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Intercettazioni, due tesi a confronto. Ecco perché sarebbe un errore limitarne l’uso

di Italia Libera   
Intercettazioni, due tesi a confronto. Ecco perché sarebbe un errore limitarne l’uso

Proviamo a leggere un tema molto discusso in questi giorni con gli occhi del comune cittadino che segue senza pregiudizi un dibattito nel quale argomenti contrapposti si confrontano, o meglio si scontrano. Limitare l’uso delle intercettazioni è l’obiettivo di cui si parla, perché potrebbero “sporcare” l’onorabilità di un innocente coinvolto senza colpa in una discussione intercettata e divulgata. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio di questa lotta alle intercettazioni considerate invadenti e a cui si ricorrerebbe in modo eccessivo, ne ha fatto una missione, anche imbarazzando, per il suo zelo, Giorgia Meloni. Ma c’è un’altra faccia del problema, che — seguendo un ragionamento conseguente alla stessa invocata esigenza di rispetto — sembra prevalere nettamente

L’intervento di MAURIZIO MENICUCCI

DA SEMPLICE CITTADINO, umile comparsa in questioni antiche e oggi sempre più complesse che toccano le corde profonde del rapporto tra lo Stato e l’individuo, assisto perplesso alla nuova stagione del dibattito sulle intercettazioni, oggetto, in queste ore, di simpatiche pantomime tra lo zelante ministro Carlo Nordio, che l’ha riaperta come emergenza assoluta, e una gelida, ancorché sorridente, Giorgia Meloni, che, avendo meditato sull’opportunità di un Armageddon con la magistratura, la vorrebbe almeno rimandare. Nella vana attesa, com’è tradizione di questa maggioranza, che qualche proposta concreta segua gli squilli di tromba, tento anch’io di mettere ordine tra pressioni, impressioni e presentimenti, frastornato dal coro di anatemi, stentorei a destra e al centro, sommessi a sinistra, sull’uso e sull’abuso che ne farebbero i pubblici ministeri. E mi chiedo, come tutti: non sarà arrivato il momento di limitare questi ascolti telefonici e ambientali ad alcune fattispecie penali più pesanti, per evitare che i loro contenuti, anche se privi di rilevanza penale, vengano resi noti, magari come pretesto per esecuzioni sommarie sulla forca dell’opinione pubblica e dei social media, allenati all’odio di ogni diversità, dal sesso al colore dei calzini

Posta così, la domanda non può avere che una risposta: sì, in una società dove i diritti personali si ritrovano schiaffeggiati ogni giorno in nome di qualche eccezionale ragione, restringere la discrezionalità di una giustizia troppo indiscreta sembra una richiesta logica ed equilibrata per difendere dalla nudità pubblica quel che resta del nostro privato. Eppure, se superiamo una certa diffidenza nazional popolare verso i giudici, alimentata dal loro protagonismo e, assai più, dalla campagna denigratoria di una parte del sistema politico e industriale per indebolirli e garantirsi l’impunità, sorge il dubbio che la pretesa di tagliare le intercettazioni, peraltro già in passato ampiamente regolate, sia immotivata e anche assurda. Non meno assurda, ad esempio, che chiedere a un tribunale di astenersi dal suo compito naturale di emettere sentenze, per non incorrere in errori penali, o al medico di non curare, per evitare effetti collaterali

In entrambi i casi, e ogni volta che banalmente vorremmo bandire uno strumento a causa di un suo uso improprio, ci troviamo a sbattere contro il paradosso di proporre un rimedio peggiore del danno. Nel caso delle intercettazioni, restringendone le possibilità, che secondo la massima parte dei magistrati sono già abbastanza anguste, finiremmo per legare le mani agli inquirenti e slegarle ai criminali. E se il problema siamo noi, giornalisti da ballatoio, allora troviamo il modo di risolverlo, senza bavagli, ma caso mai riportando (a questo servono, se servono, gli ordini professionali) un po’ di pulizia e di sensibilità in casa nostra. 

È evidente, tuttavia, che le posizioni ideologiche e il garantismo più sincero, seppur poco razionale, servono da utilissima foglia di fico per chi ha interessi molto distanti dalla dialettica tra opinioni differenti sul confine tra la privacy e la sicurezza. Si tratta, piuttosto, dell’ennesimo pretesto per punire i pubblici ministeri che hanno più volte sfiorato il lato politico del crimine organizzato, privandoli degli strumenti più utili a sviluppare, o viceversa scartare, le cosiddette piste di un reato. E, su questo punto, serva da plateale conferma la pervicacia con cui alcune parti continuano a sostenere la bontà e l’urgenza del provvedimento, nonostante l’innegabile evidenza del contributo dato dalle intercettazioni alla cattura di Matteo Messina Denaro. La pura e semplice verità anche un bambino è in grado di comprenderla: è che la maggior parte delle indagini parte da un indizio, da un sospetto, e poi si sviluppa in base a quello che i mezzi in mano agli investigatori rivelano e confermano. Basterebbe andare a verificare quante volte, partendo da illeciti di poco o nessun conto, si arriva a scoprire vaste reti criminali, per capire che la posta in gioco è proprio questa: rendere più difficile la possibilità di risalire dalla periferia al cuore delle responsabilità penali permessa dalle tecnologie di ascolto a distanza. 

Sostenere, viceversa, che la giustizia possa farne a meno significa essere convinti che i magistrati hanno già dal principio un’idea chiara e definita del tipo e delle dimensioni del reato, quindi non solo che agiscono un base a un’idea preconcetta, ma che questo modo di procedere è buono e giusto. Il che solleva un’obiezione: ma non erano proprio quelli che ora vogliono delimitare il terreno delle intercettazioni ai reati più gravi a stracciarsi le vesti, qualche anno fa, parlando di ‘teorema accusatorio’ ogni volta che qualche sodale restava impigliato nella rete di una giustizia che secondo loro li perseguitava senza prove? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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