Impianti e inutili funivie non aiutano la montagna: la follia del collegamento fra Alagna e Zermatt

Impianti e inutili funivie non aiutano la montagna: la follia del collegamento fra Alagna e Zermatt

Come pressoché tutte le regioni alpine, italiane e non, la Valle d’Aosta in questi decenni ha puntato moltissimo sullo sci di pista. Questo ha ovviamente comportato una perdita secca di naturalità di molti dei suoi paesaggi, perdita che si è accentuata con la realizzazione di impianti per l’innevamento artificiale, resisi “necessari” per sopperire all’aumento delle temperature ed all’accorciamento delle stagioni

L’intervista di FABIO BALOCCO con MARCELLO DONDEYNAZ, dalla Valle d’Aosta
SECONDO GLI ULTIMI dati reperiti in rete la Valle dispone di 173 impianti a fune per oltre 700 chilometri di piste di discesa. E i comprensori più estesi sono quello transfrontaliero Breuil-Cervinia/​Valtournenche/​Zermatt-Cervino e quello interregionale Alagna/Gressoney/Champoluc (Ayas). Ma se guardiamo una carta geografica, ci rendiamo conto che, in teoria, basterebbe congiungere Champoluc, in Val d’Ayas, con Cervinia, in Valtournenche, attraverso il Vallone delle Cime Bianche, per ottenere un unico comprensorio: dal Piemonte alla Svizzera. Dal Monte Rosa al Cervino. Insomma, si potrebbe andare in infradito da Alagna a Zermatt, come disse qualcuno che non ricordo qualche anno fa. Ed è appunto a questo collegamento che la Valle d’Aosta punta da un po’ di tempo. Abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più riguardo a questo potenziale mega domaine skiable a Marcello Dondeynaz, referente dell’Associazione Ripartire dalle Cime Bianche, e da tempo impegnato nell’opera di contrasto al progetto.

— Marcello, in cosa si tradurrebbe il collegamento scioviario da Alagna a Zermatt attraverso il Vallone delle Cime Bianche?

«Occorre anzitutto chiarire che non si tratterebbe di un collegamento strettamente scioviario perché nel Vallone delle Cime Bianche, per la sua conformazione morfologica ed esposizione continua alle valanghe, non si scia. Sarebbe unicamente una catena di funivie, lunga oltre 8 chilometri, per il trasferimento da un comprensorio sciistico all’altro: da quello di Cervinia/Zermatt al Monterosa Ski e viceversa. Stante questo, dovendo passare ore sugli impianti, gli sciatori che da Cervinia o Zermatt andrebbero a Champoluc sarebbero prossimi allo zero. E così pure, non ci sarebbe nessun turista asiatico che, atterrato a Malpensa, passerebbe da Cime Bianche per andare sul piccolo Cervino e a Zermatt. Forse qualche sciatore di prossimità verrebbe a parcheggiare ad Ayas, per andare a sciare Cervinia e per risparmiare sui costi dell’autostrada».

— Al di là dell’opportunità del progetto, il territorio che sarebbe attraversato ha particolarità uniche, no?

«Il Vallone delle Cime Bianche nel suo insieme presenta una straordinaria varietà e stratificazione di ricchezze naturalistiche, paesaggistiche, storico-culturali e archeologiche. Un vallone effettivamente unico per natura, storia e cultura. Per natura perché costituisce una piccola e intatta perla di ecologia alpina. Infatti, buona parte del territorio è inserito in area Natura 2000 e sottoposto a regime speciale di protezione;  perché per la flora, il vallone è stato segnalato dalla Società Botanica Italiana fra i biotopi italiani meritevoli di conservazione; perché presenta una fauna ricchissima; perché i paesaggi, per la loro varietà di ambienti e di orizzonti, sorprendono il visitatore a ogni svolta del sentiero; perché, sul piano geologico, la completezza dei vari elementi costituenti l’antico fondo oceanico, la loro distribuzione a tre livelli ben distinti e la chiarezza delle varie associazioni mineralogiche rappresentano un unicum: nessun altro luogo delle Alpi presenta contemporaneamente tutte e tre queste caratteristiche».

— Proviamo a entrare nel dettaglio di queste caratteristiche.

