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Le bugie sul Clima hanno le gambe lunghissime. E sono molto ben pagate: vanno avanti da trent’anni

di Italia Libera   
Le bugie sul Clima hanno le gambe lunghissime. E sono molto ben pagate: vanno avanti da trent’anni

Per la prima bugia fu messo sul tavolo «un contratto del valore di mezzo milione di dollari all’anno, circa 850.000 sterline al giorno d’oggi. Il cliente che avrebbe pagato la cifra era la Global Climate Coalition (GCC), che rappresentava le industrie del petrolio, del carbone, dell’auto, dei servizi pubblici, dell’acciaio e delle ferrovie. Era alla ricerca di un partner per la comunicazione che cambiasse la narrativa sul cambiamento climatico», scrive Bbc News. La bugia sul Clima ha una data di nascita e anche un padre: E. Bruce Harrison. È l’inizio dell’autunno 1992. Harrison è un professionista stimato nell’ambito delle pubbliche relazioni sui temi dell’ambiente. È in una sala affollata da dirigenti d’azienda, e a un tratto si alza. Tiene un discorso sconvolgente. Poi si risiede e la più grande bugia inizia a camminare per il mondo

L’articolo di LAURA CALOSSO
ESTATI TORRIDE, FUSIONE dei ghiacciai, eventi atmosferici estremi. Eppure qualcuno nega ancora l’evidenza. Perché? È vero che la Terra da sempre vede l’alternarsi di fasi calde e fredde, ma perché negare la notevole responsabilità delle attività umane nella deriva climatica che stiamo vivendo? La risposta potrà sorprendervi. Al contrario del famoso detto popolare, le bugie non hanno affatto le gambe corte, anzi, ci sono bugie che hanno gambe lunghissime, in grado di attraversare i decenni. 

La bugia sul Clima ha una data di nascita e anche un padre: E. Bruce Harrison. È l’inizio dell’autunno 1992. Harrison è un professionista stimato nell’ambito delle pubbliche relazioni sui temi dell’ambiente. È in una sala affollata da dirigenti d’azienda, e a un tratto si alza. Tiene un discorso sconvolgente. Poi si risiede e da quel momento la più grande bugia sul Clima inizia a camminare per il mondo.

Cosa aveva detto Harrison nel suo discorso? Aveva negato la rilevanza delle fonti fossili (petrolio, carbone, gas etc.) nel riscaldamento del pianeta. Perché? In ballo — come segnala un articolo della BBC [leggi qui]—  «c’era un contratto del valore di mezzo milione di dollari all’anno, circa 850.000 sterline al giorno d’oggi. Il cliente che avrebbe pagato la cifra era la Global Climate Coalition (GCC), che rappresentava le industrie del petrolio, del carbone, dell’auto, dei servizi pubblici, dell’acciaio e delle ferrovie. Era alla ricerca di un partner per la comunicazione che cambiasse la narrativa sul cambiamento climatico».

Per quale ragione era necessario modificare la narrativa ambientale? Facciamo un passo indietro. «La GCC era stata fondata solo tre anni prima, nel 1989, come forum per i membri aderenti», spiega la BBC: «serviva per scambiare informazioni e fare pressione sui politici contro le azioni per limitare le emissioni di combustibili fossili. Sebbene gli scienziati stessero compiendo rapidi progressi nella comprensione del cambiamento climatico, e il problema fosse sempre più sentito da diventare una questione politica, nei primi anni di attività, la coalizione GCC non vedeva motivi di allarme. Il Presidente George HW Bush era un ex petroliere e, come disse un lobbista senior alla BBC nel 1990, il suo messaggio sul clima era il messaggio della GCC».

