Tiscali.it
SEGUICI

Festa della Repubblica o di Strapaese. Un’esibizione bellica tra il grottesco e gli applausi (del governo)

di Italia Libera   
Festa della Repubblica o di Strapaese. Un’esibizione bellica tra il grottesco e gli applausi (del governo)

La tradizionale sfilata militare del 2 giugno, festa della Repubblica, è da sempre un controsenso (non dovrebbe limitarsi ad andare in scena nella più congeniale festa delle Forze armate, il 4 novembre?). Se nella Costituzione è scritto -nei principi fondamentali – che l’Italia ripudia la guerra, perché si festeggia così il 2 giugno? E quest’anno l’enfasi è stata addirittura amplificata, toccando il ridicolo con i “tiratori scelti” dal capo coperto da parrucche bionde. E gli applausi degli esponenti del governo accarezzano una vecchia retorica lontana dai Valori della Repubblica

Il commento di STEFANO RIZZO

CHI SCRIVE NON è un pacifista radicale e non ritiene che il ricorso alle armi non sia mai giustificato; ritiene invece che si possa fare la guerra quando si è attaccati e che si possa, anzi si debba, aiutare (almeno fino ad un certo punto) un vicino aggredito. Ma è anche un cittadino di questa Repubblica che, all’art. 11 della Costituzione afferma che “l’Italia ripudia la guerra”. L’Italia, cioè non solo lo Stato o il governo, ma tutti i cittadini di questo Paese, presenti e futuri. L’articolo usa anche un termine insolito: “ripudiare”, che vuol dire non praticare più e respingere da sé quello che in passato si praticava e magari si abbracciava con entusiasmo.

La prescrizione costituzionale non si applica quindi soltanto alle possibili guerre future, ma anche a quelle del passato, alla guerra in sé e al sistema di valori che ne sono all’origine e che furono propri anche dell’Italia, come del resto di tutti i paesi. La Costituzione ci dice che valori come lo “sprezzo del pericolo”, l’“indomito coraggio”, l’“onore militare”, la “fedeltà fino all’estremo sacrificio”, ecc. tanto cari alla propaganda bellicista di ogni epoca, non sono assoluti ed eterni. Sono invece valori in cui per secoli le nazioni, i popoli, gli stati hanno creduto, ma che oggi (senza nulla togliere a chi ha dato la vita in difesa del proprio paese), vanno ripudiati.

La guerra, di difesa o di conquista, per accaparrarsi territorio o per vendicare qualche presunto torto è sempre stata considerata legittima purché a dichiararla fosse un potere statuale legittimo. Essere animati da “spirito guerriero” era un tratto positivo del carattere che si cercava di inculcare nei giovani, maschi naturalmente, perché la guerra era considerata il punto più alto e la prova della loro “virilità”. Oggi fortunatamente, nella società e nel sentire comune, non è più così. Le immani stragi delle guerre del ‘900 hanno ingenerato una crescente ripulsa nei confronti della guerra, che ha portato al divieto di ogni guerra che non sia difensiva nella Carta delle Nazioni Unite e prima ancora nell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Ma veniamo all’oggi. Lasciamo perdere il fatto che non si capisce perché la festa di una Repubblica, che nella sua Costituzione ripudia la guerra, debba, anno dopo anno (con qualche eccezione), essere celebrata con una parata militare. Comprendiamo il peso delle tradizioni e dei simboli, che rimangono in vita anche quando ciò che simboleggiano è scomparso o non svolge più alcuna funzione. Ma forse, dopo settanta e più anni di vita repubblicana, qualcosa di diverso si poteva trovare per celebrare la Repubblica in modo più confacente alla sua natura antibellicista. Ma, appunto, lasciamo perdere.

