Parco archeologico del Colosseo: l’uva dei Cesari torna ad ornare il Colle Palatino

Parco archeologico del Colosseo: l’uva dei Cesari torna ad ornare il Colle Palatino

I contadini la chiamavano “uva pane”, Plinio il Vecchio “Pantastica”. La direttrice Alfonsina Russo e Gabriella Strano, architetto paesaggista del Parco, hanno deciso di mettere a dimora viti della varietà Bellone dove c’era la Vigna Barberini. Tracce di vigne maritate resisteranno sui colli di Roma fino agli inizi del 1900, prima che il romanico fervore del ventennio fascista le spazzasse via come se non avessero mai fatto parte del paesaggio cittadino. Assieme alle viti e agli orti svettavano ulivi e piante di fico; questi ultimi discendenti forse da quel primigenio Ficus Ruminalis molto diffuso sulle rive del Tevere, tra i cui rami s’impigliò la cesta con Romolo e Remo raccattati proprio tra i rami di quel fico dal pastore Faustolo. A settembre si farà la prima vendemmia e tornerà in bottiglia il celebrato vino “cacchione”

L’articolo di PINO COSCETTA
MEZZO ETTARO DI UVA “cacchiona”, la stessa che Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis Historia” definiva “Pantastica” e dai contadini veniva chiamata “uva pane” perché appunto col pane la mangiavano, da aprile è tornata ad ornare il Colle Palatino come ai tempi di Plinio. A compiere il miracolo la direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, che assieme a Gabriella Strano, architetto paesaggista dello stesso Parco, hanno deciso di mettere a dimora viti della varietà Bellone nello stesso posto dove fino alla fine del 1800 insisteva la Vigna Barberini. La parte tecnica è toccata all’azienda vinicola Cincinnato di Cori che ha materialmente realizzato la nuova vigna sul Palatino.

In tutte le mappe antiche della città, le vigne e gli orti attorno al Colosseo trovavano degna accoglienza. In quella dedicata a Benedetto XIV dall’umilissimo servo Giambattista Nolli nel 1744, appare nel quinto foglio; in quella precedente di una ventina di anni di John Senex del 1721, verdeggia in ordinati filari poco distante dal convento di San Bonaventura. A dire il vero, tracce di vigne maritate appaiono ancora nelle ottocentesche foto dedicate agli orti del Palatino che resisteranno fino agli inizi del 1900, prima che il romanico fervore del ventennio fascista le spazzasse via come se non avessero mai fatto parte del paesaggio cittadino. 

Con buona pace degli architetti del Duce che partendo dalla via dell’Impero ridisegnarono i Fori, lì, tra Campo Vaccino e il Palatino, assieme alle viti e agli orti svettavano ulivi e piante di fico; quest’ultimi, magari, discendevano da quel primigenio Ficus Ruminalis molto diffuso sulle rive del Tevere, tra i cui rami s’impigliò la cesta con Romolo e Remo raccattati proprio tra i rami di quel fico dal pastore Faustolo. A testimoniarlo è ancora una volta Plinio il Vecchio segnalando sul Palatino la presenza di  …ficus, olea et vitis.

Tutta l’area tra il Palatino e l’Aventino è ricca di testimonianze storiche che parlano di agricoltura. Non a caso la plebe in contrasto con il potere costituito, sull’esempio di Cincinnato, per protesta lasciava la città ritirandosi tra le vigne dell’Aventino che allora si poteva considerare aperta campagna. Certo l’Aventino non era paragonabile ai Prata Quinctia di Cincinnato, ma poteva bastare a dare forza alla loro sdegnosa protesta che, solitamente, veniva raggirata da abili oratori come Menenio Agrippa (leggi il famoso apologo dello stomaco e delle braccia, che fregò ancora una volta la plebe a favore dei Patrizi). Siccome la storia raramente insegna, altri aventiniani a noi più vicini, dopo il delitto Matteotti, ci riprovarono facendo il gioco di Mussolini. 

Ma torniamo alla bella iniziativa del Parco del Colosseo. La scelta piantata di uva “cacchiona” del Palatino, 360 giovani viti, a settembre conoscerà la sua prima modesta vendemmia e dalle sue uve tornerà in bottiglia il celebrato vino “cacchione”. E qui, a scanso di equivoci, si richiede una doverosa precisazione. Scomodando il celebre motto dell’Ordine della Giarrettiera “honni soit qui mal y pense”, sarà bene ricordare che il termine “cacchio” sta per grappolo, e l’uva Bellona essendo celebre per le vistose dimensioni dei suo grappoli venne per questo ribattezzata dai romani in “uva cacchiona”. Liberato il campo da pruriginosi qui pro quo, non ci resta altro da fare che aspettare la vendemmia per dare il bentornato all’uva amorevolmente coltivata a quattro passi dal Colosseo. © RIPRODUZIONE RISERVATA