La guerra di Putin: il “diagramma del cretino”, gli “inconsci” delle Nazioni e la via della pace

La guerra di Putin: il “diagramma del cretino”, gli “inconsci” delle Nazioni e la via della pace

A determinare l’intrecciarsi degli eventi, ci sono sempre più concause, ammonisce il commissario Ciccio Ingravallo dalle pagine del “Pasticciaccio”, ma la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina è difficilmente collocabile. C’è la questione gas, ma non è l’esplicito controllo su flussi e prezzi del greggio come nelle due guerre del Golfo. Né appare un contrasto etnoculturale come quello della dissoluzione della Jugoslavia. Russi e Ucraini sono storicamente molto più vicini – fin dalla Rus’ di Kiev, momento originario che divenne realtà statuale con Ivan il Terribile – di Siciliani e Altoatesini. Non intervenire ora per fare della resa di Azvostal l’occasione di un “cessate il fuoco”, passo iniziale per una difficilissima trattativa di pace, è una misura dell’esoso prezzo che la Ue paga agli interessi di Biden, non ai suoi

L’articolo di MASSIMO SCALIA

CON LA FORMALE richiesta di aderire alla Nato di due Paesi storicamente neutrali, Svezia e Finlandia, Putin ha occupato corposamente il terzo quadrante del “diagramma del cretino” del compianto professor Mario Cipolla. Quello in cui chi agisce riesce a far male a sé stesso e agli altri. Per gli altri, valgano i tragici danni agli Ucraini, ma non solo. Quanto a sé stesso, è riuscito a procurarsi un’immagine così disgustosa e una perdita di potere tale, quali difficilmente i suoi avversari sarebbero riusciti a infliggergli. Per non parlare dei danni al popolo di cui è presidente.

Che potrà accadere? Poiché l’“area del futuro” è saldamente presidiata dalla maggioranza dei commentatori, vale la pena di guardare indietro verso il perché di questa guerra. Al di là degli orrori, fortemente “atipica”. Le due guerre mondiali del secolo scorso esibivano un’importante caratteristica comune, quella di una forte crisi di sovrapproduzione conseguente alla crescente concorrenza capitalistica sul mercato e alla incapacità della domanda di far fronte a un’offerta sempre più ampia e intensa. Certo, a questo aspetto “strutturale” si sommavano le tante ragioni di orgogli nazionali o di profonde prossimità culturali, come, soprattutto queste ultime, nel caso dell’intervento degli Stati Uniti a tre anni dall’inizio della Prima guerra mondiale. 

L’orribile continuum di infinite guerre regionali a proseguire la Seconda guerra mondiale trova gran parte delle spiegazioni nel collasso dei grandi imperi, volenti o nolenti, e nella pervicace ostinazione per ricostruirli, sia pure parzialmente o come mera egemonia su mercati non ancora sviluppati, in contrasto con le forze che si erano liberate. Il controllo di risorse naturali, segnatamente quelle energetiche — ma poi anche dei minerali tecnologicamente preziosi — era ed è la base “strutturale” dei conflitti.

Certo, a determinare il “gliommero”, l’intrecciarsi degli eventi, ci sono sempre più concause, ammonisce il commissario Ciccio Ingravallo dalle pagine del “Pasticciaccio”, ma la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina è difficilmente collocabile. C’è la questione gas, ma non è l’esplicito controllo su flussi e prezzi del greggio com’era patente nelle due guerre del Golfo. Né appare un contrasto etnoculturale così forte come quello che prese tragico campo nella dissoluzione della Jugoslavia, abbondantemente aiutato dai tic della “politica delle alleanze” che aveva connotato l’Ottocento europeo. Russi e Ucraini sono storicamente molto più vicini – fin dalla Rus’ di Kiev, momento originario che divenne realtà statuale con Ivan il Terribile – di Siciliani e Altoatesini.

Ma allora, quale il motivo della guerra in Ucraina? Una lettura “para marxista”, che ne individui le ragioni strutturali, quelle del mercato e dell’economia che tutto dominano, lascia abbastanza il tempo che trova, anche se ci saranno indomabili aficionados. Prendono piede ragioni “sovrastrutturali”, politiche, ed è stato ben spiegato qui dal professor Rizzo come da tempo le guerre si facciano in realtà “per trattare”. E questo potrebbe applicarsi all’iniziale intento russo, largamente andato però fuori di mano. 

