La crescita del non-voto vista da un cittadino, mentre riparte la sarabanda parlamentare

La crescita del non-voto vista da un cittadino, mentre riparte la sarabanda parlamentare

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Dall’ultimo voto emerge che buona parte dell’astensione è costituita dai ceti meno abbienti. Le politiche di qualsiasi schieramento in questi anni hanno aumentato il divario fra ricchi e poveri. I poveri sono in aumento ed è facile pensare che aumenteranno ancora. Perché un cittadino dovrebbe andare a votare chi approva un aumento degli stanziamenti per le armi, anziché per scuola e sanità pubbliche, sempre più derelitte? Quale cittadino di destra o di sinistra sarebbe d’accordo? E di stanziare due miliardi di soldi pubblici per le olimpiadi di Cortina, ci avete pensato chi potrebbe essere d’accordo?



L’intervento di FABIO BALOCCO


NON SONO UN politologo, che tra l’altro è una figura che ritengo abbastanza inutile. Mi limito, da comune cittadino, a fare un’analisi a mente fredda di un dato che emerge con tutta evidenza dalle ultime elezioni ed è quello dell’affluenza alle urne, o meglio, al contrario, dell’astensionismo. Per farlo, userò i termini destra e sinistra molto tagliati con l’accetta. I non votanti sono passati dal 27,09 del 2018 al 36,09 attuale. Una volta alle elezioni in Italia si avevano percentuali bulgare, adesso siamo il quint’ultimo paese in Europa come affluenza alle urne. Il 20 giugno 1976, per dire, votò il 93,39 per cento degli aventi diritto, poi le percentuali iniziarono a calare progressivamente anche se non in modo sensibile. Lo scalino fu il 2008


Queste elezioni rappresentano il dato più basso mai registrato alle politiche, ancor più clamoroso se si considera l’allargamento della platea dovuto alla nuova legge che ha fatto scendere l’età per votare al Senato da 25 a 18 anni. Ma più interessante ancora è notare, piuttosto che le percentuali, i numeri assoluti; e allora ci si accorge che la destra ha preso 12,3 milioni di voti, cioè appena 150.000 in più rispetto ai 12,15 milioni delle Politiche 2018 (seppure addirittura ottocentomila in meno rispetto alle Europee del 2019). Nel complesso, quindi, emerge chiaramente che a non votare oggi sono quasi solo quelli che un tempo votavano la sinistra. Gli si può dare torto? 


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Iniziamo a ragionare sui questi numeri con una considerazione di carattere generale: quello che predicava negli anni Settanta Montanelli, di votare turandosi il naso (nel caso, era la Dc), ha dimostrato tutta la sua inconsistenza: si è semplicemente passati attraverso governi uno più inguardabile dell’altro, con rappresentanti spesso senza dignità e senza cultura, non dico politica, ma cultura tout court. Questo credo che pensi buona parte dell’elettorato. Dopodiché ormai è palese che se tu elettore voti un partito sulla base del programma che egli presenta, poi, se vincerà, quel programma diverrà carta straccia o giù di lì. A conforto di ciò, l’ex maggior partito italiano, il M5S, che su un tema essenziale come la tutela dell’ambiente è letteralmente scomparso una volta al governo, a tacere delle decisioni approvate nel suicida sodalizio del governo Draghi. 


Procediamo oltre. Magari io voto un certo candidato e quello durante la legislatura cambia casacca e va a sostenere un partito che io, elettore, mai avrei votato: anche questo non giova ad entrare nella cabina elettorale, lo ammetterete. Dall’ultimo voto emerge che buona parte dell’astensione è costituita dai ceti meno abbienti. Come dargli torto? Le politiche di qualsiasi schieramento in questi anni hanno aumentato il divario fra ricchi e poveri. I poveri sono in aumento ed è facile pensare che aumenteranno ancora. Continuiamo ancora: perché un cittadino dovrebbe andare a votare gente che approva un aumento degli stanziamenti per le armi, anziché per scuola e sanità pubbliche, sempre più derelitte? Quale cittadino, di destra o di sinistra, sarebbe d’accordo? E di stanziare due miliardi di soldi pubblici per le olimpiadi di Cortina? E quanti cittadini comuni invece sarebbero favorevoli ad una seria lotta all’evasione fiscale o ad una patrimoniale?


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Forse queste sono parole in libertà, ma io credo che nel bacino di quello che è il maggior partito italiano, quello che non va alle urne, ci siano quelli che Giuseppe Prezzolini definì “gli apoti”, cioè coloro che sono disincantati, che non li freghi più, i disillusi, e poi quelli che non si riconoscono in nessun partito, soprattutto gli ultimi, quelli senza speranza. Dopodiché mi sento di trarre anche un’altra conclusione: se addirittura non voti, non hai neanche nessuna spinta ad entrare in politica. E questo delinea uno scenario futuro di sempre meno gente che prenderà la tessera di un partito e, se lo farà, lo farà sempre più non già per tutela del bene comune ma per farsi o gli affari propri (in fondo si guadagna bene e ci si assicura una pensione) o per favorire questa o quella lobby, come accade già implicitamente in Italia ed esplicitamente negli Usa. Secondo me, questo dovrebbe preoccupare di più: lo scenario futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA