Intransigenza con Israele, islamizzazione della Turchia: il sogno neo ottomano di Erdogan

Intransigenza con Israele, islamizzazione della Turchia: il sogno neo ottomano di Erdogan

La sua popolarità cresce vertiginosamente nei Paesi asiatici, africani, europei, tra musulmani migranti e convertiti, per la sua capacità di soffiare sul fuoco e di globalizzare un conflitto regionale che ha le sue radici nelle irrisolte relazioni tra colonizzati e colonizzatori. Insieme al Qatar, la Turchia è oggi l’unico refugium peccatorum per i Fratelli Musulmani di qualsiasi nazionalità. E l’Europa? Arrivata oltre tempo massimo per una proficua annessione della sua propaggine asiatica, è sempre troppo debole per farne a meno contro i migranti, sempre più cieca di fronte all’incontinenza politica del suo presidente

L’analisi di LAURA SILVIA BATTAGLIA / 

PUNTUALE COME un orologio svizzero, agitatore come un Robespierre della rivoluzione francese, provocatorio come solo lui sa fare: Erdogan, durante l’ultima crisi israelo-palestinese, ha mostrato con evidenza – se ce ne fosse stato ancora bisogno – le sue carte nelle relazioni con i Paesi del Mediterraneo e della Lega Araba, confermando i suoi appetiti regionali e collezionando grandi consensi tra i musulmani nel mondo, e non necessariamente tra gli arabi. Anzi, la sua popolarità cresce vertiginosamente nei Paesi asiatici, africani, europei, tra musulmani migranti e convertiti, proprio per la sua capacità di soffiare sul fuoco, di avere – secondo alcuni il coraggio, secondo altri la furbizia – di parlare alla pancia di una fetta di cittadini del mondo, e di globalizzare un conflitto regionale che ha le sue radici nelle mai risolte relazioni tra colonizzati e colonizzatori. 

Gli analisti e i commentatori occidentali di scuola atlantica e liberale, nonché chi – nel Mediterraneo allargato – vede nella Turchia una minaccia (dunque Israele ma anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti), nel mese di maggio hanno registrato i vari affondi che il presidente turco ha messo a segno fuori dal Paese e al suo interno. Mosse premeditate di una strategia precisa, ossia l’islamizzazione senza remissioni della società turca e la sua linea intransigente verso gli “accordi di Abramo”, cioè qualsiasi forma di normalizzazione con Israele. Si va dall’inaugurazione della nuova moschea di piazza Taksim, nel cuore laico di Istanbul, proprio il giorno dell’anniversario delle proteste di Gezi Park, alle prime funzioni religiose dentro AyaSofia, monumento ritornato ad essere moschea, nel 568esimo anniversario della presa di Costantinopoli da parte del Sultano Mehmet Fatih. Dalle dichiarazioni di fuoco contro Israele, sia dopo l’occupazione (da parte delle truppe israeliane) della Spianata delle Moschee, che durante gli espropri delle case occupate dai palestinesi nel quartiere di Gerusalemme Est Sheikh Jarrah, fino alla reazione di Israele al lancio di razzi di Hamas su Tel Aviv. «Siamo sia rattristati che furibondi per la crudeltà dello stato terrorista di Israele contro i palestinesi», aveva detto Erdogan, senza mandarle a dire, e mettendo anche a repentaglio la sicurezza delle minoranze ebraiche in Turchia, soprattutto a Istanbul. 

Queste azioni sono segno di una debolezza e di un isolamento sempre crescenti della Turchia nelle relazioni con gli altri Paesi arabi del Mediterraneo (Egitto), con gli alleati Nato (Stati Uniti), e con i Paesi della Lega Araba (Arabia Saudita ed Emirati), nei confronti dei quali Recep Tayyip Erdogan sta cercando di recuperare relazioni diplomatiche difficili (Arabia Saudita), interrotte (Israele), appena scongelate (Egitto). Ma sono soprattutto il segnale della convinzione del presidente turco di essere nel giusto, di perseguire un obiettivo, un sogno che ha bisogno di essere sostenuto e alimentato da un presente assertivo che si fa carico di un passato ingombrante e glorioso: l’impero ottomano finito nel 1922, pronto ad essere resuscitato, quantomeno politicamente. 

