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I mille volti di Israele: una mostra a Lecce fa capire come sia esaltante convivere nelle diversità

di Italia Libera   
I mille volti di Israele: una mostra a Lecce fa capire come sia esaltante convivere nelle diversità

Un viaggio, con le sue espressioni artistiche, tra le diverse identità di Israele (e le diverse lingue native: ebraico, yiddish, ebraico antico, ma anche arabo). I “mille volti” di un Paese, in una mostra al Jewish Museum di Lecce. Con artisti diversi – donne e uomini, ebrei e musulmani, credenti o no, etero o omosessuali – ma con un tratto d’unione nel fatto di aver vissuto molte difficoltà nella vita. E affrontate con quel coraggio necessario, descritto in poesia dal rabbino Nachman: “Il mondo intero è un ponte molto stretto, e l’importante è non aver paura”

L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE

MENTRE SONO IN ATTO le manifestazioni popolari in Israele per evitare la distruzione delle istituzioni fondamentali per il controllo del potere politico, la mostra al Jewish Museum di Lecce che racconta i mille volti di Tel Aviv diventa un viaggio emblematico in un mondo poliedrico, complesso e troppo spesso sull’orlo del baratro. Una delle più interessanti mostre di arte contemporanea del momento. Chi a Lecce risale le scale del Jewish Museum affronta il bianco della della pietra della bellissima cattedrale di Santa Croce e del lastrico stradale antistante, venendone abbagliato mentre esce e torna al mondo. Ciò che ci circonda appare in modo completamente diverso: presente, passato e futuro si allineano secondo codici che sono più dell’anima che della razionalità  modernista che accompagna la nostra quotidianità. Ancor di più, è così dopo aver visto “A very narrow bridge”, camminamento sul filo della vita ed oltre il quale ci attende solo la distruzione se non impareremo a vivere insieme.

“Il mondo intero è un ponte molto stretto e l’importante è non avere paura” è il verso poetico di Rav Nacham di Breslov, il celebre Rabbino chassidico, contenuto in una poesia in lingua ebraica “Kol Olam Kulo” (Tutto il mondo intero) che ispira tutto il progetto espositivo curato da Fiammetta Marteguani in mostra a Lecce. Ora è semplice comprendere perché l’arte è il luogo privilegiato per una riflessione sui diritti dell’uomo: il luogo eletto dell’esplorazione esistenziale perché più di ogni altro attinge alla forza dirompente dell’immagine, della forma, del colore o del non colore, inducendo alla più potente, travolgente e spaesante presa d’atto che la bellezza possa realizzare.

Ciascuno degli artisti di questa mostra, nel corso della sua vita, ha dovuto affrontare numerose difficoltà, spesso dovute alle proprie origini: ebrei figli di sopravvissuti all’Olocausto; palestinesi nati a Gaza che hanno dovuto abbandonare la propria terra; ebrei di origine mediorientale cresciuti in uno Stato fondato da ashkenaziti; ebree ortodosse e musulmane che, come donne, cercano di emanciparsi in un “mondo di uomini”. Tutti questi artisti, nel loro insieme – ebrei e musulmani, uomini e donne, gay e straight, religiosi e agnostici – rappresentano i numerosi volti di Israele, che esprimono la propria voce attraverso l’uso della propria lingua di origine: ebraico, arabo, yiddish. Ma anche ebraico antico trascritto, con l’utilizzo della calligrafia giapponese, da un artista buddista.

Tra gli artisti anche il più importante e influente artista israeliano del momento, Tisibi Geva, che attraverso le sue opere, ottenute da un recycling di oggetti della vita quotidiana della Terra d’Israele,  che non solo riporta a nuova vita la materia attraverso il suo personale flusso estetico e poetico, basato prevalentemente sulla lingua ebraica, ma che riscrive in lettere ebraiche le storia. L’opera di Tisibi Geva, “Bird in Wada Ara” realizzata su un pannello di legno originariamente utilizzato per appendere le chiavi – “maftechot” come inciso in ebraico (al contrario) sul metallo – su cui l’artista ha disegnato un uccellino e il testo “Wadi Ara” in lettere ebraiche. Tra gli artisti anche Ruth Noam Segal. Molti dei suoi lavori sono stati finora ispirati dalla complessità del comportamento umano e dalle enigmatiche interazioni con esso. Il grande orecchio umano di Ruth Segal diventa metafora dell’ascolto e della comprensione, del nostro stare insieme pur essendo diversi, del nostro essere parte della stessa storia umana, sperimentando percezioni del mondo a volte illusorie a volte straordinariamente assolute e vere.

Per annusare l’aria che tira attraversando il ponte della vita e i mille volti d’Israele, l’opera di Amos Biderman “Ebreo a cavallo” è un contributo preziosissimo. In quest’opera ha accostato la celebre statua che rappresenta Meir Dizingoff, il primo sindaco di Tel Aviv – e quindi anche il primo sindaco di una città ebraica – con la rappresentazione stereotipata di un “goy” – un non ebreo – a cavallo: una contrapposizione tra la “vecchia” Europa e la “nuova” identità ebraica, costruita parallelamente alla fondazione dello Stato di Israele. È presente anche Anisa Ashkar, artista internazionale e multidisciplinare, nata in Israele, e impegnata in questioni legate all’identità, alla critica sociale e al genere. Da molti anni scrive, quotidianamente – con la matita da occhi – una frase sul suo viso, in calligrafia araba, visibile a tutti, indagando sulla sua biografia e sulla sua identità arabo-palestinese. In questo lavoro, Ashkar usa parole diverse, tutte in arabo – mio cuore, mio occhio, splendore, bellezza, amore, vicino – che nel loro assieme descrivono, per l’artista, il concetto di “amore”: l’unico sentimento che unisce ogni persona e ogni cultura, senza alcun confine.

Liron Lavi Turkenich, designer appassionata di caratteri alfabetici, ha dato vita ad un alfabeto ibrido: “Aravrit”, una sintesi tra arabo e “ivrit”, ebraico. I caratteri di Aravrit, infatti, sono interamente leggibili in entrambe le lingue. Il suo scopo è quello di unire le persone, permettendo a ciascuna comunità di leggere nella propria lingua, pur non ignorando l’esistenza della lingua dell’altra, che è sempre presente. All’esposizione partecipano Dede Bandaid e Nitzan Mintz, due degli artisti urbani più affermati d’Israele, con l’opera denominata “Gold”. Entrambi residenti a Tel Aviv, che è una delle principali fonti di ispirazione per la loro arte. Proprio nelle strade di Tel Aviv hanno cominciato la propria carriera individuale oltre un decennio fa, rappresentando poi il movimento di street art israeliano in tutto il mondo.

I will be what I will be – Sarò quel che sarò” è l’opera di Israel Rabinovitch, artista e docente attualmente  dell’Accademia di Brera che vive sulle colline di Gerusalemme. Tra le diverse tecniche utilizzate, anche il fuoco. La fiamma, infatti, rappresenta per l’artista, metaforicamente e fisicamente, il potere del mondo come stabilito nella Genesi. Haim Maor, membro del Dipartimento di Arti dell’Università Ben-Gurion del Negev, artista, ricercatore di arte contemporanea israeliana e curatore indipendente partecipa con un trittico che rappresenta la sagoma sua e dei suoi genitori all’interno di camei, con lo sfondo di un giornale israeliano degli anni ’50, ancora pubblicato in yiddish, la prima lingua che Maor sentiva parlare a casa da bambino. A questo trittico, l’artista affianca il ritratto di un suo amico, il pittore palestinese Khader Oshah (il cui autoritratto è presente in questa stessa sala), e di due dei suoi figli, ciascuno coperto da un “ritratto verbale” in lingua araba. Il volto di Khader è coperto dalla parola Fatah (OLP) che si è tatuato sul braccio da adolescente, mentre i nomi dei suoi figli – Machmud e Bisan – sono scritti sul loro volto come un certificato di identità.

Porta ad una riflessione retrospettiva Khader Osha, pittore beduino palestinese, nato a Gaza, che oggi vive a Rahat, Israele. In tutto il suo lavoro e le sue opere, Oshah cerca di riconnettersi con la memoria utilizzando materiali del passato, appartenenti alla sua famiglia e della sua comunità. In questo autoritratto, Oshah si identifica con le lotte di molti altri individui, che lottano per la propria vita, al fine di commemorarli e battersi contro tutti i crimini di guerra non solo quelli che ancora accadono in Medio Oriente. Esplorano i temi della politica e dell’identità i lavori di Leor Grady, artista che vive e lavora a Tel Aviv specializzata in arti visive, che partecipa con un’opera sulla quale ha ricamato “Lekhah Dodi”. Si tratta di un canto liturgico ebraico recitato venerdì al tramonto, di solito in sinagoga, per dare il benvenuto al sabato prima dell’ingresso dello Shabbat.

Questo viaggio immaginario sul ponte molto stretto che la mostra rappresenta si conclude con altri quattro artisti: Michael Ben Abu, che gioca con tre lettere ebraiche (א , נ, י) per costruire, ogni volta, una fase diversa della vita e per riflettere sul concetto di identità come ebreo, come essere umano e come artista; Karam Natour artista arabo-israeliano, che utilizzando uno sfondo di carta riciclata e non trattata, insieme all’uso dell’arabo, di numeri e di formule matematiche (in quest’opera le parole – Venere, 2018, 2020, 3400, 2013, Saturno), le interazioni criptiche tra l’uomo e la macchina ci trasportano in un vuoto spazio temporale, della sensazione onirica, che riporta a galla le proprie paure, passioni e le emozioni più recondite; Michael Ben Abu vive e lavora a Tel Aviv. Ha esposto in numerose gallerie e musei in Israele e all’estero. In molti dei suoi lavori utilizza lettere ebraiche, combinandole tra loro in modi diversi, per riflettere sul concetto di identità come ebreo, come essere umano e come artista. In questo trittico, gioca con tre lettere ebraiche (א , נ, י) per costruire, ogni volta, una fase diversa della vita.

Di grande impatto comunicativo e raffinata eleganza estetica l’opera “Paradiso dorato” di Raya Bruckenthal, un’artista visiva che vive e lavora a Gerusalemme. Bruckenthal ha esposto in numerosi musei e gallerie in Israele e in Europa. Nell’opera usa lettere ebraiche che, insieme, costituiscono una pagina del libro ״Tseno Ureno״, pubblicato alla fine del XVI secolo in Polonia. Scritto in yiddish, era rivolto alle donne ebree che, così, potevano finalmente capire le proprie origini, poiché alla maggior parte delle donne non veniva insegnato l’ebraico – la “lingua sacra” – e, di conseguenza, non erano in grado di connettersi alla tradizione scritta. “A very narrow bridge” dimostra inconfutabilmente come lo strumento artistico ed estetico renda la convivenza delle diversità non solo possibile, fortemente attrattiva ed esaltante ma anche pacificamente e persuasivamente giusta. Tutto ciò che nella realtà fatica a realizzarsi l’arte lo contempla senza pregiudizi, senza forzature, ma soprattutto senza paura. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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