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Il saccheggio dell’archeologia. Il segreto di Orfeo a Taranto e il traffico dei reperti trafugati

C’è un dibattito aperto sul gruppo di tre statue di terracotta “Orfeo e le Sirene” ora esposto al museo archeologico di Taranto, che ne mette in dubbio la provenienza dal territorio pugliese, se non addirittura l’autenticità

di Pier Giovanni Guzzo (accademico dei Lincei) - Italia Libera   
Il saccheggio dell’archeologia. Il segreto di Orfeo a Taranto e il traffico dei reperti trafugati

C’è un dibattito aperto sul gruppo di tre statue di terracotta “Orfeo e le Sirene” ora esposto al museo archeologico di Taranto, che ne mette in dubbio la provenienza dal territorio pugliese, se non addirittura l’autenticità. Il gruppo è stato restituito dal Getty Museum. Era stato – con tutta probabilità – bottino di scavi clandestini. Questa vicenda evidenzia la vulnerabilità del nostro patrimonio archeologico, perché Soprintendenze e forze dell’ordine non sono state messe in grado di difenderlo adeguatamente. Mancano le risorse, rimarca Pier Giovanni Guzzo, studioso d’archeologia di fama internazionale. Che spiega qual è il vero interesse dello studioso in vicende come questa

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IL MAGICO CANTORE tracio, quell’Orfeo che scese agli Inferi per tentare di riprendersi l’amata Euridice, non finisce di produrre meraviglie. Allora, riuscì ad intenerire la divina coppia infernale, Persefone e Ade: i due, commossi dalla dolce armonia che Orfeo sapeva trarre dal suo strumento, permisero a Euridice di prendere il cammino che riportava, dall’oscurità, alla luce. Solamente l’impazienza di Orfeo non le permise di completare la risalita alla vita. Oggi, non è più questione di Inferi, di speranze, di permessi, di dolorose impazienze. Oggi sono state esposte nel Museo Archeologico di Taranto le tre statue in terracotta, di dimensioni quasi naturali (almeno per il personaggio maschile seduto: delle Sirene non si conoscono le misure reali), che sono state restituite dal Getty Museum. Lì erano finite, come molti altri oggetti di interesse archeologico, dal mercato antiquario: elegante definizione che indica il terminale dello scavo clandestino. Con le statue era stata anche venduta al Getty l’assegnazione di provenienza: Taranto. Questa antica capitale della Magna Grecia ha subìto un continuo depauperamento delle proprie ricchezze archeologiche: così come è accaduto per l’intero territorio della regione Puglia. Le pianure della Daunia, quelle della Messapia e le acque marine circostanti offrono un’inesauribile miniera di ritrovamenti, più o meno di valore, ma comunque tali da alimentare il commercio clandestino di antichità.

È così che l’etichetta “Taranto” si presta ad essere applicata a qualsiasi reperto antico che circoli nelle segrete, e tenebrose, stanze del commercio antiquario. Nel 1980 i Musei Statali di Berlino procedettero all’acquisto di un notevole gruppo di oreficerie di età ellenistica, in precedenza di proprietà privata. Il possessore, A. Moretti, ne dichiarava la provenienza avvenuta intorno al 1900 a Taranto. La composizione del gruppo, abbastanza coerente, pone tuttavia problemi a proposito della dichiarata provenienza. Se le pietre dure impiegate nella bandoliera, di origine in  Asia Minore, potrebbero essere state trasportate dal luogo di ritrovamento per essere poi lavorate a Taranto o in qualsiasi altro posto, almeno la forma della “reticella” appare essere del tutto eccezionale nell’ambiente tarantino di età ellenistica. Anche questo oggetto avrebbe potuto appartenere ad una signora originaria della Grecia Settentrionale, trasferitasi poi per varie vicende a Taranto. Queste, ed altre più tecniche, perplessità rendono preferibile circondare di virgolette l’asserita provenienza del gruppo di oreficerie a Berlino da “Taranto”. L’esempio si crede dimostri a sufficienza quanto incerta e aperta a dubbi sia la carta d’identità di reperti archeologici dei quali non sia documentata la provenienza in quanto esito di scavi clandestini.

