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I porti turistici che portano guai. Che danno per le coste: ingombranti, inquinanti. E attirano il cemento

di Italia Libera   
I porti turistici che portano guai. Che danno per le coste: ingombranti, inquinanti. E attirano il cemento

I porti turistici: ma non se ne fanno un po’ troppi? Quelli che vengono visti come fiore all’occhiello dello sviluppo delle località di villeggiatura, sono spesso portatori di uno scempio immediato ma anche indiretto: quando, inevitabilmente, stimolano un’invasiva cementificazione dei paraggi, con nuovi palazzi costruiti in immediata prossimità, e quando la speculazione irride le regole

◆ L’articolo di FABIO BALOCCO

► Un porto ogni due comuni rivieraschi. Vi sembra incredibile? Probabilmente perché pensate ai porti commerciali. Ma provate a pensare che i porti oggì sono anche e soprattutto turistici. E l’uno ogni due è reale e si verifica in Liguria, dove il trend è ancora in aumento. Un porto turistico (impropriamente definito “porticciolo”: Portosole a Sanremo dispone di 804 posti barca di dimensioni medio-grandi e può ospitare yacht fino a 90 metri di lunghezza; il porto di Lavagna ne dispone di 1509) lo possiamo analizzare sotto diversi angoli di visuale, e tutti ci appariranno molto critici. Innanzitutto, un porto turistico costituisce un’ingombrante infrastruttura nel mare. Questo significa che le correnti marine che prima seguivano un determinato corso, dopo la realizzazione del porto verranno deviate. Questo cosa comporta? Comporta che – a seconda dell’andamento delle correnti – le spiagge nelle vicinanze del porto ne subiranno le conseguenze. Un caso di scuola è quello di una delle spiagge più belle del Mediterraneo, quella di San Vito lo Capo, in Sicilia, che, a seguito della realizzazione di strutture artificiali che poi hanno ospitato il porto turistico, ha avuto una diminuzione areale del 30%, con un arretramento della linea di riva di circa 80 metri nel settore più colpito.

Ma un porto turistico significa altresì l’alterazione della biocenosi marina dove esso viene realizzato, complici anche e soprattutto gli scarichi a mare. Un porto turistico significa in particolare l’azzeramento delle praterie di Posidonia oceanica, ove presenti, praterie che sono la culla della biodiversità marina sotto costa e che sono in forte regresso lungo i litorali. Un altro effetto sicuramente non piacevole per la comunità interessata, conseguente alla realizzazione dell’opera, è che, essendo i controlli nei porti turistici pressoché inesistenti, essi sono una buona base per il commercio di droga e di armi. Ma un porto turistico non significa solo cemento in mare, bensì anche sulla costa. È quello che io chiamo “l’effetto golf”, in base al quale se viene realizzato un campo da golf, statene certi che verranno realizzate anche le villette con vista sul campo. Similmente accade per i porti turistici. E qui ci dobbiamo allacciare alla politica. Era l’epoca del primo governo Prodi, quello famoso dell’Ulivo, che molti rimpiangono, e Ministro dei trasporti e della navigazione era l’onorevole Claudio Burlando, ex PCI, allora in quota PDS. Si svolgeva nel 1996 il Salone della Nautica di Genova ed egli vi si recò, rilasciando nell’occasione una dichiarazione del seguente tenore: “in Italia ci sono troppo pochi porti turistici”. Mi capitò di sentirla con queste mie orecchie, e sobbalzai. È cosa nota che un porto turistico è un affare privato (scusate, mi sono dimenticato di dirlo: i porti sono dati in concessione né più né meno come il lido del mare), e non solo, un affare privato per benestanti, se non ricchi: ma quelle parole provenivano davvero da un esponente della sinistra?

Diciamo che poi il buon Burlando fu coerente e decise di passare dalle parole ai fatti con la promulgazione del cosiddetto “decreto Burlando”, D.P.R. 2 dicembre 1997, n. 509, con il quale, oltre ad accelerare le procedure per la realizzazione dei porti turistici, si consentiva di realizzare opere anche non direttamente collegate con la nautica. Il che significava edilizia residenziale, commercio, etc. Risultato: non vi è porto turistico che non si accompagni agli alloggi vista porto. Ma deve essere un vizio della sinistra di vedere di buon occhio la privatizzazione del mare visto che l’onorevole Alessandro Bianchi, allora esponente del Partito dei Comunisti Italiani e Ministro dei Trasporti del secondo governo Prodi (sempre lui…) partecipò alla cerimonia di posa della prima pietra del porto turistico di Ospedaletti, opera rimasta ancor oggi incompiuta e che ha definitivamente alterato la fisionomia dell’omonima baia. E, si noti bene, Ospedaletti è in mezzo tra Sanremo e Bordighera, dove Sanremo ha già due porti e Bordighera uno.

Quello che “fa strano” è che, nonostante la gravità e l’estensione del problema (un conto è privatizzare il lido del mare con ombrelloni e sedie a sdraio, un altro è privatizzare creando delle strutture fisse e imponenti dentro al mare) il problema non venga sentito come tale, ma anzi ci sia una rincorsa a realizzare nuovi porti, e addirittura l’Italia sia diventata terra di conquista, come accade a Ventimiglia, dove il porto (Cala del Forte) è in funzione del Principato di Monaco, tanto che all’inaugurazione venne il principe Alberto di Monaco. E questo perché i porti di Monaco sono saturi. Del resto, questo è il verbo liberista che accomuna tutti i partiti politici, senza alcuna distinzione. Ed il cui verbo invece inteso in senso grammaticale è “valorizzare”: la Natura in sé non ha valore, lo acquista solo se la si sfrutta/la si depreda. Ad oggi, l’unico saggio che si occupi di porti turistici è stato edito da Altreconomia nel 2019: “Il mare privato. Lo scempio delle coste italiane. Il caso dei porti turistici in Liguria. Le conseguenze di cemento, speculazioni, criminalità”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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