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Il clima che cambia porta siccità e distrugge gli alberi: sono la nostra migliore difesa

di Italia Libera   
Il clima che cambia porta siccità e distrugge gli alberi: sono la nostra migliore difesa

Nella storia dell’uomo sono state coltivate oltre 10.000 piante differenti, oggi sono poco più di 120 piante a fornire il 90% degli alimenti all’uomo. Le antiche varietà e, in particolare, i grandi patriarchi arborei che ancora ci danno i loro frutti ogni anno, adattandosi in modo resiliente alle avversità dell’ambiente, dimostrano caratteristiche che li rendono, in generale, più plastici. Per questo non devono essere definiti frutti del passato ma del futuro. Vale lo stesso per le piante forestali dei nostri boschi, le più adatte per ricostituire aree boschive longeve, andate perdute con incendi o calamità. Con l’Associazione Patriarchi della Natura abbiamo cercato di salvare i geni (Dna) degli alberi monumentali più significativi d’Italia moltiplicando, a scopo conservativo, quelli a maggior rischio di scomparsa, creando una Banca Genetica, pensando al futuro e a chi verrà dopo di noi. Nella sordità generale degli Enti, anche ai più alti livelli

L’analisi di SERGIO GUIDI
STIAMO ASSISTENDO GIÀ da qualche anno alla tropicalizzazione del clima. Ciò non avviene per caso. Le nostre azioni e sprechi quotidiani, le nostre scelte giornaliere poco sostenibili, il continuo ricorso alle energie fossili ci hanno portato come risultato lunghi periodi di siccità, caldo torrido, nubifragi e trombe d’aria. Ma non solo: lo sconvolgimento del clima e la progressiva distruzione di molti habitat naturali hanno portato alla cancellazione irreversibile di biodiversità, le forme di vita che si sono evolute nel tempo adattandosi lentamente ai vari luoghi. 

Il cambiamento del clima e la biodiversità sono strettamente connessi; la scomparsa delle economie sostenibili in ambito locale, basate sulla biodiversità, sono state soppiantate da economie globali basate sulle energie fossili e l’emissione di gas serra che cambiano il clima. La biodiversità ha sempre fornito cibo, fibre, foraggi, medicine, combustibili, mantenendo e trasmettendo la cultura dell’abitare: il vero capitale delle comunità locali e dei contadini.

Se si invertisse mano a mano la rotta, procedendo con la quasi totale eliminazione dei concimi chimici dall’agricoltura si eliminerebbe in misura straordinaria uno dei gas serra più nocivi; lo dimostrano le aziende agricole organiche e ricche di biodiversità che aumentano l’efficienza di assorbimento della Co2 nel suolo di circa il 50% e conservano l’umidità del terreno agricolo del 10-20% in più, dato importante per combattere anche la crisi idrica. Possiamo avere più cibo, di qualità, a costi minori, usando meno energia oggi così costosa. La biodiversità è di importanza vitale per la sopravvivenza dell’uomo, eppure consentiamo che spariscano ogni giorno diverse specie viventi: vegetali e animali. Nella storia dell’uomo sono state coltivate oltre 10.000 piante differenti, ma negli ultimi secoli l’agricoltura si è concentrata sempre più sulle più produttive: pensiamo che oggi sono solamente poco più di 120 piante a fornire il 90% degli alimenti all’uomo. 

Il lavoro dei ricercatori per produrre nuove varietà resistenti a malattie e siccità è possibile solo se esistono varietà antiche da cui estrarre i geni per il miglioramento genetico. Secondo gli esperti nei prossimi 25 anni l’aumento di popolazione richiederà un aumento di produzione alimentare di circa il 60%, ciò non potrà avvenire senza la biodiversità e se parte di questa sarà perduta per sempre?

Le antiche piante pienamente produttive sono portatrici di fattori di resistenza che hanno permesso loro di sopravvivere per molti anni alle avversità climatiche e parassitarie. Le antiche varietà e, in particolare, i grandi patriarchi arborei che ancora ci danno i loro frutti ogni anno, adattandosi in modo resiliente alle avversità dell’ambiente, dimostrano caratteristiche che li rendono, in generale, più plastici. Per questo non devono essere definiti frutti del passato bensì del futuro. 

Stesso discorso possiamo farlo per le piante forestali che possiamo trovare nei nostri boschi, veri e propri patriarchi e matriarche, le più adatte per ricostituire aree boschive longeve, andate perdute a seguito di incendi o calamità. Se vogliamo avere garanzie che questi nuovi boschi e foreste siano resilienti è meglio affidarsi ai figli di quelle piante che hanno confermato nei secoli la loro longevità.

Il verde in generale, e ora  il verde urbano sarà sempre più rilevante per mitigare gli effetti di questo clima fuori controllo. La maggior parte degli uomini vive e vivrà sempre più nelle città e grandi metropoli; proprio i grandi insediamenti sono responsabili delle forti emissioni di Co2. Eppure il verde urbano è spesso visto come un problema; abbiamo notato tutti come i forti venti e i nubifragi siano in grado di sradicare alberi ormai piegati dal caldo torrido e dalla siccità. La crisi progettuale della politica non ha certo favorito la gestione del verde pubblico; anzi proprio qui sono avvenuti i tagli maggiori alle spese di gestione e i risultati sono assai evidenti. Nella progettazione di nuove aree verdi urbane le grandi firme dell’architettura fanno spesso ricorso a piante tropicali, dalle forme estetiche molto suggestive, ma ben poco adatte al nostro ambiente e soprattutto ad un ambiente che cambia così rapidamente Ne è un esempio la proposta delle palme in piazza duomo a Milano di tempo fa. Si dà molta più importanza all’aspetto estetico senza approfondire l’aspetto agronomico che è fondamentale se vogliamo garantire la sopravvivenza delle piante, soprattutto in ragione del fatto che dovranno sopportare impatti così forti che cambiano in modo repentino.

Oggi si conferma in modo inequivocabile la necessità di ricorrere a piante autoctone, molto rustiche, con apparati radicali profondi, capaci di sopportare gli stress climatici e il compattamento del terreno. I patriarchi arborei hanno dimostrato nei secoli e millenni di sapersi adattare ai vari ambienti, di saper resistere alle malattie e di vivere a lungo garantendo l’assorbimento dell’anidride carbonica che scalda il pianeta e in più produrre il prezioso ossigeno senza il quale noi non potremmo vivere. Con l’Associazione Patriarchi della Natura abbiamo nel tempo cercato di salvare i geni (Dna) degli alberi monumentali più significativi d’Italia moltiplicando, a scopo conservativo, quelli a maggior rischio di scomparsa, creando una Banca Genetica, pensando al futuro e a chi verrà dopo di noi, negli anni e nei secoli.

Dobbiamo constatare ahimè la sordità degli enti, anche ai più alti livelli (Fao, Ministeri, Regioni, Comuni ecc) ai quali chiediamo fino a che punto credono davvero che con megaprogetti di piantumazione di milioni di alberi, senza specificare quali alberi, dove metterli a dimora, con quale manutenzione nel tempo, si possa davvero risolvere il problema e creare una cultura diffusa. Piantare alberi è certamente un fatto da promuovere sempre più, ma se importiamo piante da altri paesi solo perché costano meno, ma che non sono adattati al nostro territorio e magari col rischio di importare anche nuove malattie come già avvenuto, allora non stiamo facendo un grande lavoro. Se procederemo con la piantumazione di alberi autoctoni, adattati al nostro ambiente e tra questi inserissimo anche gemelli o figli degli alberi più longevi, avremo garanzie maggiori per tutti e per le generazioni a venire. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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