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I subacquei del restauro. La Bicocca e le Maldive, il patto dei coralli. E che sorpresa al largo di Roma

di Italia Libera   
I subacquei del restauro. La Bicocca e le Maldive, il patto dei coralli. E che sorpresa al largo di...

I coralli non sono solo una meraviglia del mare. Sono una straordinaria risorsa per l’equilibrio naturale del pianeta. E finalmente, da qualche tempo, stanno nascendo iniziative per tutelarli e – addirittura – per “restaurare” le barriere coralline. Come? Con l’innesto di coralli vivi. Ma ecco il racconto di alcune “sorprese” che il mondo dei coralli ci ha riservato

L’articolo di FABIO MORABITO

IL PRIMO AD ALLARMARSI CHE i bellissimi coralli rossi del Mediterraneo stessero scomparendo, è stato…Plinio il Vecchio. Siamo nel primo secolo dopo Cristo. il filosofo naturalista accusò la pesca eccessiva di aver impoverito il mare dei coralli, diventati allora “difficili da trovare anche in quelle zone dove di solito crescono”. In fondo i greci, i romani, i persiani, apprezzavano i coralli per motivi non troppo diversi da quelli di oggi. Per la loro bellezza e quindi per farli diventare oggetti d’ornamento. E per le loro qualità medicinali: i romani ne estraevano una sostanza con la quale combattevano le coliche renali. L’ammirazione dell’uomo per questo miracolo sott’acqua, brulicante di vita, si è aperta però solo in tempi recenti grazie alla consapevolezza di quanto siano preziose le barriere coralline per la salute del mare, e quindi per la salute del mondo.

Poi, verso la fine del secolo scorso, è aumentato in modo estremamente preoccupante il “bleaching”, il fenomeno di sbancamento dei coralli, quello che rappresenta l’autunno della loro vita. Dopo, la barriera va in necrosi. I coralli si estendono in colonie collegate tra loro, anche gigantesche. Occupano solo l’1 per cento dell’oceano, ma al loro interno ospitano il 25% della vita del mare. Ma tre quarti di secolo fa le barriere erano oltre il doppio. Secondo le Nazioni Unite, nei prossimi vent’anni potrebbero sparire fino al 90% delle barriere coralline. A fine secolo, se non si interviene, potrebbero scomparire del tutto. Cambierebbero gli  oceani, cambierebbe il mondo. Completamente. La grande barriera corallina, che si trova vicino all’Australia, è lunga 2.300 chilometri, ed è più grande dell’Italia. Il Triangolo corallino (tra Indonesia, Malesia, Filippine, Isole Salomone, Nuova Guinea) è un’area appunto di forma triangolare, e contiene almeno cinquecento specie di coralli.

Il Triangolo è considerato il cuore mondiale della biodiversità. Il Wwf è impegnato in un’azione di conservazione di questo habitat di risorse: il cuore del progetto è quello dell’istituzione di aree protette. È ormai acquisito come questo sia il sistema più efficace di difesa delle risorse naturali. L’allarme è diffuso. La Grande barriera corallina è minacciata dallo “sbancamento” per due terzi della sua estensione. Lo sbiancamento è causato dal cambiamento climatico e dal conseguente aumento della temperatura dell’acqua. L’aumentata acidità dell’oceano comporta invece un altro problema, e cioè che lo sviluppo dei coralli si blocchi.

Accanto alle diffuse preoccupazioni per questa minaccia, che inevitabilmente si ripercuote sulla salute di tutto il pianeta, il mondo del mare ci si riserva anche sorprese positive. Soltanto pochi mesi fa è stata fatta un’importante scoperta grazie all’Hov Alvin, un sommergibile (di proprietà degli Stati Uniti) in grado di scendere in profondità fino a 6.500 metri. Il ritrovamento è avvenuto a 600 metri di profondità nelle acque attorno alle isole Galapagos. Si tratta di una nuova barriera corallina, finora sconosciuta, e che vive in condizioni (acque più fresche dell’abituale) insolite. Questo dimostra che le colonie marine sono una formidabile realtà, se fatte salve dalle aggressioni del  maltempo e delle variazioni climatiche. El Nino, fenomeno meteo che sistematicamente (di solito ogni 5 anni, stavolta mancava da 7) sconvolge le regioni dell’Oceano Pacifico meridionale, in passato ha cancellato grandi parti di barriere coralline. Ora El Nino si sta presentando a luglio, e le conseguenze stanno preoccupando fino a grande distanza, coinvolgendo anche l’Italia.

Se è stato scoperta recentemente un’altra barriera corallina nelle Galapagos, si potrebbe dire che questo “miracolo ambientale” ce lo abbiamo anche noi. E non troppo lontano da Roma, anzi appena al largo delle coste della città, di fronte a dove sviluppa Ostia (che della Capitale è una frazione), c’è Tor Paterno. Ci sono le secche. C’è un banco roccioso di coralli, a soli 18 metri sotto il livello del mare, e che arriva al massimo a 80 metri di profondità.

L’isola dei coralli è piccola se si considerano le realtà del Pacifico, ma di dimensioni importanti se studiata con le proporzioni del Mediterraneo. L’area si estende per 1.200 ettari. È sufficientemente vasta per interessare i subacquei non solo italiani. Le associazioni ambientaliste che hanno “adottato” questa porzione di mare (già decretata parco naturale) e che la chiamano “Galapagos del Mediterraneo”, organizzano ormai stabilmente iniziative e attività didattiche per farla conoscere. Il luogo è movimentato dalla presenza di delfini. Sono le stesse associazioni, poi, al lavoro per individuare modi e strategie per proteggere quest’angolo di Paradiso. E l’attività naturalistica e didattica, quando coinvolge anche le scuole, aiuta a diffondere la consapevolezza di quanto sia importante valorizzare il mare.

Se le barriere coralline sono minacciate, se l’allarme degli ambientalisti è sempre più drammatico, si moltiplicano le iniziative per “restaurarle”. Un’associazione nata dall’entusiasmo di un surfista polinesiano, Titouan Benicot, e che si chiama “I giardinieri dei coralli” (anche se i coralli sono fauna, non flora) è impegnata nella Polinesia francese per un’operazione certosina di salvataggio, supportandosi con tecnologie aggiornate ai tempi (la mappatura a tre dimensioni). L’obbiettivo, grazie a finanziatori e sponsor, è il ripopolamento dei coralli: per ora ne sono già stati fatti crescere trentamila nuovi. Il sistema si basa sul metodo del vivaio: vengono fatti crescere in vivai subacquei fino a un anno o un anno e mezzo di età, poi “incollati” con materiale naturale alla barriera corallina.

Un altro punto qualificante del progetto è la “formazione/educazione” dei pescatori e degli abitanti del posto, per insegnare la necessità della conservazione. Risale invece al 2009 l’avvio di un progetto in soccorso delle barriere coralline che sono la ricchezza naturale delle isole Maldive. Un progetto stanziale, con il Mahre Center, nella piccola isola di Magoodhoo, dove i ricercatori hanno una base, l’alloggio e i laboratori. Questa volta protagonista è l’università italiana. Si tratta della Bicocca, che ha fatto un’intesa con il governo locale. Anche qui, il sistema di ripopolamento avviene con gli innesti di nuove vite di coralli, coltivati prima nel vivaio sommerso e poi trasferite nella barriera. Una forma di restauro, per salvare la meraviglia dei mari. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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