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Europa 2024. Dario Tamburrano: «Fermare la follia bellica, sviluppare le Comunità energetiche»

di Italia Libera   
Europa 2024. Dario Tamburrano: «Fermare la follia bellica, sviluppare le Comunità energetiche»

Negli ultimi giorni di campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo (a giudizio dei più il più importante dalla prima legislatura del 1979), pubblichiamo il secondo colloquio “alla pari” con alcuni candidati che hanno messo al centro del loro impegno politico ed elettorale la crisi e la giustizia climatica, l’asse portante del progetto editoriale di “Italia Libera”. Oggi è la volta di Dario Tamburrano candidato per un secondo mandato con il Movimento 5 Stelle nella Circoscrizione Centro Italia 

◆ Il colloquio di GIANNI GIROTTO con DARIO TAMBURRANO, candidato al Parlamento europeo con il M5s

► Dario Tamburrano ha sempre avuto la mentalità dell’innovatore. È un “maker & designer 3D”, è già stato eurodeputato per il M5s fra il 2014 e il 2019, e in quegli anni ha avviato il percorso legislativo delle Cer, le comunità energetiche rinnovabili, che consentono di associarsi per produrre, stoccare, autoconsumare energia. Ultimamente è stato consulente tecnico, scientifico e giuridico nelle azioni locali e nella legislazione dell’Unione europea sulla transizione energetica, ecologica e digitale e sulla diffusione delle comunità energetiche rinnovabili. Avendo svolto sinora un solo mandato parlamentare, è nuovamente candidato nella Circoscrizione Centro Italia per il M5s.

— Caro Dario, inizierei col dire che tu ed io siamo l’esempio concreto che la transizione ecologica si può fare, e più nello specifico che si può, e si deve, stringere molto il rapporto tra il Parlamento europeo e quello italiano, come abbiamo fatto tu ed io con la “staffetta” sulle “Comunità Energetiche Rinnovabili”: tu hai normato in Europa ed io in Italia, collaborando reciprocamente. Sappiamo bene entrambi come la crisi climatica e ambientale sia diventata il problema più urgente: innalzamento delle temperature, eventi meteo estremi, depauperamento delle risorse naturali sono sotto gli occhi di tutti, insieme alle loro conseguenze economiche e sociali. E più il tempo passa, più la situazione si aggrava e diventa urgente trovare una soluzione. Noi sappiamo, per esperienza diretta, che le persone si chiedono se esiste una risposta compatibile con i tempi della politica. Tu che ne pensi?

«Sì, Gianni. Io credo, e questa è la madre di tutte le risposte, che una cosa sicuramente sia fattibile, anzi sia immediatamente fattibile: fermare, subito, la follia bellica in cui l’Unione Europea si è lasciata trascinare e subito dopo ribadire che le energie rinnovabili costituiscono la strada maestra per costruire un’Europa pacifica e prospera. A prima vista, guerra e rinnovabili possono sembrare due concetti senza nulla in comune mentre in realtà sono strettamente legati, magari approfondiamo tra un po’. Intanto chiariamo subito un punto: dal momento che “sostenibilità” significa consegnare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli un mondo vivibile, ne deriva che la guerra è la cosa più insostenibile di tutte. Infatti guerra non significa solo sofferenze e distruzione di vite umane, di mezzi di sussistenza, di ambiente e di risorse naturali. Essa porta con sé un inquinamento pressoché irreversibile che non guarda in faccia nessuno: né i vincitori, né i vinti. Pensiamo ad esempio ai proiettili all’uranio impoverito che alcuni Paesi occidentali hanno consegnato all’Ucraina. E poi, la guerra cancella i diritti. Tutti. Spazza via diritti civili, il diritto ad opporsi e protestare, il diritto a difendere l’ambiente e a battersi per un mondo migliore. La crisi ambientale è la spada di Damocle che pende su noi tutti: ma non può essere affrontata senza prima esorcizzare e scacciare i demoni della guerra…».

— Sono d’accordo Dario. E siccome noi conosciamo bene quali risorse e quali politiche l’Unione Europea ha già disposto, per la transizione ecologica ed energetica, cosa possiamo dire ai cittadini: sono sufficienti?