Questo orientamento politico garantiva che non ci sarebbero state riduzioni obbligatorie nell’uso dei combustibili fossili. Ma l’impostazione del discorso, a metà 1992 era cambiata. A giugno, la comunità internazionale aveva sviluppato un disegno per l’azione sul clima, a Rio de Janeiro dal 3 al 14 s’era svolto il primo Summit dell’Onu sulla Terra, con tutti i capi di Stato e di governo. Le elezioni presidenziali di novembre avevano portato alla Casa Bianca l’ambientalista Al Gore in veste di vicepresidente di Bill Clinton. Era chiaro che la nuova amministrazione avrebbe cercato di regolamentare i combustibili fossili. A questo punto, la  coalizione GCC si rese conto di aver bisogno di un supporto strategico per la comunicazione, e indisse una gara d’appalto per le pubbliche relazioni. Proprio quella gara, ambitissima per il denaro dell’ingaggio, venne vinta dalla società di Harrison col suo abile intervento nell’assemblea dei dirigenti d’azienda. 

«La storica dei media Melissa Aronczyk, che ha intervistato Harrison prima della sua morte nel 2021, dice che era un perno strategico per i suoi clienti. Si assicurava che tutti avessero la stessa visibilità. Era un maestro in quello che faceva», anche se quel che faceva pare non essere, per così dire, ineccepibile. Secondo la BBC, Harrison, che operava già dal 1973 (dopo aver frequentato il sottobosco politico-affaristico di un senatore dell’Alabama) «aveva all’attivo una serie di campagne per alcuni dei maggiori inquinatori degli Stati Uniti. Aveva lavorato per l’industria chimica screditando la ricerca sulla tossicità dei pesticidi, per l’industria del tabacco, e aveva condotto una campagna contro l’inasprimento delle norme sulle emissioni per le grandi case automobilistiche. Harrison aveva costruito uno studio di relazioni pubbliche considerato fra i migliori del suo paese».

È evidente che la bugia riguardo all’uso delle fonti fossili pesa tutt’oggi, così come la propaganda che nega un ruolo dell’umanità  nell’accelerazione del riscaldamento globale. Tutto questo impedisce di trovare soluzioni valide, e ci condanna a un futuro molto difficile. La dimostrazione che ci sono interessi contrastanti nel limitare i danni umani al pianeta riguarda anche il consumo del suolo. Il nuovo rapporto Snpa 2022 di Ispra  è allarmante. In un anno la copertura artificiale del suolo con il cemento è aumentata di quasi 70 chilometri quadrati. Il cemento, a livello nazionale, ricopre il suolo per complessivi 21.500 chilometri quadrati, e il 25% del “suolo consumato” è ricoperto da edifici, pari a 5.400 chilometri quadrati, ovvero un territorio grande quanto l’intera Liguria.

Secondo il rapporto, esistono soluzioni possibili per rimediare al danno crescente: ci sono oltre 310 chilometri quadrati di edifici non utilizzati e degradati in tutta Italia, una superficie pari all’estensione di Milano e Napoli. La rigenerazione delle aree potrebbe partire da lì. Dai dati sembra però che non ci sia volontà di risolvere: nel periodo 2006-2021 l’Italia ha perso 1.153 chilometri di suolo naturale o seminaturale, in media 77 chilometri quadrati all’anno. Ciò ha prodotto un danno economico stimato  intorno agli 8 miliardi di euro. Secondo Ispra i dati peggiorano a causa dell’espansione urbana e delle trasformazioni collaterali che rendono il suolo impermeabile, con conseguente aumento degli allagamenti, delle ondate di calore estremo, della perdita di aree verdi e della biodiversità.

Eppure, nonostante i danni evidenti, il problema climatico continua a essere invisibile a molti. E la bugia dalle gambe lunghissime da cui siamo partiti? Per Al Gore, come riporta l’articolo di Jane McMullen su BBC News, essa è «l’equivalente morale di un crimine di guerra. Per molti versi è il crimine più grave del secondo dopoguerra, in ogni parte del mondo. Le conseguenze di ciò che hanno fatto sono quasi inimmaginabili». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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