“Polexit” e Gruppo di Visegrad: la lotta alla crisi climatica può spaccare l’Unione Europea?

“Polexit” e Gruppo di Visegrad: la lotta alla crisi climatica può spaccare l’Unione Europea?

Il Green Deal Europeo traccia la strada della lotta alla crisi climatica, puntando sulle energie rinnovabili, ma i paesi ex comunisti vogliono seguire altre strade. Nell’ultimo meeting del Gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Slovacchia), il nucleare è stato indicato come pilastro della transizione energetica per chiudere le centrali a carbone. Il governo polacco punta tutte le carte sull’energia atomica, benché il paese sia stato il terzo più colpito dal disastro di Chernobyl, e guida un fronte interno europeo che rallenta le politiche green del Continente. Fino a quando regge la corda?

 L’analisi di COSIMO GRAZIANI
LO SPETTRO DELLA “Polexit” aleggia sui cieli europei da qualche giorno. Al di là della linea Oder-Neisse, la Corte costituzionale locale ha sentenziato che la carta costituente ha la primazia sui trattati europei, e molti si sono chiesti se davvero Varsavia sia sul punto di staccarsi dal blocco dei 27. La risposta dovrebbe essere negativa, ma quello che si può in tutta onestà affermare è che il governo polacco negli ultimi anni non ha fatto niente per placare queste voci, anzi. Dall’indipendenza dei giudici, passando per la crisi migratoria, fino alla sentenza di sue settimane fa, in questa triste lista entra anche la crisi climatica e la gestione dell’ambiente. In molte statistiche le città polacche primeggiano per la pessima quantità della loro aria. La causa principale è una: l’uso del carbone come fonte primaria di energia (il 75% dell’elettricità del paese è prodotta così), che però secondo le direttive europee deve essere sostituito da fonti rinnovabili per far fronte alla crisi climatica. 

Il piano dell’Unione Europea è il ben noto European Green Deal (Egd) redatto dalla Commissione Europea per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 per rendere successivamente tutto il continente “a zero emissioni” entro il 2050.  Ovviamente, il piano passa per la sostituzione dei combustibili fossili (carbone in primis) con lo sviluppo e l’utilizzo delle energie rinnovabili. Sebbene tutti i paesi siano nella sostanza d’accordo con il piano europeo, l’unico ad essere contrario è la Polonia che vede nel piano una minaccia alla sua sicurezza energetica. 

Jonathan Elkind e Damian Bednarz, del Center on Global Energy Policy della Columbia University, fanno notare che la Polonia si trova tra due paesi, Russia e Germania, che non rappresentano delle alternative sostenibili alla sicurezza energetica per il paese, un po’ per ragioni pratiche, un po’ per ragioni storico-politiche. Nel caso polacco, quindi, la sicurezza energetica serve a ribadire la sua sovranità rispetto alle interferenze esterne provenienti sia da singoli stati, sia dall’Unione Europea.

Come altri paesi europei, la Polonia ha un suo piano energetico che segue gli obiettivi internazionali. Si chiama Energy for Poland e ha come obiettivo temporale il 2040. Il piano è stato aggiornato nel 2020, quando le direttive europee sono state solo parzialmente introdotte. La strategia però ha due falle: è diventata una giustificazione per la richiesta di altri fondi provenienti da Bruxelles e basa la transizione energetica sull’energia nucleare. Per quanto riguarda i fondi, il Recovery Fund dell’Unione Europea dovrebbe soddisfare le richieste di Varsavia, ma la procedura di approvazione è bloccata per la deriva autoritaria del governo polacco. Per quanto riguarda il nucleare, il problema è di più ampio respiro. 

Nell’ultimo meeting dei ministri dell’ambiente del gruppo di Visegrad, il ministro polacco Kurtyca ha dichiarato che il nucleare potrebbe diventare il pilastro della transizione ecologica perché «fornisce energia indipendentemente dalle condizioni metereologiche» e «il suo impatto ambientale è comparabile a quello delle rinnovabili». Considerato che all’incontro partecipavano anche i ministri dell’ambiente bulgaro e romeno, la decisione del governo di perseverare nel nucleare lo pone in prima linea di un fronte interno europeo che rischia di far rallentare tutte le politiche ambientali continentali. Un Egd basato su una fonte del genere, anche limitata ad alcuni stati, non è concettualmente sostenibile, visto che il nucleare ha delle ripercussioni sull’ambiente (scorie) e sulle società (perenne timore che eventi geologici compromettano la sicurezza di una centrale, per non parlare poi del limitato periodo in cui le centrali rimangono in funzione). 

Il problema è che all’interno del gruppo di Visegrad anche Repubblica Ceca e Ungheria hanno deciso di intraprendere questa strada. Nel caso di Budapest ha poi già suscitato critiche dai paesi vicini come l’Austria, visto che il nuovo impianto, che dovrebbe entrare in funzione tra circa 15 anni verrebbe costruito in una zona sismica. Il fronte che guiderebbe la Polonia è il fronte dei paesi che sfidano Bruxelles in maniera costante con una politica incentrata sul nazionalismo (si guardi il caso della Bulgaria sull’allargamento alla Macedonia del Nord). Una linea dura tenuta da questi paesi anche sul cambiamento climatico dividerebbe l’Unione su un tema particolarmente sentito tra tutti i membri, minando ancora più la legittimità delle istituzioni in quei paesi. Non una scusa per uscire dall’Ue, ma per creare una spaccatura interna tale da renderla un’anatra zoppa su un tema di assoluto rilievo internazionale. Fino a quanto può essere tirata ancora la corda? © RIPRODUZIONE RISERVATA