Natura e sostenibilità ambientale: le esigenze dell’Homo sapiens e dell’Homo insipiens

Natura e sostenibilità ambientale: le esigenze dell’Homo sapiens e dell’Homo insipiens

Chi glielo dice ai giapponesi che la devono far finita con la caccia alle balene? E chi dice a Bolsonaro che sta maciullando la riserva d’aria dei suoi (e nostri) figli e nipoti? Qualcuno spiega agli indonesiani che sostituire la foresta del Borneo con sterminate piantagioni di palma da olio non è proprio così “sostenibile” come vorrebbero farci credere? Qualcuno pensa che sia “sostenibile” distribuire torri eoliche urbi et orbi sui crinali appenninici attraversati dalle rotte migratorie che gli uccelli percorrono da migliaia di anni? Ecco perché ci tremano i polsi al sentir parlare di processi e decreti di semplificazione nelle valutazioni di impatto o incidenza ambientale

L’analisi di GIORGIO BOSCAGLI, Società Italiana per la Storia della Fauna / 

QUANTI SONO QUELLI che riflettono sul significato biologico del concetto di “sostenibilità”? del quale sentiamo continuamente riempirsi la bocca parlamentari, ministri, giornalisti, conduttori televisivi, baristi, casalinghe, filosofi e capitani di industria; tutti indiscutibili e autoreferenziali amanti della Natura? Fino a quando si sorvolerà amabilmente sul significato reale di questo termine, evitando di approfondire? … perché altrimenti….ci mettiamo paura e il business va a rotoli? Sarebbe interessante predisporre una sorta di questionario a risposte multiple, da distribuire a vastissima scala, per avere una idea più precisa del “chi pensa cosa” in tema di sostenibilità ambientale. Ancora più stimolante sarebbe ottenere un quadro relativo di “a cosa si è disposti a rinunciare in cambio di una reale sostenibilità?”.

Nel variegato panorama ambientalista (del quale faccio parte) c’è addirittura chi disquisisce sul possibile conflitto fra indirizzi conseguenti alla “sostenibilità” e principi della democrazia (interpretata e declinata a suffragio dei propri convincimenti). Probabile testimonianza di una assai limitata conoscenza delle dinamiche ecosistemiche, specialmente di quelle zoologiche. Non voglio pontificare, ovvero non pretendo assolutamente di essere il proponente di una verità incontrovertibile sul concetto, ma la mia esperienza professionale e di vita mi permettono di abbozzare qualche considerazione sul tema.

I parchi (nazionali e regionali) italiani sono stati istituiti – tutti, con qualche brandello di eccezione – su territori piuttosto antropizzati, ma che conservavano (e conservano) quote di ambiente naturale tali da richiedere/permettere l’elaborazione di strategie di convivenza fra uomo-abitante ed ecosistemi. C’è però da considerare la differenza fra le esigenze di Homo sapiens e quelle di Homo insipiens, specie quest’ultima nella quale si annoverano moltitudini di amministratori della cosa pubblica (e pure qualche pseudo-ambientalista) che, per un opportunistico senso del politically correct, pensano di potersi e doversi accodare alla schiera dei “sostenitori della sostenibilità” senza capirci nulla. 

Gli ecosistemi sono in perenne evoluzione, i loro equilibri sono dinamici; le esigenze della grande fauna (quella della quale mi sono occupato per una vita) mutano al mutare delle stagioni, delle condizioni del popolamento, dei rapporti con altre specie animali e vegetali, delle interazioni con le attività umane (tanto più quando esse sono diffuse e pervasive). Non si può dire all’orso che il sentiero battuto per anni alla ricerca di fonti alimentari, oppure verso il sito della tana di letargo, all’improvviso verrà tagliato da un bell’impianto di risalita. O da una nuova strada di collegamento pomposamente definita “infrastruttura indispensabile allo sviluppo socio-economico delle popolazioni locali”. L’orso non capirebbe. E in un parco – assai più che altrove – si tratta di definire le priorità! 

Ma naturalmente ciò non vuole neppure dire che i parchi li si può istituire solo dove Homo non c’é. Ovvero questo lo si può fare in zone dove la densità umana è estremamente bassa e il territorio a disposizione estremamente integro. Vedasi, anche per dimensioni, molti parchi nordamericani [nota 1], oppure della sterminata Russia [nota 2]. Altrove, come da noi, si deve necessariamente andare (e ci vorrebbero poderose sensibilità e robuste competenze tecnico-scientifiche) verso la famosa elaborazione di strategie di convivenza Homo/Natura. Questo è (o dovrebbe essere) il compito di chi un parco lo gestisce. Ecco perché battiamo così spesso il pugno sulla grancassa delle competenze quando parliamo di presidenti, direttori e personale dei parchi.

È pensabile che in un parco caratterizzato da centinaia di specie di uccelli manchi una squadra di ornitologi? E chi quel parco lo presiede o lo dirige può essere scelto fra soggetti che non distinguono un falco pescatore da un’anatra? Con quali strumenti (a parte la convenienza politica) queste figure valuteranno la fattibilità (“sostenibilità”?) di interventi proposti o richiesti dai cittadini-abitanti o dalle amministrazioni locali? Gli equilibri ecologici sono delicatissimi e non raramente, per capire in che misura un intervento sull’ambiente può metterli in discussione, ci vorrebbero anni di monitoraggio; quantomeno un paio per mettere a confronto cicli biologici di annualità climatiche diverse. Quanti hanno contezza di tutto ciò? Ecco perché ci tremano i polsi al sentir parlare di processi e decreti di semplificazione quando si parla di valutazioni di impatto o incidenza ambientale [nota 3].

A livello internazionale stiamo assistendo a una sorta di fulminazione sulla via di Damasco da parte di molti leader (tutti?) delle nazioni più evolute del mondo. Tuonando in coro: …. “sostenibilità” prima di tutto. Ma chi glielo dice ai giapponesi che la devono far finita – una volta per sempre – con la caccia alle balene (per carità: sostenibile!)? E chi dice a Bolsonaro che sta maciullando (sostenibilmente!) la riserva d’aria dei suoi (e nostri) figli e nipoti? Qualcuno spiega agli indonesiani che sostituire la foresta del Borneo con sterminate piantagioni di palma da olio non è proprio così “sostenibile” come vorrebbero farci credere? E ancora, per restare in casa: qualcuno pensa che sia “sostenibile” distribuire torri eoliche urbi et orbi sui crinali appenninici attraversati dalle rotte migratorie che gli uccelli hanno identificato nel corso di migliaia di anni? © RIPRODUZIONE RISERVATA