverine bianche presenti nella mia valigia: se mai le avessero trovate non sarebbe certo stato facile giustificarne la presenza senza le dovute analisi. Oggi anche questi trasporti di materiali chimici non sono più possibili senza dichiarazioni ben precise.

Sempre in Olanda, nel 1981, al mio arrivo nel laboratorio di Fitopatologia della Wageningen University, mi sono subito confrontata con un tema ora di grande attualità. Avevo vinto, infatti, una borsa di studio finanziata da Nato e Consiglio Nazionale delle Ricerche, per svolgere un progetto di ricerca sulla resistenza ai fungicidi. Subito, al primo coffee-break, alcuni ricercatori olandesi mi avvicinarono chiedendomi come mi sentissi ad essere finanziata dalla Nato. Confesso di essere rimasta stupita dalla domanda: io ero così felice e orgogliosa di avere vinto la mia borsa di studio! Come si permettevano costoro di metterla in discussione? Quella sera stessa cercai di capirne di più e venni a conoscenza dell’avversione che, già a quei tempi, alcuni nutrivano verso la Nato, soprattutto nel nord Europa. Mi documentai e imparai, grazie al mitico zio Piero, ricercatore a Bethesda (Usa), una lezione, che mi ha accompagnato per tutta la vita: è importante che chi ti finanzia, chiunque sia (agenzia di ricerca, settore pubblico o privato) sostenga il tuo progetto, la tua idea e ti permetta di realizzarla al meglio. Senza alcuna imposizione. E senza, da parte del ricercatore, alcun interesse/vantaggio personale. Ecco, a ripensarci oggi, quella domanda posta dal ricercatore olandese fu importante, perché mi pose subito di fronte a un problema che non conoscevo e che non mi ero mai posto

Più avanti nel tempo, mi sono trovata più volte ad affrontare questo tema. Infatti, già alla fine degli anni 1980-inizi anni 1990, il mio spirito pratico e l’esigenza profondamente sentita di risolvere problemi concreti mi ha portata a collaborare con il settore privato (aziende agricole, consorzi, industrie agrochimiche). Anche questo è un aspetto molto critico e ampiamente dibattuto. D’altra parte, soprattutto in ambito tecnico-scientifico, non è possibile restare chiusi nella propria torre d’avorio. Senza un confronto costruttivo con il mondo delle imprese, si rischia di spendere il proprio tempo a fare ricerche poco utili o su tematiche superate. A mio modesto parere, anche in questo delicato ambito, è sempre importante non perseguire interessi personali, portando sempre i progetti e le collaborazioni alle Istituzioni in cui si opera. Le partnership pubblico-privato permettono ai ricercatori di affrontare problemi concreti, consentono alle imprese di accedere a strutture di ricerca non facilmente realizzabili al loro interno. E, cosa non indifferente, permettono di accelerare il trasferimento tecnologico a chi opera nel settore. Ma i potenziali rischi che possono essere correlati a queste collaborazioni, a cominciare dalla protezione dei dati fino allo sviluppo di brevetti, devono essere ben chiari ai ricercatori, pubblici e privati. 

Fine anni 1990. L’intensa frequentazione delle Università americane mi aveva fatto appassionare al tema della biosicurezza, di cui abbiamo già detto e, soprattutto, dell’agroterrorismo, cioè del potenziale uso malevolo di parassiti delle piante per colpire e danneggiare le colture o derrate di un paese (o di un privato) nemico. Fu allora che venni a conoscenza di un nuovo acronimo: Durc (Dual use research of concern). Anche in questo caso mi documentai e mi resi conto di quanti risultati delle ricerche, perfino nel nostro campo, possano essere utilizzati con finalità diverse. Il tema mi appassionò e mi spinse ad approfondimenti, attraverso tutta una serie di letture interessanti. Vale la pena citare che qualche anno dopo questo stesso acronimo venne utilizzato in Italia per un documento di tipo fiscale, a garanzia della regolarità contributiva. Oggi questo tema diventa di attualità nelle nostre Università in cui spesso il cosiddetto dual use viene utilizzato come motivazione per boicottare le convenzioni di ricerca con Israele. Ma a ben pensarci, quasi tutto, perfino un martello, può essere utilizzato con finalità diverse da quelle per cui è stato disposto.  Certamente vale la pena di riflettere e fare attenzione (come ci ha ricordato il 15 giugno Francesco Tuccari sul “Corriere Torino”). Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la ricerca civile rivela spesso solo in un secondo tempo i suoi possibili impieghi militari e viceversa. Internet che tutti quanti utilizziamo (e che ha cambiato le nostre vite) deriva dalla ricerca militare. I droni, noti per gli impieghi militari, sono utilissimi in agricoltura. Che dire poi dell’intelligenza artificiale, che può essere utilizzata con finalità diverse! Ecco, su questi temi oggi serve una riflessione

