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Il massacro del convento di San Domenico a Forlì fermato dal rigoroso combattente Andrea Emiliani

di Italia Libera   
Il massacro del convento di San Domenico a Forlì fermato dal rigoroso combattente Andrea Emiliani

Una giornata di studi a Ravenna sul prestigioso Soprintendente ai Beni culturali dell’Emilia Romagna per ricordarne l’insegnamento e le attività di tutela in difesa del patrimonio storico e artistico del nostro Paese. Andrea Emiliani fu anche un rigoroso combattente che non esitò a schierarsi, a contrastare scelte sbagliate, a battersi per evitare disastri o manomissioni. E lo fece interpretando strettamente il ruolo che autorevolmente ricopriva ma non cedendo, come purtroppo accade troppo spesso, alle pressioni della politica. In questo ricordo di Sauro Turroni, la sua battaglia esemplare per evitare che si facesse tabula rasa dell’antico convento con il “progetto Sacripanti”: la chiesa sarebbe stata trasformata in palcoscenico, il chiostro cinquecentesco in platea, tutto sopraelevato, ogni elemento architettonico sarebbe stato  usato come quinta scenografica e molto altro ancora. Il convegno oggi in Romagna al museo “Mar di Ravenna”

◆ L’articolo di SAURO TURRONI

► Oggi al “Mar di Ravenna”, museo di cui Andrea Emiliani fu per circa 20 anni presidente onorario, si tiene una giornata di studi a lui dedicata, rivolta alla Romagna, sua terra di origine e anche luogo privilegiato di studi e ricerche. È una occasione importante per ricordarne l’insegnamento e le attività per lo studio e la tutela del territorio insieme con l’insieme delle politiche per i beni culturali e le altre infinite attività in favore, per la conoscenza e in difesa del patrimonio storico artistico della Nazione, in esso comprendendo tutto ciò che semplificando potremmo definire faccia parte della cultura materiale e della identità dei luoghi.

Andrea Emiliani però non fu solo lo straordinario studioso e maestro che tutti ricordiamo e a cui la cultura, la storia dell’arte, i musei e anche le politiche di conservazione devono molto ma, se posso permettermi, fu anche un rigoroso combattente che non esitò a schierarsi, a contrastare scelte sbagliate, a battersi per evitare disastri o manomissioni. E lo fece interpretando strettamente il ruolo che autorevolmente ricopriva ma non cedendo, come purtroppo accade troppo spesso, alle pressioni della politica che dall’introduzione delle norme che consentono alla politica medesima la nomina dei funzionari, li vedono cedere a richieste anche contrarie ai doveri di tutela. Una vicenda esemplare che testimonia l’impegno, il rigore e la determinazione di Andrea Emiliani, disposto anche a scontrarsi duramente con amministratori, interi partiti e anche parlamentari, è rappresentata dal progetto di nuovo teatro di Forlì dell’architetto Maurizio Sacripanti, che avrebbe manomesso e devastato l’antico convento del San Domenico e la chiesa di San Giacomo.

La storia è assai lunga, riguarda un’area assai centrale nella città nella quale esisteva una antica fabbrica di feltri in via di dismissione che fu oggetto di attenzioni fin dagli anni 50. Già Cederna in un suo magistrale articolo del 1953 raccontava della volontà degli amministratori dell’epoca di abbattere tutto, lasciando in piedi i pochi edifici monumentali presenti  per realizzare un grande spazio libero da destinare a futuri sviluppi edilizi. La città era priva di un teatro, abbattuto durante la guerra e nel 1977 il Comune bandì un concorso nazionale di idee per la progettazione di un teatro nell’area dell’ex fabbrica Bonavita, nel frattempo demolita. Al concorso parteciparono numerosi e qualificati gruppi di progettazione e vinse il progetto dell’architetto Sacripanti. Si trattava di un progetto invasivo, che intaccava il convento del San Domenico e prevedeva in adiacenza al 2° chiostro un parcheggio coperto intasando e alterando tutta l’area. L’incuria nel 1978 fece crollare un fianco della chiesa e un tratto del primo chiostro. Il dibattito sorto nel frattempo attorno al progetto Sacripanti ne aveva già messo in evidenza l’eccessivo dimensionamento. Il crollo suggerì di collocare il teatro nella chiesa e in breve il nuovo progetto fu pronto. Era un massacro: la chiesa sarebbe stata trasformata in palcoscenico, il chiostro cinquecentesco in platea, tutto sopraelevato, ogni elemento architettonico sarebbe stato usato come quinta scenografica e molto altro ancora. Le immagini prospettiche predisposte da Sacripanti rivelavano un intervento incompatibile con chiesa e convento. Il 17 febbraio 1981 il progetto di massima venne approvato in Consiglio: 3 soli astenuti. Solo l’onorevole Ascari del Pri motivò il proprio dissenso.

Intanto il Comune diede l’avvio alla costruzione di un parcheggio costituito da speroni di cemento e di una sorta di piazza sopraelevata che ancora oggi preclude la vista di chiesa e convento e invade le strade adiacenti con terribili svincoli. Il parcheggio sarà presto soprannominato bunker, mentre la piazza sarà spregiativamente “la barcaccia”. A tutto ciò pochi si opposero, un quintetto di irriducibili, tra cui Pier Luigi Cervellati e Marina Foschi, presentò una osservazione che il Comune respingerà. L’osservazione verrà inviata anche  alla Regione. Il conflitto diventò subito aspro, alcune forze politiche cominciarono a prendere le distanze dal progetto seguendo Italia Nostra e i Verdi, il parcheggio suscitò indignazione, molti cittadini protestarono e poi Dc, alcuni repubblicani e alcuni esponenti del Psi manifestarono la loro crescente contrarietà.