L’impegno delle forze dell’ordine e delle Soprintendenze nel combattere reati del genere è, da sempre, stato di gran lunga inferiore alle necessità. Tanto che il pur benemerito Nucleo dei Carabinieri dedicato alla tutela del patrimonio culturale ha rivolto da tempo la propria prioritaria attenzione al recupero dei reperti ormai esposti in musei stranieri, dei quali si è riusciti a determinare l’illecita provenienza dal territorio nazionale, e quindi l’altrettanto illecita esportazione, piuttosto che alla tutela del territorio e quindi all’ostacolare le attività di scavo clandestino, anch’esse sanzionate dal codice penale. Così facendo si opererebbe a prosciugare le correnti del commercio antiquario, anziché puntare sulle restituzioni, che avvengono oltretutto dopo che i mercanti hanno lucrosamente portato a termine i propri negozi. Non parliamo, poi, delle Soprintendenze, da sempre talmente asfittiche nelle proprie risorse da non essere in grado di competere, neanche alla lontana, con le agguerrite e numerose bande di scavatori di frodo. Ma, a parte la questione della reale provenienza (che, pure, non è di secondaria importanza), il gruppo pone problemi da punto di vista iconografico, e da quello della sua originaria collocazione. Sia la problematica iconografia (in quanto la forma della rappresentazione non permette completi confronti con altre opere di pari cronologia) sia l’altrettanto incerta originaria  collocazione (se, cioè, il gruppo decorava un sepolcro, un edificio privato o pubblico, un tempio oppure un edificio politico) sono argomenti che possono essere superati da nuove scoperte oppure da approfondimenti più spinti delle attuali conoscenze.

Così che non sembra che categorie del genere possano essere ritenute ultimative per decidere se il gruppo sia autentico, cioè plasmato in antico, oppure moderno (ma, anche se fosse moderno, quando sarebbe stato prodotto? Nell’Ottocento? Nel Novecento?). È recentissima (Il fatto quotidiano del 25 aprile 2023, di Leonardo Bison) la notizia, comunicata dal dr. Luca Mercuri, direttore ad interim del Museo Archeologico di Taranto, relativa all’esito di analisi di termoluminescenza, esperite nel 1983 presso un laboratorio dell’Università di Oxford, che ha permesso di accertare l’antichità delle statue. Le incertezze relative a tale documento sono state già messe in risalto dal prof. Francesco D’Andria. E, inoltre, manca nella documentazione prodotta dal dr. Mercuri l’esito delle analisi compiute, nel 2004, in un laboratorio del Connecticut, delle quali lui stesso ha rivelato l’esistenza. Nello stesso articolo de Il Fatto quotidiano viene riportato il parere di Fabio Isman, noto giornalista che ha rivolto penetranti attenzioni e scritti al fenomeno del mercato antiquario, che invoca “documenti”, che dovrebbero essere in possesso del Nucleo dei Carabinieri: senza i quali sarebbe stato impossibile che un giudice di Los Angeles avesse proceduto al sequestro del gruppo per rispedirlo in Italia.

Purtroppo, sappiamo come anche i documenti possano essere falsificati: e talmente con maestria da ingannare anche quanti se ne pretendono esperti. Quello che oggi manca è una campagna di analisi, complete e aggiornate, che restituisca al gruppo di “Orfeo” (ma, forse, è rappresentato un mortale che si dilettava di suonare la cetra, se il gruppo proviene da un monumento funerario) una sua precisa, oggettiva e documentata identità. La reticenza, almeno finora, mostrata dalle autorità dei Beni Culturali a precisare sia le proprie iniziative al proposito sia quale programma scientifico dovrebbe essere realizzato dalle analisi stesse non pare positiva. Qui non è certo questione di fare il tifo sull’autenticità o meno del gruppo: quello che interessa ad ogni studioso che sia degno di così qualificarsi è di poter disporre di certezze documentate. E queste ultime, in questo ormai terzo millennio, provengono anche da analisi scientifiche, condotte con metodo, controllate da un team di esperti in varie discipline, da quelle fisiche a quelle umanistiche e storiche. La partecipazione alla conoscenza, e quindi la sua trasparenza, sono elementi aggiuntivi al peso dei risultati che le analisi possono conseguire. La certezza che origina dalle analisi, come tutte le certezze umane, è soggetta agli approfondimenti che il tempo e l’avanzamento delle discipline e delle tecniche apportano a quanto già si credeva di sapere. Ma questo è felice caratteristica della capacità di progredire nel cammino della conoscenza e della critica della conoscenza stessa. Nascondere, o ritardare, tale possibilità non è opera degna di quanti hanno responsabilità pubbliche: sempre che le si vogliano rivolte al bene comune. 

di Pier Giovanni Guzzo (accademico dei Lincei) - Italia Libera   
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