11 settembre 2001. Questa data storica ha segnato un cambiamento nella vita di tutti noi. Quel giorno mi trovavo in viaggio da Torino a Milano per un incontro tra i ministri dell’Ambiente italiano e cinese. Nelle ore che seguirono i tragici attentati, insieme con un collega del ministero dell’Ambiente, che viaggiava anche più di me, ci siamo resi conto di quanto la vita di quelli come noi da quel triste giorno sarebbe cambiata. Certamente mai più ceppi fungini o prodotti chimici in valigia, viaggi sempre più complicati, grande attenzione nell’accogliere nei nostri laboratori colleghi provenienti da paesi considerati “a rischio” e tante misure tese a proteggere i dati. In sintesi, un clima meno sereno e una diffidenza desueta a chi si occupa di ricerca

Che dire, alla fine di questo viaggio nel tempo?  Purtroppo, salvo rare eccezioni, come ho già detto, quasi tutte le Università italiane e straniere si sono fatte trovare impreparate a rispondere alle domande di chi oggi protesta, sollevando comunque temi su cui serve una riflessione. Resta il fatto che ci sono argomenti (ricerca pubblica e privata, dual use, plagio…) che devono essere affrontati con serenità e fermezza. Senza dimenticare che le nostre Università si sono dotate da tempo di codici etici, che forse andrebbero rispolverati, aggiornati e ripassati (dai ricercatori).    

Non possiamo nascondere il fatto che talora sono, purtroppo, tollerate situazioni ambigue: ricercatori che si sono macchiati di casi conclamati di plagio fanno parte di Commissioni sulla ricerca dei loro Dipartimenti o addirittura di Commissioni Asn, per la  valutazione nazionale di loro colleghi. Che dire, poi, della tendenza di molti, troppi, di pubblicare i risultati delle proprie ricerche su riviste cosiddette “predatorie”, ben note e addirittura catalogate, ma spesso scelte da chi preferisce non sottoporre i propri risultati a valutazioni più serie da parte di riviste più tradizionali? Che dire di chi mette in atto attività di vendita/svendita di veri e propri asset delle Università (ceppi di collezioni fungine, solo per fare un esempio) per fare cassa, senza tenere conto che questo materiale biologico, che tra l’altro, come abbiamo detto prima, andrebbe gestito secondo norme ben precise, sarà utilizzato da privati per svolgere attività che dovrebbe/potrebbe svolgere il pubblico? Che dire della  presentazione dello stesso progetto a più Enti finanziatori, talora a costi diversi, senza neppure spostare una virgola? Molti di questi aspetti, ben noti a chi ha molti anni di attività sulle spalle, andrebbero forse meglio approfonditi almeno nell’ambito dei programmi dei dottorati di ricerca, in modo che i ricercatori non si trovino così impreparati di fronte alle domande degli studenti

Questi pochi esempi, di fatto, evidenziano la necessità di rivedere un po’ i codici etici e soprattutto, credo, di formare meglio i ricercatori e gli studenti, su aspetti etici che stanno diventando rilevanti e, forse, non più risolvibili con il semplice buon senso.

di Italia Libera   
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