Il consumo del suolo in Italia non si arresta: «100 miliardi di danni in arrivo da qui al 2030»

Il consumo del suolo in Italia non si arresta: «100 miliardi di danni in arrivo da qui al 2030»

In Italia la copertura artificiale del suolo è ormai arrivata a estendersi per oltre 21.000 chilometri quadrati, pari al 7,11% del territorio nazionale (era il 7,02% nel 2015, il 6,76% nel 2006), rispetto alla media Ue del 4,2%. Per Michele Munafò dell’Ispra «i “costi nascosti”, dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici che il suolo non è più in grado di fornire a causa della crescente impermeabilizzazione e artificializzazione, sono stimati in oltre tre miliardi di euro l’anno». Con questo trend, nel 2030 i danni economici assommeranno alla metà dell’intero Pnrr. Difficile cambiare strada, e non solo in Italia

L’articolo di FABIO BALOCCO
IL PROSSIMO 5 DICEMBRE è la giornata mondiale del suolo. Vale la pena riportare per esteso le parole di Michele Munafò, dirigente dell’Ispra: «In Italia la copertura artificiale del suolo è ormai arrivata a estendersi per oltre 21.000 chilometri quadrati, pari al 7,11% del territorio nazionale (era il 7,02% nel 2015, il 6,76% nel 2006), rispetto alla media Ue del 4,2%. Le conseguenze sono anche economiche e i “costi nascosti”, dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici che il suolo non è più in grado di fornire a causa della crescente impermeabilizzazione e artificializzazione degli ultimi otto anni, sono stimati in oltre tre miliardi di euro l’anno. Valori che sono attesi in aumento nell’immediato futuro e che potrebbero erodere in maniera significativa, per esempio, le risorse disponibili grazie al programma Next Generation Eu. Si può stimare, infatti, che se fosse confermato il trend attuale e, quindi, la crescita dei valori economici dei servizi ecosistemici persi, il costo cumulato complessivo, tra il 2012 e il 2030, arriverebbe quasi ai 100 miliardi di euro, praticamente la metà dell’intero Pnrr» [leggi qui nota 1]. 

Quello che proprio non vuole entrare nella zucca (perché di zucca trattasi, non di testa) di chi governa ai diversi livelli, dal comunello a Roma, è che la perdita di suolo fertile ha un costo: ogni ettaro di terreno fertile assorbe circa 90 tonnellate di carbonio: se cementifichiamo quel terreno, la Co2 si libera nell’atmosfera, accelerando il processo in atto di inquinamento e riscaldamento; ogni ettaro di terreno fertile è in grado di drenare 3.750.000 litri d’acqua: in questo particolare momento, a fronte di bombe d’acqua di portata e frequenza sempre maggiori e di lunghi periodi sempre più siccitosi, il nostro suolo, oltre a drenare l’acqua piovana (contribuendo a contenere gli effetti di possibili inondazioni e alluvioni), ne conserva quanto basta per alimentare ciò che in esso vive e si sviluppa; ogni ettaro di terreno fertile, coltivato, può sfamare sei persone per un anno, e questo significa anche sovranità alimentare e minore necessità di importazione, quindi minori trasporti. 

Ma non solo: decidere di perdere terreno fertile è anche criminale: l’impermeabilizzazione del suolo comporta anche danni alla popolazione sotto forma di dissesto e conseguenti oneri di ripristino e morti. L’Italia ha i due terzi delle frane registrate in Europa e sempre l’Ispra ricorda che «in 20 anni il ministero dell’Ambiente della tutela del Territorio e del Mare ha stanziato quasi 7 miliardi di euro, per un totale di oltre 6 mila progetti finanziati. Ma le richieste per la messa in sicurezza del territorio caricate sulla piattaforma utilizzata per monitorare gli interventi di mitigazione ammonterebbero ancora a 36 miliardi di euro» [leggi qui nota 2]. E un recente documento del Cnr riporta i dati per eventi calamitosi e conseguenti morti e sfollati dal 1971 ad oggi:1630 morti, 48 dispersi, 1871 feriti e 320.304 evacuati e senza tetto [leggi qui nota 3]. Peccato però che nessun amministratore sia mai andato in galera per avere fatto scelte scellerate sul territorio di competenza…

Ma l’Italia è pur sempre parte dell’Europa, e cosa dice l’Europa? Dice che entro il 2050 il consumo di suolo dovrebbe azzerarsi nei paesi dell’Unione. E sempre l’Ispra, in un documento del 2017, ci ricorda cosa avverrà da qui al 2050: «Una valutazione degli scenari futuri di trasformazione del territorio italiano, in termini di nuovo consumo di suolo, porta a stimare, in caso di interventi normativi significativi e azioni conseguenti che possano portare a una progressiva e lineare riduzione della velocità di cambiamento dell’uso del suolo in 1.635 km2 di nuovo suolo perso tra il 2016 e il 2050, anno in cui dovremo, necessariamente, azzerare il nuovo consumo di suolo. Se, invece, mantenessimo la velocità registrata nel corso dell’ultimo anno, velocità peraltro piuttosto bassa a causa della crisi economica, perderemmo ulteriori 3.270 km2 entro il 2050. Arriveremmo a 7.285 e 8.326 km2 nel caso in cui la ripresa economica portasse di nuovo la velocità del consumo di suolo a valori medi o massimi  registrati negli ultimi decenni» [leggi qui nota 3].

A parte questo, l’Ue non ci dice cos’è il consumo di suolo. Pensare solo allo sprawl è semplicemente antistorico: è infatti consumo di suolo anche il pannello solare a terra; il bosco eradicato per fare posto ad una vigna o ad un noccioleto; oppure le opere pubbliche, sì, proprio quelle, ad esempio ferroviarie: quanto terreno fertile si mangia una nuova, inutile linea Alta Velocità? L’Ue tace e la sensazione è che non voglia dire nulla al riguardo perché bisognerà pur sempre produrre energia “pulita”; perché la politica agricola non deve mutare, non deve spostare gli equilibri; perché si deve viaggiare sempre più veloci. E allora cosa rimane? Rimane che il consumo di suolo avanzerà inesorabile. Non siamo dei menagramo, noi ambientalisti, siamo solo realisti. E non abbiamo solo nozioni di ambiente e territorio, ma conosciamo anche bene le logiche economiche. © RIPRODUZIONE RISERVATA