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Non c’è solo Stresa. Sicurezza, questa sconosciuta nel Paese ferito da infortuni e disastri

di Italia Libera   
Non c’è solo Stresa. Sicurezza, questa sconosciuta nel Paese ferito da infortuni e disastri

La tragedia del Mottarone e i ripetuti infortuni sul lavoro reclamano azioni pressanti per salvaguardare il diritto alla vita sui luoghi di lavoro e nell’esercizio dei servizi pubblici. Da metà maggio si è insediata  una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Accelererà la costituzione di una Procura nazionale specializzata e con competenza estesa a tutto il Paese? Cinque proposte per un’Italia più sicura

L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO, magistrato /  

SULL’ONDA DEGLI INFORTUNI e dei disastri che anche in questi giorni hanno ferito il nostro Paese (dalla morte della ventiduenne stritolata a Prato da un orditoio, al decesso di quattordici persone lungo la seggiovia di Stresa), pressante è l’esigenza di promuovere concrete azioni vuoi normative, vuoi organizzative, che salvaguardino il diritto alla vita nei luoghi di lavoro in applicazione delle leggi già disponibili. Non di rado esse sono sconosciute ai troppi inesperti intervenuti nel dibattito pubblico, a partire dalle norme che già oggi puniscono severamente il committente in caso di violazioni antinfortunistiche consumate negli appalti e subappalti. 

A scanso di prevedibili delusioni magari dopo intempestivi entusiasmi, la speranza è che la dirompente crisi della giustizia penale proprio nel settore della sicurezza sul lavoro induca a creare una Procura nazionale altamente specializzata e con competenza estesa a tutto il Paese. Ed è pure necessario rafforzare gli organici e le professionalità di tutti i servizi di vigilanza, non solo dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, le cui attribuzioni in materia di sicurezza sul lavoro sono al momento limitate.

ll 12 maggio di quest’anno si è costituita la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Il 17 dicembre 2020, alla Presidente del Senato, è stato comunicato il disegno di legge n. 2052 d’iniziativa del senatore Iulio Valerio Romano e altri, volto a istituire una Procura nazionale del lavoro. Risalente, ma significativa, fu la proposta di legge n. 4709 presentata alla Camera dei Deputati dall’on. Sebastiano Fogliato e destinata a creare la Procura nazionale della Repubblica nel diverso settore della lotta contro le frodi nel settore agroalimentare.

Molteplici sono le finalità di una nuova organizzazione giudiziaria. Ne indico qualcuna: 

1. Svolgere finalmente in tutto il Paese azioni sistematiche e organiche di prevenzione in ordine ai problemi che maggiormente insidiano la sicurezza sul lavoro, anche traendo spunto dalle tragedie ormai consumate (qual è oggi lo stato di sicurezza delle funivie in Italia?). 

2. Affrontare le tragedie che continuano a verificarsi nel nostro Paese con indagini rapide e incisive del tipo di quelle effettuate in poco più di due mesi nel caso ThyssenKrupp da magistrati non più bravi di altri, ma specializzati, anche mediante atti non usuali nell’ambito dei procedimenti aventi per oggetto infortuni o malattie professionali, come la perquisizione all’interno dei computer e supporti informatici o dei server accessibili dalle sedi aziendali, o come consulenti tecnici scelti immediatamente con il retaggio di una pregressa esperienza sulle loro capacità e sulla loro neutralità e utilizzati già in riunioni periodiche sia per sollecitare indicazioni utili per lo svolgimento delle indagini, sia per far comprendere le esigenze probatorie, sia per garantire coerenza e scambio di informazioni, sia per accelerare il deposito delle consulenze e magari di relazioni interlocutorie.

3. Porre rimedio all’attuale, fuorviante frammentazione delle indagini su situazioni analoghe quando non identiche che si verificano in diversi luoghi del territorio nazionale. Mi riferisco, anzitutto, ai casi più eclatanti di malattie professionali che si verificano tra i lavoratori di aziende facenti capo alla medesima società o al medesimo gruppo, e, dunque, a casi che non coinvolgono soltanto una circoscritta zona territoriale (ma un discorso analogo deve essere svolto con riguardo a questioni concernenti disastri o violazioni antinfortunistiche). Ogniqualvolta esplode un’emergenza del genere, si avverte la necessità di una gestione unitaria del caso. E invece accade che ogni singola Procura della Repubblica o addirittura non valuti proprio il fenomeno, o valuti autonomamente un solo aspetto del fenomeno, non abbia il quadro d’insieme, e non sia, pertanto, in grado di approfondire il fenomeno nella sua globalità. In tal modo, ogni Procura delta Repubblica esamina un pezzetto della storia complessiva, e non ha la possibilità di ricomporre le diverse tessere in un mosaico coerente.

Il risultato è che di rado riusciamo a cogliere le effettive cause e le reali dimensioni del fenomeno, non sempre riusciamo a comprenderne le ripercussioni profonde sulla salute, troppo spesso le effettive responsabilità rimangono avvolte nel mistero. Come stupirsi allora se, ad esempio, le indagini sui tumori professionali occorsi a lavoratori di stabilimenti della stessa società esercenti la medesima attività e situati in diverse parti del territorio italiano si chiudano in una zona con la condanna e in altre zone nemmeno si aprano o finiscano con un ‘archiviazione?

4. Istituire un irrinunciabile punto di riferimento per i molteplici organi di vigilanza operanti in Italia: dalle Asl all’Ispettorato nazionale del Lavoro, dai vigili del fuoco ai servizi tecnici creati presso amministrazioni pubbliche quali le forze armate e le forze di polizia, purtroppo ancora oggi dotati di una “giurisdizione domestica” pur criticata già nel 2018 dalla Commissione parlamentare sull’uranio impoverito sotto la presidenza dell’on. Gian Piero Scanu. Attualmente, la miriade di organi di vigilanza favorisce lo sviluppo di applicazioni delle norme di sicurezza non collimanti e non diffuse su tutto il territorio nazionale, con palesi ricadute negative in danno vuoi dei lavoratori, vuoi delle imprese. Utile sarebbe una presenza istituzionale che dia risposte concrete ai molteplici dubbi sorti nell’interpretazione e applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro. 

5. Porre fine all’attuale, larga disapplicazione della responsabilità amministrativa delle stesse imprese a causa della scarsa consuetudine dei pubblici ministeri e degli ispettori con le norme vigenti in materia e con i complessi accertamenti da svolgere caso per caso. Una responsabilità, si badi, che non solo comporta sanzioni temibili (come addirittura l’interdizione dallo stesso esercizio dell’attività o il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione), ma che non patisce alcune criticità che invece frenano ogni giorno di più la responsabilità penale tipo la prescrizione. Quante volte, ad esempio, capita che la Cassazione annulli per intervenuta prescrizione la condanna di datori di lavoro, ma confermi la condanna della società. Perché già oggi e senza necessità di nuove norme sulla prescrizione la richiesta di rinvio a giudizio della società intervenuta entro cinque anni dall’infortunio interrompe il corso della prescrizione e lo sospende fino alla pronunzia della sentenza che definisce il giudizio.

È troppo immaginarsi che la dirompente crisi della giustizia penale proprio nello specifico settore degli ambienti di lavoro induca ad andare oltre le indicazioni date dal pur meritorio Pnrr? © RIPRODUZIONE RISERVATA

di Italia Libera   
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