Pubblicità e informazione: se l’acqua si inquina, nessuno la beve più. E il giornalismo muore 

Pubblicità e informazione: se l’acqua si inquina, nessuno la beve più. E il giornalismo muore 

Annunci a pagamento e marketing sfacciato si mischiano con le notizie e confondono il lettore. L’indipendenza dei giornalisti scompare se la mescolanza viene proposta perfino dalla nave ammiraglia della Rcs. Come potranno resistere testate più deboli, se il “Corriere della Sera” mischia le carte, e pubblica (affiancata a una pagina redazionale) il manifesto sui meriti, veri o presunti, di un uomo politico senza che al lettore vengano ricordate le condanne penali e i discutibili comportamenti morali? Il vaso è tracimato e i comitati di redazione non hanno le armi per difendere il muro (come lo chiamano al “New York Times”) fra notizie e pubblicità, ma il frullatore avvelenato va fermato. È ora di indignarsi

L’analisi di VITTORIO ROIDI
LA PREOCCUPAZIONE CRESCE, è ora di indignarsi e di reagire. La commistione fra pubblicità e informazione giornalistica tocca vertici allarmanti. Non solo annunci a pagamento e marketing sfacciato che si mischiano con le notizie e confondono il lettore. C’è dell’altro. La pagina di propaganda a pagamento, sul “Corriere della Sera” di giovedì 20 gennaio, che inneggiava alle qualità di Berlusconi ed era stata posta accanto a quella redazionale che esponeva le posizioni di Salvini e della Meloni, a quattro giorni dalle elezioni per il Capo dello Stato, ha dimostrato quale livello di ambiguità abbiano raggiunto le aziende editoriali. Il direttore Fontana, che per legge è comunque responsabile di ciò che viene pubblicato, ha osservato che tutte le regole erano state rispettate. Ma è un terreno inaccettabile, sul quale può scivolare qualsiasi tentativo di difendere l’autorevolezza di un grande quotidiano.

Tutti dicono che la salvezza del giornalismo deve poggiare sulla qualità del prodotto che un editore offre ai lettori. Ma davanti a queste scelte o a questi errori (ammesso che di ciò si sia trattato) è evidente che lo sforzo di professionalità e di serietà delle redazioni possono risultare inutili. L’indipendenza dei giornalisti che fine fa se questa è la mescolanza che viene proposta perfino dalla nave ammiraglia della Rcs? Come potranno resistere testate più deboli, se il “Corriere” mischia le carte, se pubblica il vistoso manifesto in cui si espongono i meriti, veri o presunti, di un uomo politico senza che al lettore vengano anche ricordate le condanne penali e i discutibili comportamenti morali?

All’interno dei quotidiani americani è in corso una battaglia durissima, affinché i criteri di lavoro degli uomini che dirigono la pubblicità e il marketing non prevalgano su quelli che devono applicare i giornalisti. Jill Abramson, prima donna chiamata a dirigere il “New York Times”, ha raccontato in un bellissimo libro i suoi scontri con l’editore Sulzberger e con i responsabili commerciali del giornale. Licenziata in tronco – pur avendo fuso la redazione di carta e quella on line – ha scritto: «Non ero disposta a sacrificare i miei punti etici per esigenze commerciali… non pensavo che il cambiamento tecnologico dovesse comportare un cambiamento di valori» (“Mercanti di verità”, Sellerio). Di questo si deve discutere: fino a che punto si possono dimenticare i principi professionali a vantaggio delle finalità commerciali? 

La pubblicità è ormai il sostegno principale di quasi tutti gli strumenti di informazione. Con i ricavi delle copie digitali si cerca di recuperare il minore incasso delle edicola e degli abbonamenti. Pur di fare soldi si fabbricano nuovi prodotti (inserti, fascicoli, supplementi); si cercano altre entrate (eventi, libri). Chi più ne ha più ne mette anche se talvolta rischia di far dimenticare la “missione base” del giornale di inquinare il suo messaggio. In più si chiedono ai giornalisti (con o senza le loro firme) prestazioni ben lontane dalle ragioni per le quali sono stati assunti e dai doveri che la professione comporta.

Fino a dove è lecito arrivare? Le regole attuali portano date antiche. Il primo protocollo concordato con la Federazioni degli editori è del 1988. I paletti stabiliti nel contratto nazionale di lavoro e nei codici etici (il giornalista non può fare pubblicità; per questa devono essere usati caratteri, titoli e impaginazioni che rendano ben separati i due diversi messaggi) sono ancora valide ma non bastano. Internet ha squassato il pianeta. Oggi chi fa i titoli segue indicazioni ideate da algoritmi ricavati dalle abitudini dei lettori e finalizzate a conquistare i primi posti nelle videate sui social. Trucchi o truffe? Silvano Rizza insegnava, nei titoli, a usare l’esca, per incuriosire abilmente il lettore. I buoni professionisti lo sanno fare, ma basta aprire Google per trovare annunci falsi, vere furfanterie, imbrogli perpetrati con astuzia, notizie annunciate che non arrivano. Raggiri che nessuno condanna o tanto meno sanziona. 

Il vaso è colmo, anzi è già tracimato. I comitati di redazione non hanno le armi per difendere il muro (come lo chiamano al “New York Times”) fra notizie e pubblicità, ma bisogna fermare questo frullatore avvelenato. Ben vengano annunci a pagamento, ma i giornalisti se ne tengano lontani, perché se l’acqua si inquina poi nessuno la beve più. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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