In Asia Centrale la siccità è la “guerra climatica” del futuro ma i governi non agiscono

In Asia Centrale la siccità è la “guerra climatica” del futuro ma i governi non agiscono

Dopo gli incendi della Siberia occidentale e le alluvioni in Cina, il continente asiatico è alle prese con la siccità, con gravi danni all’agricoltura e agli allevamenti locali. I paesi più colpiti sono quelli dell’Asia Centrale: Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, tutti colpiti dalle alte temperature che hanno toccato i quarantacinque gradi in Uzbekistan. L’Asia Centrale è l’unica zona dell’emisfero settentrionale in cui i cicli agricoli si sono accorciati invece di prolungarsi, concedendo agli agricoltori di tutta la regione minor tempo per la raccolta

L’analisi di COSIMO GRAZIANI
GLI INCENDI E LE ALLUVIONI che stanno caratterizzando questa estate non sono le uniche espressioni del cambiamento climatico. Dopo gli incendi della Siberia occidentale e le alluvioni in Cina, il continente asiatico sta soffrendo di un altro fenomeno: quello della siccità. I paesi più colpiti sono quelli dell’Asia Centrale: Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, tutti colpiti da alte temperature che hanno toccato i quarantacinque gradi in Uzbekistan. Si tratta dell’ennesimo disastro ambientale di una regione già duramente colpita in passato. L’unica differenza è che quest’anno tutti i paesi ne sono colpiti in maniera profonda.  

Secondo quanto scrive la testata Radio Free Europe,  le alte temperature degli scorsi mesi nella regione preannunciavano un’estate senza precipitazioni. Ma dei cinque governi, nessuno ha attuato le misure necessarie per affrontare il problema. Lo scontro armato tra Tajikistan e Kirghizistan al confine meridionale della Valle del Fergana avvenuto tra aprile e maggio è stato la prima avvisaglia, ma le preoccupazioni sulla sicurezza regionale si sono dimostrate più importanti della causa scatenate. Nel frattempo la situazione in Kirghizistan è diventata così grave che il bacino di Toktogul, il più importante del paese e fornitore del quaranta percento del fabbisogno energetico del paese, è arrivato a contenere meno della metà della sua capienza. Per evitare di peggiorare la situazione, il governo di Bishkek ha deciso di bloccare il flusso a valle. Il problema è che il fiume che lo alimenta (il fiume Naryn) confluisce nel Syr Darya, che scorre poi attraverso l’Uzbekistan e il Kazakistan. Proprio per questo, Nur-sultan e Tashkent, che utilizzano il Syr Darya per l’agricoltura e l’allevamento, hanno criticato la misura presa dal loro vicino. Per trovare una soluzione, a fine giugno le delegazioni dei tre paesi si erano riunite cercando una compensazione al blocco del flusso che potesse andare bene a tutti. Nonostante le riunioni e l’incontro dei tre presidenti nelle scorse settimane, il problema non appare al centro dell’agenda politica delle cinque repubbliche ed è quindi difficile credere che prima della fine dell’estate ci sia un accordo fra le parti. 

Intanto però la siccità sta colpendo dal punto di vista economico tutti i paesi. Uzbekistan, Turkmenistan e Kirghizistan stanno subendo ingenti danni per quanto riguarda l’agricoltura. In Turkmenistan il presidente turkmeno Berdymukhamedov ha deciso di dare il via alla raccolta un mese prima rispetto al tradizionale periodo (che cade alla fine del mese di ottobre) per evitare di perdere il raccolto annuale di quello che viene presentato dalla propaganda interna come il bene agricolo nazionale più importante. Uno studio realizzato dalla Nanjing University of Information Science and Technology spiega il perché di questa scelta: l’Asia Centrale è l’unica zona dell’emisfero settentrionale in cui i cicli agricoli si sono accorciati invece di prolungarsi, il che significa che gli agricoltori di tutta la regione hanno un tempo minore per la raccolta. Lo stesso vale per il governo turkmeno. La scelta di anticipare il raccolto ha quindi una valenza politica, nonostante non sia stata data una spiegazione ufficiale alla decisione.

Per quanto riguarda il settore dell’allevamento, in Kazakistan sta avvenendo una vera e propria catastrofe. Le regioni più colpite dalla siccità sono quelle occidentali, dove i piccoli allevatori locali stanno vedendo decimati i capi di bestiame per la mancanza di acqua, pascoli e foraggio. La regione più colpita è quella del Kozylorda, già colpita in passato dal ritiro del Lago d’Aral. L’estrema gravità sta nel fatto che gli allevamenti si trovano generalmente in piccoli villaggi e rappresentano il sostentamento per molte famiglie e comunità locali. Inoltre, il cavallo è l’animale più allevato in Kazakistan al pari del cammello: la moria quindi sta mettendo in ginocchio un settore cruciale dell’economia nazionale e del tessuto sociale.

La siccità ha anche causato l’innalzamento dei prezzi del fieno, mettendo gli allevatori al centro di un circolo vizioso. In questo caso il governo di Nur-sultan è intervenuto con la promessa di stanziare circa quattro miliardi e mezzo di dollari in sovvenzioni per l’abbassamento del prezzo del fieno. La misura è stata annunciata a luglio. Ma il problema è che anche in questo caso il governo ha agito tardi, ignorando le avvisaglie dei mesi precedenti e gli allarmi lanciati dagli attivisti ambientali sui social e dall’Associazione Nazionale degli Allevatori. 

Prevedere se le élites locali inizieranno ad affrontare il problema del cambiamento climatico è difficile. Nelle discussioni dell’ultima riunione dei capi di stato dell’Asia Centrale, avvenuta nelle scorse settimane, il riscaldamento globale non è stato citato nelle dichiarazioni finali, ed è quindi facile sostenere che nel breve periodo a livello regionale non saranno portate avanti iniziative comuni. Resta da capire quali misure verranno programmate nei singoli paesi. © RIPRODUZIONE RISERVATA