«Innanzitutto, per storia. Il Vallone delle Cime Bianche ha da sempre rappresentato il miglior tramite di passaggio fra il Vallese, la Valle d’Aosta e la pianura padana; perché la testata della Valle d’Ayas, ed in particolare il Vallone delle Cime Bianche, presenta un patrimonio senza eguali di testimonianze relative all’estrazione e alla lavorazione della pietra ollare in alta quota; nel XIII secolo il Vallone costituì uno dei principali itinerari di accesso della colonizzazione walser che interessò l’intero versante meridionale del Monte Rosa; per alcuni secoli il Vallone rappresentò la parte terminale della valle dei mercanti (Kraemerthal) che era via privilegiata di scambi fra il Vallese, la Valle d’Aosta e la pianura lombarda; nel Vallone ha origine il Ru Courtaud, realizzato fra il 1393 e il 1433 per portare acqua irrigua alle aride colline di Saint-Vincent. E poi per cultura, perché, all’incrocio di storia e costume, fra i legati culturali del Vallone delle Cime Bianche va ricordata l’intensa frequentazione dell’Hotel Bellevue di Fiéry da parte delle élite borghesi tra Ottocento e Novecento, che lasciarono una forte impronta su tutta l’alta Val d’Ayas, dal poeta Guido Gozzano al Beato Pier Giorgio Frassati, al drammaturgo Giuseppe Giacosa. Indimenticabile è la memoria dell’Abbé Gorret che passò parte della vita a Saint Jacques. L’Abbé Jean Baptiste Cerlogne scelse la tranquillità della rettoria di Saint-Jacques per raccogliere ed elaborare, dal 1879 al 1883, i materiali per la stesura della grammatica e del dizionario del patois. Ricchezze straordinarie, purtroppo disconosciute, mai valorizzate, accantonate, che subirebbero un colpo mortale con la realizzazione di impianti funiviari nel cuore del Vallone, come proposto dalla Regione e dalla società Monterosa Spa (partecipata regionale al 94,57%). Tutte queste solide motivazioni sono alla base della nascita del comitato spontaneo di cittadini che si chiama “Ripartire dalle Cime Bianche».

— E veniamo al punto dolente, in pratica è la Regione stessa lo sponsor di questa operazione: anziché ergersi a tutela del proprio ambiente ne sponsorizza l’infrastrutturazione. Puoi riassumerci brevemente le tappe e a che punto è ora il progetto?

«Da qualcuno vagheggiato già da prima, il proposito di collegamento funiviario attraverso il Vallone delle Cime Bianche prende corpo concretamente nel 2015 con la predisposizione di un primo costoso studio di fattibilità, fautrice l’allora amministrazione comunale di Valtournenche con il concorso dei comuni di Ayas, Gressoney-La-Trinité e Gressoney-Saint-Jean. La proposta prefigurava la realizzazione di due impianti: una telecabina dalla località Frachey alla località Vardaz (m 2.300), e una funivia trifune (3S) dall’Alpe Vardaz al colle superiore delle Cime Bianche. A seguito della votazione – in data 14 dicembre 2016, da parte del Consiglio regionale – di un ordine del giorno che impegnava la Giunta a presentare “una relazione/proposta sulla situazione tecnico/economica/finanziaria” delle proposte dei collegamenti intervallivi, nella primavera del 2017 il Servizio Impianti a Fune (Sif) della Regione Autonoma Valle d’Aosta predisponeva, con il concorso delle società interessate, una relazione rimasta ufficiosa, mai resa pubblica, e portata alla luce da un servizio giornalistico (La Stampa  – 15 agosto 2017). In relazione al collegamento Ayas/Cervinia, a differenza dello studio di fattibilità realizzato appena due anni prima, la relazione Sif proponeva il collegamento non più con il colle superiore delle Cime Bianche, ma con il colle inferiore, in considerazione delle esigenze di rinnovo degli impianti lato Cervinia, per consentire il collegamento estivo verso il Plateau Rosà e Zermatt, e per risparmiare. L’idea è quella di realizzare una successione di quattro telecabine dal costo complessivo stimato di oltre 50 milioni».

— Oggi a che punto siamo?

«Arriviamo a quest’anno: nonostante l’invio il 5 dicembre 2020 di formale e argomentata diffida a dare corso a qualsiasi attività di progettazione che riguardasse la realizzazione di impianti di risalita nel Vallone delle Cime Bianche a cura del comitato Ripartire dalle Cime Bianche e delle maggiori associazioni di tutela dell’ambiente montano (Cai, Cipro Italia, Mountain Wilderness, Wwf Legambiente VdA, Federazione Pro Natura e Lipu), la società Monterosa nel mese di maggio 2021 ha proceduto ad affidare gli studi preliminari riguardanti il progetto di collegamento funiviario nel Vallone delle Cime Bianche. Riprendendo la nota del Servizio regionale Impianti a Fune del 2017, il collegamento proposto si compone di 4 impianti in successione, telecabine con veicoli da 10 posti nel cuore del Vallone. Gli studi sono in corso e dovrebbero concludersi nell’autunno 2022».

— Come vive la popolazione locale il progetto?

