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Kissinger dopo la fine della Guerra Fredda: il “principe” dell’élite globale e l’“arte della diplomazia”

di Italia Libera   
Kissinger dopo la fine della Guerra Fredda: il “principe” dell’élite globale e l’“arte della diplomazia”

Henry Kissinger fa parte a pieno di titolo di quella che lo scrittore David Rothkopf ha chiamato la “superclass”, l’élite globale che decide gli affari politici ed economici del mondo al di là e al di sopra dei governi. Un mondo in cui la maggiore potenza militare del pianeta  non può più spadroneggiare in un sistema internazionale con attori non statali, con variabili di molta maggiore complessità e una società degli stati più anarchica e più conflittuale. E gli Stati Uniti potranno fondare la loro politica estera sull’equilibrio della forza anche privo di scrupoli. Per un nuovo ordine mondiale non ideologico e pragmatico, torna in primo piano non la “scienza” delle relazioni internazionali, ma l’ “arte” della diplomazia

 ◆ L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

► Nel suo Diplomacy (pubblicato nel 1994 all’età di 71 anni e che può essere letto anche come una sorta di apologia di se stesso), al pari di molti altri studiosi del periodo, Kissinger si interroga su quale potrà essere l’ordine mondiale dopo la fine della guerra fredda. La sua risposta è radicalmente diversa da quella dei neoconservatori. Gli Stati Uniti sono sì la maggiore potenza militare del pianeta, ma non per questo tutto è loro possibile. Non solo perché alla supremazia militare non si accompagna più il primato economico, ma perché il mondo è cambiato ed è molto più complesso di quello dell’ordine bipolare e anche dell’ordine multipolare di epoche precedenti. Oggi non è più possibile costruire un sistema internazionale basato sullo stato di tipo westphaliano. Dal XVII secolo la natura dello stato (compresa la sovranità, che ne è una componente essenziale) è profondamente cambiata in conseguenza dello sviluppo economico, del mutare della minaccia, della struttura del sistema internazionale, della presenza di attori non statali, ed è inserita in un quadro denso di variabili di molta maggiore complessità

Ma gli stati del XX secolo non sono più quelli del XVII. Kissinger ne elenca tre tipologie: gli stati “scheggia” risultanti dalla disgregazione di stati multietnici, che sono alla ricerca di una identità nazionale e per questo sono inclini ad ingaggiare sanguinose guerre con i loro nuovi vicini; vi sono poi gli stati ex coloniali, anch’essi in una situazione di perenne conflitto interetnico a causa dei confini arbitrati voluti dalle potenze coloniali, che per fini di controllo avevano spezzato etnie, lingue e religioni diverse; e infine i grandi stati continentali come la Russia, l’India, la Cina e gli stessi Stati Uniti, nei quali convivono (finché conviveranno) etnie e lingue diverse e neppure essi possono essere considerati stati-nazione nel senso storico del termine. La conseguenza è che la “società” degli stati ipotizzata da Bull è molto più anarchica e potenzialmente conflittuale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda, quando le due superpotenze esercitavano, bene o male, una funzione di stabilizzazione

Per governare questa anarchia, sostiene Kissinger, il potere americano ha oggi meno risorse del passato e sono quelle tradizionali del realismo. L’idealismo wilsoniano (anche escludendo la versione “sotto steroidi” dei neoconservatori) per un verso è privo di autorità coercitiva, per un altro, ponendo l’accento sul principio della autodeterminazione dei popoli, favorisce lo scoppio di guerre internicine di sterminio, ovvero incoraggia le potenze occidentali a lanciare crociate di dubbia legittimità per reprimerle. Per navigare questo “nuovo mondo pericoloso” la prima cosa da fare per una potenza come gli Stati Uniti è definire con la maggiore precisione possibile il proprio interesse nazionale ed agire di conseguenza per tutelarlo. Il che vuol dire che non potrà esservi una strategia unica, basata su un’ideologia (come avveniva nella guerra fredda), valida in ogni parte del mondo, ma tante azioni differenziate in relazione alla natura degli interlocutori: in concreto, gli Stati Uniti dovranno concludere alleanze coese e durevoli con i paesi con i quali condividono gli stessi valori (l’Europa e l’Occidente) e accordi basati sul comune interesse economico e strategico con il resto del mondo (l’Asia in particolare). Che lo vogliano o no, gli Stati Uniti non potranno fondare la propria politica estera sui valori ideali che pure sono alla base della loro democrazia, e tanto meno sulla pretesa (del resto impossibile) di dominio mondiale, ma sull’equilibrio della forza, talvolta anche privo di scrupoli, come quello che caratterizzò la politica bismarckiana del secondo Ottocento. 

Dopo i trent’anni della guerra civile europea (1914-1945), dopo i quaranta anni della guerra fredda, dopo la breve ubriacatura dell’ordine unipolare, il nuovo ordine mondiale dovrà tornare ad essere multipolare, come lo fu il Concerto delle nazioni ideato dal principe di Metternich, che consentì all’Europa un secolo di relativa pace (o di limitate guerre). Ora che gli Stati Uniti, potenti sul piano militare, ma indeboliti sul piano economico, non possono più tutto, il nuovo ordine mondiale dovrà somigliare a quello ottocentesco: dovrà essere non ideologico e pragmatico; dovrà basarsi, laddove è possibile, su una comunanza di valori di fondo (essenzialmente la stabilità del sistema); dove ciò non è possibile, dovrà essere guidato dal principio dell’equilibrio delle forze interpretato secondo la definizione dell’interesse nazionale. Una ricetta che, secondo Kissinger, riporta in primo piano non la “scienza” delle relazioni internazionali, ma l’ “arte” della diplomazia. — (2. fine; la prima parte è stata pubblicata sabato dicembre 2023)

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(Tratto, con modifiche da: Stefano Rizzo, Teorie e pratiche delle relazioni internazionali, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pp. 76-80)

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