C’è anche l’idea di un nuovo “ordine mondiale”, che veda umiliato e debellato l’orso russo, per far capire bene chi comanda. E, messa sostanzialmente a tacere l’Unione Europea, per lasciar spazio al vero confronto, all’impegno sempre più marcato in una nuova guerra fredda tra Usa e Cina. Questa idea, non certo estranea al settore “falchi” del Pentagono e della politica estera Usa, è ad alto rischio. La Russia non è l’Iraq di Saddam, disegnato a colpi di righello e affidato dalla Società delle Nazioni al Regno Unito (1920), o l’Afghanistan, indipendente dal 1919, ma in balia dei signori della guerra e dell’oppio, peraltro rovinoso e sanguinoso campo d’esercitazione sia per Russi che per Americani. Già, le brucianti umiliazioni a ripetizione patite da entrambi non insegnano mai niente ai “falchi” delle due sponde.

Certo, a fronte di quella rotta di massimo rischio diventa, ahimè, quasi una preghiera che la Ue, pur soffocata dalle pressioni diverse ma concorrenti dei due imperi [leggi qui], non continui ad appiattirsi sulla Nato e, in un sussulto esistenziale, assuma iniziative che pure dovrebbe e potrebbe. E non intervenire per fare della resa di Azvostal l’occasione di un “cessate il fuoco”, passo iniziale per una difficilissima trattativa di pace, è una misura dell’esoso prezzo che la Ue paga agli interessi di Biden, non ai suoi.

Accanto ad analisi e interpretazioni politiche forse bisogna pensare, addirittura, a una sorta di psicanalisi delle Nazioni, alle pulsioni del loro “inconscio”. È certo, ad esempio, che la Germania — i Tedeschi — è stata duramente segnata dall’esperienza di tremende svalutazioni post-belliche che, nell’arco di una sola generazione, hanno obbligato due volte i sopravvissuti a caricare di marchi una carriola per comprare un filone di pane. E c’è voluto il disastro del Covid per far dirottare lo Stato e la sua Deutsche Bank dal binario rigido e demenziale dell’Austerity. 

La Nazione con il territorio più vasto del mondo — la Russia, anche dopo il crollo dell’Urss si estende tra Europa e Asia per oltre 17 milioni di kmq — soffre incredibilmente ma secolarmente della sindrome d’accerchiamento. Soprattutto, dalle guerre napoleoniche, teme l’Ovest. Un timore inverato nelle due guerre mondiali. Ma defenestra i capi che portano a sconfitte epocali, come successe a Nicola II a partire dalla disfatta nella guerra russo-giapponese (1905). 

Gli Stati Uniti hanno preso in mano lo scettro del mondo nel Primo dopoguerra, senza attendere il declino dell’impero britannico, come rende con immagine impagabile in “Momenti di gloria” la discesa dalla nave degli atleti Usa per le Olimpiadi del 1924. Mentre i lord inglesi si allenavano con coppe di champagne a certificare il superamento degli ostacoli nella corsa dei 110 metri. 

Ma anche gli Stati Uniti devono fare i conti con la forza della dottrina del Monroe (1823), che nel teorizzare “l’America agli americani” ha sempre fornito una formidabile base all’“isolazionismo”, storicamente assai arduo da superare. E quando, non per eventi globali come le due guerre mondiali, è stato superato, magari invocando la difesa della “democrazia”, ha portato alle umiliazioni del Vietnam e dell’Afghanistan, o a quel tragico coacervo di problemi insoluti che è, per noi, il Vicino Oriente. Una spada di Damocle sul governo Biden, che, anche in funzione delle elezioni “mid term”, cerca di velare la sua debolezza aizzando Nato e Ue nel conflitto tra Russia e Ucraina. 

Insomma, una vera volontà di trattativa dovrebbe tenere conto in qualche modo del voluminoso materiale rimosso, custodito nell’“inconscio” delle Nazioni. Finché una tale volontà non appare resta l’impegno morale e civile di battersi senza tregua per il “cessate il fuoco”, per una strada verso la pace. In questo percorso, l’interazione tra le pulsioni, gli “inconsci” delle Nazioni, potrebbe di fatto fornire delle vie d’uscita, in barba alle strategie “Stranamore”. Non è una gran consolazione, ma, mutuando da Milton, è “da considerare devotamente”. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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