«La popolazione locale è abbastanza disorientata, con una parte maggioritaria di operatori turistici favorevole a prescindere, pronti a sacrificare per sempre un gioiello di famiglia, ma anche molti contrari. Molte persone non si esprimono: alcune temono ritorsioni, magari nei confronti del figlio che lavora nel settore. I tempi del controllo del voto e delle preferenze non sono distanti, meno di un decennio, quando magari il Presidente della Regione telefonava a casa a chi non era andato a votare. Tieni presente che qui in Valle non eravamo distanti dai tempi di Achille Lauro a Napoli, che faceva politica “con le scarpe spaiate”: distribuiva ai comizi centinaia di scarpe sinistre e finiva il paio consegnando le destre solo dopo il voto. Solo che laggiù eravamo nel primo dopoguerra. I più accesi sostenitori del collegamento sono alcuni albergatori di Cervinia, i quali hanno dato vita alla società Cervino Green Development la quale, tolta la vernice verde, punta alla realizzazione del collegamento a puro scopo di marketing, per ridare fiato alla speculazione immobiliare».

— Si sono levate molte voci contrarie, anche autorevoli contro di esso…

«Aldilà delle singole e anche autorevoli voci contrarie, che non pesano molto sulla politica valdostana, come comitato Ripartire dalle Cime Bianche e Club Alpino Italiano della Valle d’Aosta – con il pieno sostegno del Cai nazionale e del suo Presidente Vincenzo Torti – abbiamo avviato una raccolta firme su una petizione indirizzata al Consiglio regionale della Valle d’Aosta per la salvezza del Vallone delle Cime Bianche. A fine novembre siamo una rete di oltre novanta persone, valdostane e valdostani, di ogni ceto sociale, che amano la loro terra, libere da ogni condizionamento, molti operatori turistici, molti che vivono in montagna e di montagna, che supporteranno l’iniziativa sull’intero territorio regionale. Qualche Consigliere regionale ha voluto additare alcuni di noi in diverse sedi. Anziché intimidirci, ciò ci sprona ancor più nel nostro impegno non per inseguire interessi privati ma per il bene collettivo».

— Ma ci sono anche aspetti di carattere legale che non possono essere trascurati.

«Infatti, il D.M. 17-10-2007 2007 “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)”, pubblicato nella Gazz. Uff. 6 novembre 2007, n. 258, e ripreso dalla Delibera della Giunta regionale n. 1087/2008, non lascia adito a dubbi. All’art. 5 lettera m) stabilisce in modo inequivocabile che è vietata la: “realizzazione di nuovi impianti di risalita a fune e nuove piste da sci, ad eccezione di quelli previsti negli strumenti di pianificazione generali e di settore vigenti alla data di emanazione del presente atto, a condizione che sia conseguita la positiva valutazione d’incidenza dei singoli progetti ovvero degli strumenti di pianificazione generali e di settore di riferimento dell’intervento, nonché di quelli previsti negli strumenti adottati preliminarmente e comprensivi di valutazione d’incidenza; sono fatti salvi gli impianti per i quali sia stato avviato il procedimento di autorizzazione, mediante deposito del progetto esecutivo comprensivo di valutazione d’incidenza, nonché interventi di sostituzione e ammodernamento anche tecnologico e modesti ampliamenti del demanio sciabile che non comportino un aumento dell’impatto sul sito in relazione agli obiettivi di conservazione della ZPS”. Pertanto, salvo l’ammodernamento dell’esistente impianto di risalita che collega il colle inferiore con il colle superiore, ogni altro impianto è vietato nel Vallone delle Cime Bianche, essendo a tutt’oggi individuato quale zona di particolare pregio naturalistico sia dal comune di Ayas, nel proprio piano regolatore, sia dalla Regione Valle d’Aosta, nel proprio Piano Territoriale Paesistico»

— A parte questo progetto, si nota un ripensamento nei governi locali in merito allo sci di pista in considerazione dei cambiamenti climatici, dei costi della neve programmata ma anche della diminuzione degli sciatori di pista?

«La questione Cime Bianche è emblematica di un approccio novecentesco alla montagna, da Far West, tutto teso a occupare ogni spazio ritenuto idoneo allo sci , approccio ancora presente in buona parte delle regioni alpine. Un approccio che non tiene conto dei mutamenti imponenti in corso sul piano degli equilibri ambientali ed economici e sul piano culturale, a livello planetario».

— Un’ultima domanda. Perché il comitato si è chiamato “Ripartire dalle Cime Bianche”?

«Perché il collegamento in progetto – come dicevo – rappresenta una visione antiquata, superata della montagna, con costi inaccettabili, insopportabili per la collettività a qualsiasi livello. Il comitato intende partire da questa che possiamo tranquillamente definire “una follia” per proporre una visione diversa e davvero sostenibile di rapporto fra uomo e natura. Un ripensamento che secondo noi si impone anche in considerazione dei mutamenti climatici e della pandemia in atto». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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