La chiacchiera sul nucleare tattico sta rendendo la bomba atomica già una cosa “normale”

La chiacchiera sul nucleare tattico sta rendendo la bomba atomica già una cosa “normale”

Sulla guerra in Ucraina è ormai già stato detto tutto e stupisce l’apparente opacità di fronte alla minaccia nucleare e alla sua attendibilità. Eppure, la marea di “attempati” giornalisti dovrebbe ricordare le decadi dell’equilibrio del terrore atomico, di quella che venne definita “deterrenza” nucleare: la capacità ammassata negli arsenali superiore a cinquanta volte quella in grado di distruggere la terra. L’assenza di ogni ipotesi di cessate il fuoco, per una trattativa da professare pubblicamente, è l’aspetto più preoccupante. Induce a ritenere che mandare allo sfracello la Russia di Putin, sfruttando contemporaneamente, in termini non solo politici ma di mercato, le divisioni indotte nella Ue dalla crisi energetica, sia l’obiettivo vero di Washington. Suona allora ipocrita la profezia sul nucleare di Putin agitata da Biden venerdì 7 ottobre in termini catastrofici, se nessun percorso, nessuna ipotesi di trattativa viene avanzata dal massimo attore in campo



L’analisi di MASSIMO SCALIA, fisico matematico


Un missile balistico indirizzato sull’obiettivo bellico

ED ECCO CHE nella scellerata guerra di Putin avanza con sempre maggior evidenza quella variabile che era stata solo citata come mera possibilità nei primi mesi del conflitto e che è divenuta invece accadimento possibile cui cercare di far fronte per impedirlo: il ricorso all’arma nucleare. È questa, se vogliamo, la prima vera novità della “guerra alle nostre porte”. Perché distruzioni materiali, eccidi, torture, innocenti al macello sono l’atroce tessuto quotidiano che ogni guerra ordisce. Che deve essere sempre denunciato e documentato, con la sobrietà, magari, che lo sottragga al “pastone” da infliggere più volte al giorno al teleutente.


È stata francamente vergognosa l’insistenza mediatica con cui si è sottolineato che questa era la prima guerra che veniva a turbare i nostri sonni dopo decenni di pace, quasi un rimprovero per quello zoticone di Putin che si è permesso di farlo. È indubbio che questa situazione fornisca incubi o patemi d’animo ai più piccoli, ma anche alle generazioni Y e Z, come vengono oggi definiti i Millennials o i nati negli ultimi venti anni; siccome, però, come è emerso anche in occasione delle elezioni politiche, la maggioranza degli Italiani ha più di 55 anni, hanno tutta l’informazione per sapere che la Seconda guerra mondiale in realtà non è mai terminata, a meno che le centinaia di conflitti che agitano da decenni quasi tutti i Continenti debbano essere retrocessi, con ottica tipicamente neocoloniale, a conflitti meramente “locali” [leggi qui]. Sufficientemente lontani da noi, insomma. Né possono comportare sconti morali le ipocrite genuflessioni al magistero pontificio quando Papa Francesco ricorda con sofferta amarezza questa “incovenient truth”.  


Sulla guerra in Ucraina è ormai già stato detto tutto e stupisce pertanto l’apparente opacità, al di là del sensazionalismo, di fronte a quello che definivo il fatto nuovo: la minaccia nucleare e la sua attendibilità. Eppure, la marea di “attempati” giornalisti dovrebbe ricordare le decadi dell’equilibrio del terrore atomico, di quella che venne definita “deterrenza” nucleare: la capacità ammassata negli arsenali superiore a cinquanta volte quella in grado di distruggere la terra. 


Una variante del “terrore atomico” fu quella delle “armi nucleari di teatro”. In questo modo veniva definita dalla Nato, in realtà proprio dagli Stati Uniti, la risposta da dare agli SS20 che nei primi anni ’80 il patto di Varsavia, cioè l’Unione Sovietica, voleva schierare ai confini della “Cortina di Ferro”: i missili Cruise, progettati per poter modificare la loro rotta e, volando “basso”, eludere radar e infrarossi rendendosi così non intercettabili. Il Tomhawak, all’epoca il più noto, poteva essere armato con esplosivo convenzionale o nucleare, non aveva bisogno di infrastrutture complicate e costava poco, 1 milione di dollari. Ma, al di là di queste technicalities, il problema vero era quale dovesse essere il “teatro” di questa guerra con uno “scambio nucleare limitato”. 


Missile RDS-10 Pioner (SS-20 Saber)

Come sempre, con munifica generosità, il “Grande Fratello” aveva pensato all’Europa, senza pestare i piedi all’“impero del male”, una sorta di regolamento dei conti tra i due schieramenti senza un coinvolgimento diretto delle, allora due, Superpotenze. Al punto che la Germania, allora Germania Ovest, fece trapelare con garbo e moderazione un suo disagio per un eventuale insediamento sul suo territorio della nuova arma, non solo perché scelte che riguardavano l’Europa venivano decise direttamente dal Pentagono, ma anche perché sarebbe diventato ancor più problematico il suo rapporto con i Paesi dell’Est europeo.


