Pineta Dannunziana di Pescara in cenere: prima del fuoco c’è stato l’abbandono

Pineta Dannunziana di Pescara in cenere: prima del fuoco c’è stato l’abbandono

Documentato dalla Stazione ornitologica abruzzese lo stato di abbandono del Parco identitario della città. Venticinque ettari di storia civile e naturale divorati dalle fiamme in poche ore di Libeccio alimentate dalla mancata cura dell’area protetta. Gli ambientalisti inviano una diffida al sindaco: dovrà pulire ciò che resta della riserva e dare attuazione al Piano di prevenzione. Il primo cittadino Carlo Masci, per tutta risposta, manda un suo addetto stampa a filmare la conferenza in cui Augusto De Sanctis documenta, foto alla mano, quello che è scampato al fuoco. Metodi da Minculpop

L’articolo di LILLI MANDARA, da Pescara

TIRAVA UN FORTISSIMO LIBECCIO e il termometro superava i 40 gradi ma a scatenare l’incendio dei 25 ettari della pineta dannunziana a Pescara lo scorso primo agosto sono stati quasi sicuramente l’incuria, l’abbandono, i rifiuti lasciati a marcire, gli alberi caduti e i mucchi di legna secca: le fiamme hanno trovato una specie di red carpet fatto di legna, tantissima legna abbandonata lì da anni che ne ha agevolato il percorso, fornendo al fuoco alimento e vigore. 

La denuncia è della Stazione ornitologica abruzzese che ha documentato con foto (che pubblichiamo in questa pagina) e filmati le condizioni di degrado di ciò che è rimasto dei 53 ettari di riserva, smentendo con i fatti ciò che il sindaco Carlo Masci andava ripetendo da quel maledetto giorno, e cioè che la riserva proprio in quanto riserva non poteva essere toccata, neppure dagli interventi di pulizia e manutenzione, a causa dei vincoli.

Augusto De Sanctis ha però trovato documenti che affermano l’esatto contrario e cioè che lo stesso Comune di Pescara nel 2020 aveva inviato un Piano di prevenzione del rischio di incendi boschivi alla Regione che prevedeva le iniziative da mettere in atto sia per la prevenzione che per l’intervento in caso di necessità. Come l’attivazione di gruppi di volontari con corsi di formazione, l’installazione di telecamere, l’informazione alla popolazione con le istruzioni in caso di emergenza, diradamento degli alberi e pulizia delle vegetazione spontanea, potenziamento dei punti di prelievo dell’acqua. Erano previsti persino punti di avvistamento. Nel piano poi si suggeriva di prestare massima attenzione ai giorni più rischiosi, quelli col vento e il gran caldo e alla fascia oraria 10-17, proprio quella in cui si è sviluppato l’incendio. 

Tutte buonissime intenzioni rimaste sulla carta, come se l’Abruzzo non avesse avuto già i suoi disastri, le sue tragedie annunciate. Come Rigopiano, quando a causa di una valanga 29 persone rimasero seppellite sotto le macerie di un hotel: dopo la tragedia, dopo il disastro, dopo che tutto era già irrimediabilmente accaduto, si corse disperati a mettere pezze e a promettere rimedi. Come per l’incendio del Morrone, nella Valle Peligna, 1400 ettari di boschi distrutti nel 2017, la disperazione, il terrore, gli animali bruciati, le case minacciate, i paesaggi inceneriti e spettrali, i luoghi sacri del papa eremita Celestino profanati nei giorni della Perdonanza. Tante inchieste, tantissime passerelle ma ancora nessun colpevole. 

Anche nel caso di Rigopiano doveva esserci una Carta Valanghe che però era rimasta chiusa nel cassetto. Anche per il Morrone la Regione aveva approvato un mese prima un piano per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi. Un vero e proprio stato di allerta rimasto scolpito solo su quelle pagine: di fatto il 2017 era stato un anno di sperimentazione per la prevenzione degli incendi grazie alla riforma Madia con cui il corpo forestale era confluito nell’arma dei carabinieri. Ma a parte le delibere, i piani e le buone intenzioni, non fu approntato nulla e persino i due Canadair intervenuti a spegnere le fiamme arrivarono dal Marocco e altri due dalla Francia. 

Quattro anni dopo la stessa storia. E a Pescara, con l’allerta meteo e il vento che tirava fortissimo, il fuoco rappresentava un rischio concreto. A fermarlo non c’erano volontari né squadre di volontari e neppure telecamere. «Rifuti, alberi caduti sulle recinzioni e rimasti sospesi senza alcun intervento, mucchi di legna secca accatastati in diversi punti anche vicino ad abitazioni, staccionate e bacheche danneggiate, buche pericolose per i passanti, piante alloctone che stanno prendendo il sopravvento sulla vegetazione propria della Pineta: basta fare una passeggiata nelle aree aperte al pubblico per toccare con mano lo stato di abbandono della Pineta dannunziana e l’assenza di una gestione adeguata ad un’area protetta», racconta De Sanctis. 

Non è certo che le condizioni delle aree distrutte fossero le stesse ma è certo che il Comune di Pescara dai primi istanti della tragedia ha tentato di mettere le mani avanti sostenendo che nelle riserve non si può intervenire. La cattiva coscienza però lo ha tradito: la notte successiva al sopralluogo degli ambientalisti (sopralluogo di cui era stata data notizia), e prima della loro conferenza stampa di ieri, il sindaco ha fatto rimuovere un tronco di albero caduto su una recinzione, una specie di “albero sospeso”. «A testimonianza ulteriore — chiosa De Sanctis — che volendo si può e si deve intervenire».

Alla fine gli ambientalisti hanno inviato una diffida al sindaco: dovrà pulire ciò che resta della riserva e dare attuazione al Piano di prevenzione. Lui, per tutta risposta, ha mandato un addetto stampa a filmare la conferenza all’aperto tenuta dalla Stazione ornitologica. Metodi da Minculpop. © RIPRODUZIONE RISERVATA