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Quali misure per far fronte all’emergenza climatica. Tra indizi di catastrofe e segnali di speranza

di Italia Libera   
Quali misure per far fronte all’emergenza climatica. Tra indizi di catastrofe e segnali di speranza

Siamo ancora in tempo per un cambio di marcia che ci permetta di salvare il pianeta? Gli impegni presi dalla comunità internazionale per ridurre drasticamente i gas serra sono finora disattesi. L’aumento della temperatura globale nel giugno scorso è stata di 1,05 gradi in più della media del XX secolo, vicino a quel 1,5 gradi in più che è considerato il limite che assolutamente non si dovrà superare. Ci sono segnali drammatici, come l’enormità degli incendi in Canada, e le loro conseguenze a migliaia di chilometri di distanza. Ma anche segnali di speranza, come il probabile superamento, nel prossimo anno, delle fonti rinnovabili sul carbone nella produzione dell’energia elettrica. C’è una strada in salita, ma è una strada possibile

L’analisi di GIANNI SILVESTRINI, direttore scientifico Kyoto Club

QUESTI ULTIMI MESI hanno visto una successione di eventi climatici estremi che hanno indotto alcuni a pensare di essere di fronte ad una accelerazione climatica. In Canada, incendi da record hanno costretto più di 120 mila persone a lasciare le proprie case, devastando più di 10 milioni di ettari, quattro volte la superficie della Sicilia, con un aumento del 1.100% rispetto alla media decennale. Il fumo degli incendi si è spostato per migliaia di chilometri fino a soffocare città come New York. La temperatura globale a giugno è stata di 1,05 °C al di sopra della media del XX secolo, rendendolo il giugno più caldo; inoltre, nei mesi di aprile, maggio e giugno la temperatura superficiale degli oceani ha raggiunto livelli record, fatto molto preoccupante. Il 4 luglio si è visto un picco mai registrato secondo l’Organizzazione Metereologica Mondiale ed è probabile che anche questo sarà un mese eccezionale. E si potrebbe continuare con altri eventi estremi, come le alluvioni in Emilia Romagna, Giappone, India, Cina, Africa

La prima pagina de “L’Osservatore romano” del 20 luglio 23 recita inequivocabilmente «Clima. Emergenza globale». A fronte di questa preoccupante progressione, qual è stata l’evoluzione delle emissioni? Nel 2022, la Co2 derivante dalla combustione dei fossili e dalla produzione di cemento ha raggiunto il livello di 36,1 miliardi di tonnellate, il 62% in più rispetto ai livelli del 1990, anno utilizzato come riferimento fin dai tempi del Protocollo di Kyoto. Naturalmente, l’evoluzione delle emissioni è stata molto diversificata nei diversi continenti. La Ue, per esempio, ha visto un taglio del 30,4% tra il 2021 e il 1990; in realtà questa percentuale andrebbe corretta perché non si tiene conto delle emissioni legate alla produzione di manufatti importati (in larga parte in Cina).

In Italia, nel 2019 a fronte di 340 milioni di tonnellate di Co2 prodotte, considerando anche la Co2 incorporata nelle merci importate (e decurtando il piccolo contributo di quelle esportate), le emissioni salirebbero a 450 milioni di tonnellate, cioè il 32% in più. Come è noto, per evitare i peggiori impatti del cambiamento climatico e preservare un Pianeta vivibile, l’aumento della temperatura globale non dovrebbe superare la soglia di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Attualmente, la Terra è già di 1,1 °C più calda di quanto non fosse alla fine del 1800 e le emissioni continuano ad aumentare. Per mantenere il riscaldamento globale a non più di 1,5 °C – come previsto dall’Accordo di Parigi del 2015 – le emissioni devono essere ridotte del 45% entro il 2030 e raggiungere lo zero netto entro il 2050.

Gli impegni assunti dai governi fino ad oggi sono però di gran lunga inferiori a quanto richiesto. Gli attuali piani climatici nazionali porterebbero ad un aumento dell’11% delle emissioni globali di gas serra entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010. Insomma, la situazione sembrerebbe, ed è, estremamente preoccupante. Ci sono però dei segnali positivi determinati dal rapido crollo dei prezzi di alcune tecnologie, dal fotovoltaico, all’eolico, alle batterie. La produzione elettrica di Sole e vento cresce esponenzialmente e ha superato quella del nucleare. Quest’anno gli investimenti nel solare hanno addirittura sorpassato quelli della estrazione di petrolio. Secondo la prudente Agenzia Internazionale dell’Energia nel 2024 la produzione elettrica delle rinnovabili per la prima volta dovrebbe superare quella del carbone, divenendo così il primo attore sulla scena elettrica mondiale.

