Il primo viaggio di Joe Biden in Europa: l’America è tornata, ma fino a quando?

Il primo viaggio di Joe Biden in Europa: l’America è tornata, ma fino a quando?

Il presidente degli Stati Uniti sta correndo contro il tempo. Vuole che il suo piano di investimenti da 5000 miliardi di dollari sia approvato al più presto e faccia sentire i suoi benefici sull’economia e sull’occupazione; vuole che le riforme sull’immigrazione, sull’estensione del diritto di voto, per combattere il razzismo sistemico, per rifinanziare le scuole, tutelare l’ambiente, migliorare le condizioni di vita dei ceti più poveri… diventino realtà, prima che sia troppo tardi. Trump controlla i repubblicani ed è sempre in agguato. Fra un anno le prime elezioni di midterm potrebbero ribaltare la maggioranza

L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista / 

SE LA DIALETTICA hegeliana si applicasse ai presidenti degli Stati Uniti questa volta sarebbe perfetta: Obama la tesi, Trump l’antitesi, Biden la sintesi. Già prima di diventare presidente, Barack Obama, visitando l’Europa nel 2008, era stato accolto come una rock star e su di lui si era riversato l’entusiasmo dei media. Anche dopo, quando aveva (garbatamente) invitato i paesi della Nato a contribuire più soldi per la difesa comune, la reazione era stata diplomatica; quando, nonostante avesse ricevuto il premio Nobel per la pace, aumentò il programma dei droni facendo uccidere centinaia di presunti terroristi (e con loro molti civili innocenti), o concluse un accordo multimiliardario di vendita di armi ad Israele, o decise di attaccare la Libia, gli europei preferirono far finta di niente: Obama era l’uomo del cambiamento, gli si potevano perdonare alcune “contraddizioni” e, in ogni caso, la direzione era quella giusta, perché Obama era la tesi. 

Le cose andarono diversamente con Trump. Anche se alcuni leader europei (al governo e soprattutto all’opposizione) salutarono con favore l’ascesa di un presidente populista e anticasta, la maggior parte dell’establishment europeo, la politica, i media, la cultura, ebbe una reazione di rigetto nei confronti di un uomo che insultava, parlava da padrone, strizzava l’occhio ai dittatori di tutto il mondo (Putin, Erdogan, Bolsonaro…) e minacciava di uscire dalla Nato se gli europei non avessero pagato di più. Lui era l’antitesi. 

Adesso c’è Biden e gli europei hanno tirato un sospiro di sollievo. “America is back”, l’America è tornata, aveva annunciato nei primi giorni del suo insediamento il neopresidente. Dopo i quattro terribili anni di Trump con lui è tornato il dialogo, il rispetto, la diplomazia, il confronto educato per risolvere i conflitti di interessi e le diverse opzioni strategiche. Biden è la sintesi, il ritorno al passato meno recente cancellando (meglio: superando) tutto ciò che di negativo c’era in quello più recente. E così, all’insegna di questa ripresa di tutto ciò che di positivo c’è nelle relazioni transatlantiche, è iniziato il primo viaggio di Joseph Biden in Europa, salutato con favore dai leader europei, dai vertici dell’Unione europea e perfino da quel Boris Johnson che per stile politico populista si era professato un grande amico di Donald Trump, pensando di trovare in lui un partner economico prezioso dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

In Cornovaglia si sta svolgendo la riunione del G7, gli incontri con Johnson, la visita alla Regina, i colloqui con i leader europei, e poi a Bruxelles la visita alla Nato dove ci si attende che Biden riaffermerà la centralità dell’Alleanza (anche se probabilmente non tacerà sulla questione dei soldi), nel nuovo quadro di relazioni internazionali (duro confronto con la Russia e con la Cina, difesa dei diritti umani ovunque siano minacciati) già delineato dalla nuova amministrazione nelle settimane precedenti. Poi, la settimana prossima, ci sarà a Ginevra l’incontro di una giornata intera con Vladimir Putin all’insegna del dialogo su questioni strategiche di interesse comune (ambiente, armamenti nucleari, Iran), ma anche della fermezza: sull’Ucraina, la Bielorussia, i diritti umani, la nuova assertività imperiale russa.

Tutto bene quindi? Non proprio. Con l’elezione di Biden le cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo, almeno in quei paesi che sono ancora minacciati dall’ondata populista e xenofoba di cui Donald Trump era (ed è) il principale interprete mondiale. Ma il senso di sollievo non è privo di incertezze sul futuro. Il fatto è che, dopo l’iniziale entusiasmo, passate alcune settimane e osservata la dinamica della politica interna americana, anche in Europa si è incominciato a temere che il cambiamento rappresentato dalla nuova presidenza potrebbe essere di breve durata. 

Intanto, Donald Trump, nonostante sia stato privato del suo principale strumento di comunicazione − twitter −, è tutt’altro che fuori gioco. Anzi, in queste ultime settimane ha dimostrato che la sua presa sul partito repubblicano è forte come non mai. Nelle primarie per le elezioni di midterm, che stanno per iniziare in molti stati, i candidati trumpiani sono favoriti rispetto ai repubblicani moderati. I parlamenti dei singoli stati hanno intanto approvato un gran numero di nuove leggi che mirano a ridurre la partecipazione al voto (che da sempre favorisce i democratici). Dopo il censimento del 2020 è in corso la ridefinizione dei distretti elettorali che favorirà attraverso il gerrymandering i repubblicani dal momento che sono loro che controllano la maggior parte degli stati. 

Allo stesso tempo, nonostante la violenza dell’attacco senza precedenti al Congresso il 6 gennaio da parte dei sostenitori di Trump, gran parte dei parlamentari e dell’elettorato repubblicano continua a sostenere che il vero vincitore delle elezioni di novembre è lui, Donald Trump, e che le elezioni sono state rubate. Da ultimo i senatori repubblicani hanno bloccato la commissione di inchiesta su quei fatti sostenendo che alla fine fin fine si è trattato di folklore politico e che non c’è più niente da scoprire, ma solo da voltare pagina.

Biden sta correndo contro il tempo. Vuole che il suo piano di investimenti da 5000 miliardi di dollari sia approvato al più presto e faccia sentire i suoi benefici sull’economia e sull’occupazione; vuole che le riforme sull’immigrazione, sull’estensione del diritto di voto, per combattere il razzismo sistemico, per rifinanziare le scuole, tutelare l’ambiente, migliorare le condizioni di vita dei ceti più poveri… diventino realtà, prima che sia troppo tardi.

E il troppo tardi potrebbe arrivare tra poco più di un anno, quando ci saranno le elezioni di midterm in cui è possibile, se non probabile secondo molti osservatori, che i repubblicani, grazie alle nuove norme restrittive sul diritto di voto potrebbero conquistare quella manciata di seggi che daranno loro il controllo della Camera e conquistare quell’unico seggio che gli manca per controllare anche il Senato. 

A quel punto Biden sarebbe un presidente azzoppato (come del resto Obama dopo il 2010), un lame duck, e le sue possibilità di attuare il suo ambizioso programma di riforme praticamente zero. In  attesa del 2024 quando, forse sì, forse no, si ripresenterà Trump e, che vincano o meno il voto popolare, i democratici perderebbero anche la presidenza. È per questo che i leader europei accogliendo Biden con un sospiro di sollievo conservano una buona dose di incertezza sul futuro. L’America è tornata, sì, ma fino a quando? © RIPRODUZIONE RISERVATA