Noi e le elezioni: «Fuori dal coro, stiamo al da farsi: la Destra è più scoperta delle natiche del Patriarca»

Noi e le elezioni: «Fuori dal coro, stiamo al da farsi: la Destra è più scoperta delle natiche del Patriarca»

La Meloni e i suoi sodali — quello che proponeva l’uscita dalla Nato e fatica a sdoganarsi dal corposo abbraccio di Putin e il vegliardo puttaniere — vanno inchiodati a quello che non saprebbero fare. In primis, sulla nuova economia e la nuova società che vanno costruite per far fronte all’incalzare impietoso del Climate change. E poi, sulle poche idee, ma confuse, sulle quali nessun Paese moderno è in grado di reggere: dall’ennesimo salmodiare “flat tax” — Salvini che mima l’autorevolezza è peggio di Don Abbondio, che è almeno consapevole che “il coraggio non te lo puoi dare” — all’arcaismo “bielorusso” di un governo Confindustria più Eni, al voler amputare un corpo sociale che cresce quando crescono e sono tutelati i diritti. A cominciare dal lavoro. Se serve ripetere, ripetiamoci sulle cose che vanno fatte davvero

La lettera di MASSIMO SCALIA
Caro Direttore,

penso che il riferimento culturale comune per i lettori e i giornalisti di Italia Libera possa essere l’Illuminismo: il parlare alla ragione invece che alla pancia o peggio. Agnizione infelice, visti gli oltre due secoli di bastonature inferte dalle successive ondate di Romanticismo — a quante siamo arrivati, alla quinta o alla sesta? — alle quali va riconosciuto, tra l’altro, l’aver contribuito ad aprire i cancelli alle varie forme di nazionalismo, populismo e sovranismo, “sturm und drang” a gogò a livello diencefalico. Però, per resistere, è utile tenere in mente alcune illuminate massime dei “padri fondatori”. Lasciamo perdere D’Alembert, un po’ palloso con quel suo incredibile sapere scientifico, e veniamo all’arguta intelligenza di Voltaire (Francois Marie Arouet per gli amici). Oddio, non ci voleva magari un QI superiore a 190, così è stato quotato, per esortare: “Calunniate, calunniate. Qualcosa resterà”, che nella versione buonista di Oscar Wilde è divenuta: “Parlate anche male di me, ma parlatene”. Su cui si avventò lustri fa pure Berlusca. E non l’ha più mollata.

Ora, possibile che dopo questi ammonimenti storici il nostro giornale sia uscito, a ripetizione, sulla Meloni? Non basta l’enorme battage che già le riservano, inevitabilmente, tutti i media? Vogliamo portare anche noi il nostro modesto contributo? Un improbabile tentativo di salita (altrui) sul carro del vincitore facendo le mosse di esecrarlo?

Anche sul merito c’è poi da ridire, come avrebbe detto Re Carlo tornando dalla guerra. Ripetere che la Meloni è un “fascio”, neanche troppo ben mascherato, assume il carattere di una litania come quelle che si rivolgono alla Madre del Signore. La quale però non sembra troppo disponibile, impegnata com’è per la conversione della Russia, stando ai pastorelli di Fatima. Poveraccia!

Arguta, giorni fa, la Senatrice Segre, con la sua “innocente” richiesta alla Meloni di rinuncia alla fiamma di Almirante, che sia o meno in vetreria di Murano. Però, mentre detta da lei, una volta, la cosa ha un senso profondo, politico e umano, farne invece un leit motiv politico, con tutte le varianti agevolmente pensabili, ricadrebbe nel caso precedente di inefficace litania. Perdonami la ripetizione, direttore, ma avevo già espresso l’idea che più che bastonarla sulle sue riluttanze, la Meloni e i suoi sodali — quello che proponeva l’uscita dalla Nato e fatica a sdoganarsi dal corposo abbraccio di Putin e il vegliardo puttaniere —, vanno inchiodati a quello che non saprebbero fare, il condizionale è ancora legittimo e meno angosciante del futuro. In primis, sulla nuova economia e la nuova società che vanno costruite per far fronte all’incalzare impietoso del Climate change. Ben centrato, en passant, l’intervento del Senatore Girotto. E poi, alle poche idee, ma confuse, sulle quali nessun Paese moderno è in grado di reggere: dall’ennesimo salmodiare “flat tax” — Salvini che mima l’autorevolezza è peggio di Don Abbondio, che è almeno consapevole che “il coraggio non te lo puoi dare” — all’arcaismo “bielorusso” di un governo Confindustria più Eni, al voler amputare un corpo sociale che cresce quando crescono e sono riconosciuti e tutelati i diritti. A cominciare dal lavoro. Insomma, se ci dobbiamo ripetere, ripetiamoci sulle cose che vanno fatte assolutamente. E sulle quali la Destra è più scoperta delle natiche del Patriarca, steso a terra per il troppo vino.

C’è poi un’altra cosa, che non riguarda tanto il nostro giornale. O non solo. Il gagliardo clamore antifascista evocato dalla leader di FdI non è, di per sé, una patente di “Sinistra”. Temo che i “giovanotti” che oggi rampano intorno ai 60 anni si sono persi, per motivi anagrafici, i conati del “cambiare lo stato presente delle cose”, la soggettività del pensarsi “avanguardia rivoluzionaria”, la necessità di una teoria su Economia, Società e Futuro. E tutto l’orgoglio con cui è stata per decadi proposta come prassi politica, il coraggio del confronto e dello scontro su di essa, sulle sue interpretazioni. Per avere una lente con cui leggere la realtà, in tutti i suoi aspetti e in tutta la sua complessità, al fine di modificarla. Questo era “Sinistra”. Deludenti invero i risultati, quelli della mia generazione, intendo, ma se “Sinistra” è un mondo in cui i deboli siano difesi, i diritti di tutti abbiano voce e vengano rispettati, più una carrettata di ideologia, beh, allora meglio Bergoglio. Più continuità, più coerenza e, soprattutto, una tribuna “universale”. E anche più attenzione alla crisi ambientale. Allora, un Bergoglio più incazzato con i padroni sommato all’antifascismo, “cioè” oggi all’antimelonismo? Mah. È certo però che continuare a volteggiare sull’ideologia, sulla “sovrastruttura” Meloniana rimanda a un’altra considerazione teorica, un po’ più recente di quella volterriana. Ma come, ancora “una” teoria, madre di una sola verità, proprio nella società liquida dove ogni Narciso ha ragione?

Caro Direttore, a fronte delle esibizioni, talvolta, di certezze da “società solida” con annessa ideologia, valga richiamare un indiscusso campione di quella società, Marx, che ammonisce (riprendendo l’espressione filosofica del suo maestro Hegel): “L’ideologia altro non è che coscienza infelice”. 
«È compito della sapienza parlare, ed è privilegio della saggezza ascoltare» (Oliver Wendell Holmes Sr.): per un giornale analitico come il nostro, la lettera di Scalia è uno sprone in più ad attenerci rigorosamente ai fatti, ancorati alla realtà dal sapere onesto del giornalismo civile. Grazie Massimo. — (Igor Staglianò) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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