Soffermiamoci invece sullo spirito nuovo che aleggiava nella parata di quest’anno. Tutto l’armamentario della retorica militaresca più roboante è stato dispiegato in questa occasione, come del resto in molte delle precedenti. La differenza tra queste e quelle stava nel singolare contrasto sul palco tra i membri del governo, festosi e plaudenti come ragazzini ad una scampagnata, e il presidente della Repubblica, sempre controllato con il suo indefinibile sorriso, che si limitava a qualche applauso in sordina e a rispondere con un cenno della mano ai vari reparti che lo salutavano. A fianco dei vertici politici c’erano naturalmente quelli militari: un gran numero di generali e ammiragli impettiti nelle loro uniformi ricoperte di medaglie e di greche dorate che salutavano con la mano perennemente alla visiera. (Colpiva tra tanto sfoggio di spirito militaresco la figura del generale Figliuolo che pareva leggermente imbarazzato da tanta guerresca esibizione, lui l’uomo della logistica e della campagna vaccinale.)

Perché di questo si è trattato, non di festa della Repubblica ma di guerresca esibizione che metteva insieme in un unico trionfalistico sacco tutte le guerre italiane: quelle giuste e le molte ingiuste, quelle di difesa e quelle di conquista e di aggressione; comprese le numerose missioni militari all’estero, risoltesi quasi tutte con risultati scarsi o nulli. Un’esibizione che a tratti è sembrata raggiungere vette di ridicolo. Come quando sono stati fatti sfilare ricoperti da lunghe parrucche bionde i “tiratori scelti” (pudica definizione di coloro che possono ammazzare un uomo con un colpo solo ad un chilometro di distanza), o gli incursori col volto mascherato come dei terroristi; o, tra i sistemi d’arma, un buffo aggeggio che era un mini-sottomarino, discendente degli antichi “maiali” della prima guerra mondiale e della X Mas del comandante repubblichino (e poi golpista) Junio Valerio Borghese, la cui memoria è tuttora cara alla destra neofascista; per terminare con la presentazione di un sofisticato veicolo all-terrain per le operazioni militari nel deserto, che sarebbe poi un semplice fuoristrada come si vedono da anni nei film post-catastrofici. (A proposito di termini inglesi, bisogna dire che gli annunciatori della parata ne hanno fatto uso abbondante, probabilmente con grave disappunto del ministro dell’Istruzione e di altri membri del governo.)

Sì, c’erano un po’ tutti, carristi, paracadutisti, artificieri, bersaglieri, corazzieri, corpi speciali di qua, corpi speciali di là. Abbiamo troppa stima degli uomini e delle donne delle forze armate per prendere sul serio questa ridicola esibizione di presunta forza militare, la cui unica funzione era di fornire la scenografia, peraltro alquanto dispendiosa, della festa di paese in cui i nuovi governanti hanno potuto, tra risate, pacche sulla schiena e applausi, mostrarsi da padroni di fronte al popolo festante.

Tuttavia, con una guerra sanguinosa in corso nel centro dell’Europa e un’altra in ebollizione nei Balcani, vedere gli esponenti del governo della Repubblica applaudire gioiosamente, come scolaretti, al passaggio delle bande musicali o ammirare con i nasi all’insù le evoluzioni dei tre paracadutisti con fumogeni tricolori (la novità di quest’anno), produceva un senso di estraniazione, di dissonanza concettuale. Là si combatte e si muore a decine di migliaia; qui noi, felici e contenti, giochiamo a fare la guerra. © RIPRODUZIONE RISERVATA

di Italia Libera   

I più recenti

79 anni dalla Liberazione dell’Italia. La Resistenza fu pluralista e cementò la Costituzione antifascista
79 anni dalla Liberazione dell’Italia. La Resistenza fu pluralista e cementò la Costituzione antifascista
Il romanzo di Valentina Mira e l’intervento all’olio di ricino del fratello d’Italia Mollicone
Il romanzo di Valentina Mira e l’intervento all’olio di ricino del fratello d’Italia Mollicone
“I Misteri del Bar Étoile” per ridere come bambini: un noir clownesco irriverente, malinconico e colorato
“I Misteri del Bar Étoile” per ridere come bambini: un noir clownesco irriverente, malinconico e colorato
6/ Rassegna ambientale. Benvenuta Imantoglosso di Robert, fermiamo la legge “sparatutto”
6/ Rassegna ambientale. Benvenuta Imantoglosso di Robert, fermiamo la legge “sparatutto”

Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Carlo Di Cicco

Giornalista e scrittore, è stato vice direttore dell'Osservatore Romano sino al...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...