Un foltissimo gruppo di eminenti uomini di cultura, da Cederna a Leonardo Benevolo, da Italo Insolera a Bruno Gabrielli, da Vezio De Lucia a Antonio Iannello a Mario Fazio e tanti altri presero posizione. La stessa assessora regionale Felicia Bottino si espresse contro il progetto. L’Amministrazione fu insensibile e tetragona ad ogni ripensamento; anzi, promosse con il sostegno di alcuni architetti e ingegneri locali un strenua resistenza alle argomentate prese di posizione degli intellettuali che si erano mobilitati. Il Pci, partito di governo della città, si arroccò e sostenne che si trattava di un conflitto fra scuole di pensiero, che era possibile intervenire con nuove edificazioni sul tessuto storico della città e sui suoi stessi edifici.

Quella che molti definiranno poi una compagnia di giro, costituita da colleghi e sodali di Sacripanti si mobilitò a sostegno del progetto, lo scontro assunse una valenza sovra comunale fra i sostenitori del restauro e chi invece difendeva il diritto alle manomissioni. Con il Comune era difficile trovare punti di intesa e fu quindi il tempo delle denunce, degli esposti, dei ricorsi, delle interrogazioni parlamentari e regionali ma la macchina non si fermò: l’amministrazione aveva parte dei soldi ed intendeva appaltare i lavori al più presto.

Ecco che entrò in campo il soprintendente Emiliani che, dopo un sopralluogo, decise di attuare un intervento per il restauro degli elementi decorativi della chiesa. Si fece finanziare dal Ministero 700 milioni di lire di lavori, istallò un cantiere dentro il San Giacomo e avviò il restauro dei superstiti apparati decorativi e aprì un cantiere scuola. Si scatenò il finimondo. Si trattava di “lesa l’autonomia del Comune”, si svolse un consiglio comunale infuocato, il soprintendente fu tacciato di “fascista” da sindaco e consiglieri comunali, il cantiere scuola da lui ideato per i giovani restauratori fu respinto malamente. Si legge nello stenografico della seduta “Come sia possibile che il sovrintendente, sig. Emiliani, faccia dei progetti senza chiedere nulla all’ente proprietario del Comune di Forlì? Succede che ci sono certi personaggi che io glielo ho scritto tre anni fa, che sono dei fascisti…”, mentre altri parlarono di “pura indecenza” e profferirono contumelie varie.

Nella città venne affisso un manifesto a firma del sindaco comunista Giorgio Zanniboni che recitava “Forlivesi… un fronte composito di forze è sceso in campo contro un progetto approvato da Soprintendenza, ministero dei Beni Culturali… si tratta di partiti e movimenti  …che fanno del disfattismo la loro bandiera, di associazioni che non si sono preoccupate del san Domenico quando questo si disfaceva… di alcuni personaggi non forlivesi … che forse nostalgici del Minculpop o vedovi dello Zdanovismo, attaccano il progetto perché non risponde ai criteri di recupero dei vecchi edifici che essi vogliono imporre, in un Paese e in un’Europa che dà cittadinanza a ben altre autorevoli scuole”. L’invettiva continuava ancora ma tutto ciò non scalfì un imperturbabile Andrea Emiliani che continuò sereno a sostenere che non stava facendo altro che un suo preciso dovere, respingendo ogni tentativo di coinvolgerlo nella polemica.

Il Comune, nel frattempo, nel 1988 fece un nuovo Piano regolatore generale del Centro storico che, per il San Domenico, prevedeva il restauro conservativo, e lo spedì in Regione per l’approvazione. Fu una doccia fredda: l’assessora regionale Bottino aveva una visione concorde con quella di Emiliani, di Cederna e di tutti gli altri oppositori e stralciò il progetto del San Domenico. Di nuovo fu rivolta. L’appalto però non si potè più fare. Passeranno altri anni. Nel ’91, il demenziale progetto venne abbandonato e una nuova amministrazione finalmente si convinse ad avviare un progetto di restauro di chiesa e convento che restituisse alla città un luogo per il museo della città e per le mostre che la Fondazione allestirà negli anni successivi.

La politica però non dimenticò il ruolo centrale avuto da Andrea Emiliani nella sua sconfitta e quindi scattò una sorta di ostracismo a stento dissimulato. Costoro però nulla poterono quando anni più tardi all’inaugurazione del San Giacomo restaurato la città dovette rendere omaggio a chi aveva salvato quell’importante bene culturale, facendolo salire, solo, sul palco a raccogliere gli applausi e i ringraziamenti di tutti, anche di chi lo aveva avversato. Quella battaglia continua ancora oggi. Metà del parcheggio bunker è stato demolito ma le stesse forze che hanno condiviso il merito, ovviamente disconosciuto, di aver restituito l’antico San Domenico alla città sono impegnate, anche in onore di Andrea Emiliani, per la demolizione della “barcaccia” e per la ricostruzione in chiave moderna degli antichi orti cancellati da due secoli di cemento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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