“Guerra di teatro”, “scambio nucleare limitato” furono messi in soffitta anche perché, si spera, qualcuno fece presente che cosa vuol dire in termini di distruzione di vite e di effetti radioattivi colpire aree così densamente popolate come quelle del Vecchio Continente, non benedette dalle sterminate pianure del Midwest, due strade che si incrociano, una pompa di benzina e un drugstore. E allora, a chi vendere la merce Usa se fosse stato distrutto economicamente il massimo acquirente?


Nel caso della minaccia russa contro l’Ucraina, del favoloso treno che, novello Cruise, dovrebbe trasportare l’esplosivo nucleare, valgono valutazioni se non coincidenti analoghe. Gli effetti di un’esplosione nucleare anche limitata sono noti, Hiroshima e Nagasaki furono rase al suolo da bombe che equivalevano a 12 kTon (Hiroshima), non quelle, migliaia di volte più potenti, usate fino agli anni ’80 negli “esperimenti atomici”, epifania della deterrenza nucleare. Anche per potenziali più piccoli resta una sostanziale incontrollabilità degli effetti, sia biofisici che umani e politici, che rende francamente poco credibile quella minaccia


Henry Kissinger e Le Duc Tho, I due negoziatori della pace tra Stati Uniti e Vietnam

A tutti noi penso che appaia ragionevole base la soluzione che l’Italia di De Gasperi trovò per il nostro Alto Adige. Il terrorismo irredentista continuò ancora per parecchi anni com’era inevitabile – Klotz, il “martello della Val Passiria” – nonostante l’inserimento in Costituzione dei diritti a tutela della popolazione germanofona. Ma poi, anche a seguito dell’azione della magistratura italiana, l’irredentismo si estinse liberando decenni di convivenza e prosperità. È singolare, ma forse non troppo, che questo modello di composizione pacifica di un conflitto interetnico non sia mai stato ripreso. Neanche, però, lo schema per un Paese dilaniato da una guerra e dai bombardamenti, che tra mille contraddizioni e sospetti portò alla lunga trattativa tra Kissinger e Le Duc Tho – entrambi, per questo, Nobel della pace 1973 – e al ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam del Sud.


L’assenza di ogni ipotesi di cessate il fuoco, per una trattativa da professare pubblicamente, è l’aspetto più preoccupante, che induce a ritenere che mandare allo sfracello la Russia di Putin, sfruttando contemporaneamente, in termini non solo politici ma di mercato, le divisioni indotte nella Ue dalla crisi energetica, sia l’obiettivo di Washington. E se la Ue continua a farsi mettere sotto da Washington, se gli Ucraini, non solo Zelenski, continuano coralmente a proclamare la loro volontà di vincere e cacciare via Putin il terreno per una trattativa sembra così ridotto da scomparire. Come se, poi, l’aggressione scellerata di Putin legittimasse la conquista ucraina sul campo delle aree contese dal 2014, dando una soluzione militare al problema dell’esistente maggioranza russofona


Suona allora ipocrita la profezia sul nucleare di Putin – agitata da Biden venerdì 7 ottobre in termini così catastrofici che hanno richiesto un’immediata correzione dalla portavoce della Casa Bianca –  se nessun percorso, nessuna ipotesi di trattativa viene avanzata dal massimo attore in campo. Ma, allora, quel chiacchiericcio sul nucleare di “teatro”, inattuale per l’oggi, potrebbe diventare l’estremo tentativo di uno Stranamore che non si vuole arrendere in una gestione tutta militare della crisi.


Il missile balistico “mostro” Hwasong-17, secondo Kim Jong-un può colpire qualsiasi punto degli Stati Uniti

Eurocentrici come la guerra in Ucraina ci spinge ancor di più a essere, è passata quasi in cavalleria, a proposito di minacce nucleari, l’intensa attività della Corea del Nord che in dodici giorni ha effettuato ben sei lanci di missili di varia portata, quello intercontinentale volato sopra il Giappone il 4 ottobre è quello che ha richiamato la maggior attenzione. Presto peraltro sepolta. Un “aiuto” alla Russia in difficoltà a ribadire una relativa autonomia di Kim Jong-un dalla Cina? La volontà del dittatore nordcoreano di riacquisire un ruolo internazionale proprio a cavallo fra le elezioni di Midterm americane e l’inizio, il 16 ottobre, del Congresso del Partito Comunista Cinese?  Quel che vale la pena rimarcare, lasciando agli editorialisti il cimentarsi sulle varie ipotesi, è che questa “mossa” nordcoreana evoca timori nucleari maggiori di quella russa in termini di attendibilità e probabilità. Non credo solo in me. © RIPRODUZIONE RISERVATA