Da questo punto di vista Erdogan si fa interprete di un diffuso senso di rivalsa, della sete di giustizia e dell’orgoglio degli arabi sunniti che hanno perso l’agone politico durante le rivoluzioni del 2011 (in particolare egiziani e siriani), al punto che la Turchia è diventata, insieme al Qatar della famiglia degli al Thani, l’unico refugium peccatorum per i Fratelli Musulmani di qualsiasi nazionalità. La sua capacità di interpretare lo sconcerto e la riprovazione di questa fetta di mondo arabo e musulmano verso la doppiezza della monarchia dei Saud o di emirati e sultanati dei petrodollari − paesi ricchissimi che vivono dello sfruttamento di migranti schiavizzati ed élite che impongono leggi restrittive alla popolazione, andando a comportarsi come crapuloni in Occidente −, insieme alla necessità di fare della difesa della Palestina il cuore dell’annosa questione mediorientale, lo rendono amatissimo. 

E ciò è curioso. Al punto tale che chi, come i Fratelli Musulmani in Egitto, si sono scagliati prima contro un dittatore come Mubarak e dopo contro il suo successore el-Sisi, di Recep Tayyip Erdogan vedono solo il restauratore di un impero, e non lamentano alcuna deriva del presidente turco verso deliri superomistici e dittatoriali, nei confronti di qualsiasi oppositore possibile (sia esso curdo, oppure laico, o musulmano, turco e gulenista). Anzi, non vedono l’evidenza, ritenendo che qualsiasi cosa Erdogan faccia sia sempre buona e giusta, a servizio di una causa superiore. Ed Erdogan lascia fare loro, al punto che, dovendo rendere conto all’Egitto, con cui ha scongelato rapporti tesi, promettendo di silenziare alcuni canali televisivi dei Fratelli Musulmani, ha mantenuto l’accordo per una sola settimana, dando il via libera dopo sette giorni. 

Certo, la restaurazione quantomeno “morale” del vecchio impero ottomano, fa a pugni con questioni molto più prosaiche: Ankara da tempo vorrebbe diventare uno degli attori principali nella partita del gas che si svolge nel Mediterraneo. Soprattutto perché questo obiettivo è necessario per dare ossigeno alla sua economia dissestata. E per questo lamenta di essere stata esclusa dal Forum del gas del Mediterraneo orientale (l’East Med Gas Forum) istituito il 16 gennaio 2019 al Cairo, una sorta di Opec del gas nel Mediterraneo di cui fanno parte Egitto, Grecia, Cipro, Italia, Israele, Giordania e l’Amministrazione palestinese. Ankara ritiene che da questa intesa sarebbero danneggiati i propri diritti allo sfruttamento del fondale marino di sua pertinenza e quelli della parte Nord di Cipro, cioè dei turco-ciprioti. 

Per la Turchia è necessario inserirsi nell’alleanza sempre più stretta tra Israele, Grecia, Cipro, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Tutti attori che percepiscono Ankara come ostile, in particolare nel Mediterraneo orientale, e che, a maggior ragione dopo questa ultima crisi regionale, sono estremamente restii nell’accreditarle fiducia. Per il momento, alla Turchia resta l’Europa: arrivata oltre tempo massimo per una proficua annessione della sua propaggine asiatica, sempre troppo debole per fare a meno di essa come scudo alle ondate migratorie da Est, sempre più cieca di fronte ai numerosi segni di infedeltà e di incontinenza politica del suo presidente. © RIPRODUZIONE RISERVATA