Anche passando alla mobilità, i segnali sono molto interessanti. Nel 2023 verranno vendute globalmente 14,5 milioni di auto elettriche. In Germania, ormai più di un quinto delle auto vendute appartiene alle auto elettriche. Malgrado queste importanti novità nelle dinamiche della decarbonizzazione, sembra altamente improbabile che l’evoluzione tecnologica da sola possa impedire un esito catastrofico dell’emergenza climatica. Si estende, anche tra gli economisti, la riflessione sulla necessità di modificare un modello economico che, come per una bicicletta, ha bisogno di correre/crescere sempre. Tra i tanti che si stanno esercitando ad esplorare strade nuove segnalo i contributi di Tim Jackson, con “Prosperità senza crescita” e il recente “Post crescita. La vita oltre il capitalismo”.

Anche nel saggio “Sole Vento Acqua” di Federico M. Butera, appena pubblicato da Manifestolibri, vengono approfonditi gli aspetti non tecnici della transizione energetica, con una particolare attenzione al passaggio dall’economia lineare a quella circolare. Si può obiettare che la forza d’inerzia dell’attuale modello di sviluppo rende particolarmente difficili avviare modifiche strutturali. La presenza di interessi consolidati, pensiamo al mondo dei fossili, comporterà infatti una forte resistenza. Ed è la stessa dinamica del consumismo a rendere complesso il cambio di marcia, proprio questo dato impone di sottolineare l’importanza anche dei cambiamenti comportamentali, degli stili di vita.

Va però considerato il fatto che l’emergenza climatica rappresenta una novità assoluta nello sviluppo economico degli ultimi due secoli. La sfida riguarda i tempi di risposta. La comprensione che per evitare esiti catastrofici occorrerà limitare le emissioni dei gas climalteranti si estenderà progressivamente, e in un arco temporale “sostenibile”, anche al mondo delle multinazionali e dei governi più insensibili?

Gli impatti sempre più devastanti e le migrazioni climatiche di massa rappresentano uno scenario probabile, a meno di una reale revisione di un modello economico insostenibile. La domanda è se avremo il tempo necessario per il cambio di marcia. Una trasformazione che deve comportare un atteggiamento molto diverso rispetto all’attuale nei confronti dei paesi più svantaggiati. Alla CoP15 nel 2009 i paesi industrializzati avevano deciso che dal 2020 avrebbero destinato 100 miliardi di $ l’anno al mondo in via di sviluppo per favorire la decarbonizzazione e la difesa dagli eventi estremi. In realtà, il “Climate Finance Shadow Report 2023” di Oxfam, pubblicato a giugno, mostra che mentre i donatori affermano di aver mobilitato 83,3 miliardi $ nel 2020, il valore reale impegnato è stato di soli 24,5 miliardi $. Quale dovrebbe essere il contributo del nostro Paese? Per il Think Tank Ecco, l’Italia è molto indietro su questo fronte, parliamo di 4 miliardi $ l’anno. Secondo il suo cofondatore, Luca Bergamaschi, «oggi l’Italia spende, attraverso rapporti bilaterali con paesi in via di sviluppo, lo 0,22% del reddito nazionale lordo. Di questi soldi solo un quinto è speso per interventi relativi ai cambiamenti climatici. Noi proponiamo di portare la spesa per cooperazione allo 0,5% del Reddito nazionale lordo entro il 2025 e allo 0,7% entro il 2030. La Germania già oggi è allo 0,7%. Non solo: suggeriamo anche di innalzare al 50% la quota destinata a combattere i cambiamenti climatici».

Ma torniamo all’emergenza che stiamo vivendo. Rileggendo il pezzo, mi sono chiesto se il taglio non fosse troppo catastrofista. Poi mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Giampaolo Visetti pubblicato su “la Repubblica” del 20 luglio, dal titolo “Grande caldo, l’allarme di Hervé Barmasse: le Alpi muoiono, rischiamo una guerra per l’acqua”. La famosa guida del Cervino, di fronte al disastro dei ghiacciai che anno dopo anno si frantumano e fondono, lancia un messaggio: «Se vogliamo salvare la vita umana dobbiamo metterci tutti in cordata e fare una vera rivoluzione verde». Le alte montagne sono come il canarino usato nelle miniere di carbone per rilevare la presenza del micidiale grisou. L’impegno contro la crisi che avanza deve diventare centrale nelle politiche dei vari paesi, in particolare in Europa dove l’avanzata delle destre negazioniste e frenanti rischia di mettere in discussione l’impegno per il Green Deal. © RIPRODUZIONE RISERVATA

di Italia Libera   

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