«La prima volta che, nel dicembre 2019, ho letto la comunicazione di Ursula von der Leyen sul Green Deal dell’Unione europea rimasi letteralmente stupito. Certo quel documento non era perfetto: conteneva anzi alcuni passaggi non propriamente coerenti con gli altri. Però parlava di inquinamento zero, transizione ecologica, uso efficiente delle risorse, energia pulita, neutralità climatica entro il 2050, ripristino della biodiversità eccetera. Successivamente, scoppiata la guerra alle porte dell’Europa, questi buoni propositi hanno cominciato via via a perdere forza e ambizione. Nelle proposte legislative della Commissione europea che dicono di voler dare attuazione al Green Deal e nel loro iter di approvazione sono sempre più entrati temi opposti alla transizione ecologica, come il nucleare e l’importanza del settore aerospaziale, che ha sì scopi civili ma che è anche legato a riarmo e difesa. La ripresa economica è diventata ripresa della produzione e dell’acquisto di armamenti. La resilienza climatica ha preso l’aspetto di resilienza militare. Gli stanziamenti finanziari si sono anch’essi trasformati. Praticamente il Green Deal, dopo aver indossato l’elmetto, è diventato un caduto di guerra. Oltretutto, cosa gravissima, stanno prendendo la strada che porta alla produzione di armamenti anche i fondi dei Pnrr nazionali, che in teoria dovevano servire alla transizione ecologica e digitale, e addirittura i fondi di coesione Ue. Come se non bastasse, si parla sempre più apertamente di organizzare l’Unione Europea secondo un’economia di guerra. E queste non sono supposizioni: emerge chiaramente dalle dichiarazioni elettorali della stessa von der Leyen, e non solo dalle sue. Se accadrà davvero, per finanziare la transizione ecologica non rimarranno neanche le briciole».

— È doppiamente drammatico, perché oltre alle enormi sofferenze umane cui stiamo assistendo, sia per le guerre sia per le varie catastrofi climatiche in corso, come l’aumento delle alluvioni, tornadi, siccità e incendi, noi sappiamo che la transizione ecologica – oltre ad essere urgente e indispensabile appunto per l’ambiente – consente di risparmiare denaro, di risparmiarlo in modo strutturale. Non si tratta solo di cambiare le lampadine a casa con quelle a Led: i cittadini, spesso le stesse imprese, poco conoscono le enormi potenzialità di risparmio offerte dalle nuove tecnologie per quanto riguarda il raffrescamento/riscaldamento degli edifici, la mobilità, ma anche i processi industriali.

«Sì, certo. E quello che deve fare la politica è disporre degli aiuti, in modo che tale transizione possa essere equa dal punto di vista sociale. È infatti improponibile pensare di accollarne i costi esclusivamente ai cittadini. Anzi: una strada del genere è proprio quella che renderebbe odiosa la transizione ecologica. Prendiamo ad esempio la “famosa” direttiva “casa green”: buona in sé e per la transizione ecologica ed energetica; buona per i cittadini, perché una casa energeticamente efficiente comporta ovviamente bollette leggere. Eppure, vuoi perché ciò che si decide a Bruxelles spesso è noto solo sommariamente (eppure è importantissimo, dato che si riverbera direttamente sulla legislazione nazionale), vuoi per il timore diffuso di dover affrontare spese in un momento come questo, in Italia la direttiva è stata duramente contestata. Invece la direttiva, in sé, non pone obblighi ai privati proprietari di case, ed ogni Stato avrà il diritto/dovere di trovare le forme di sostegno pubblico più opportune, come noi avevamo già iniziato a fare col Superbonus 110. Il modello dei crediti fiscali è stato largamente adottato da Biden con l’Inflation Reduction Act del 2022 e sta portando a risultati eccezionali per l’economia degli Usa: dovrebbe essere utilizzato anche in Unione Europea invece di essere criminalizzato come sta accadendo».

— Hai messo il dito nella piaga. Il M5s e io avevamo lavorato per 6 anni per arrivare a quello che, tra l’altro, tutti i partiti chiedevano, cioè un rafforzamento dei bonus edilizi, strumento nato nel 2007, quando il M5s ancora non esisteva, e che aveva avuto un successo tale da passare dal 36% al 50%, poi al 65%. Tutto questo per aiutare i cittadini/produttori/artigiani/edili…

«Infatti, la strada per una transizione ecologica giusta ed accettabile dal punto di vista sociale è proprio quella di una misura che assomiglierà al Superbonus varato a suo tempo dal governo Conte. Il Superbonus infatti era perfettibile – tutto è perfettibile – ma ha prodotto tre effetti positivi. Ha messo in circolazione denaro senza chiederlo ai mercati finanziari; ha creato lavoro e messo in moto attività economiche, generando così crescita; e attraverso il risparmio energetico negli edifici ha fatto una cosa buona sia per il pianeta, sia per i bilanci delle famiglie. Invece, purtroppo, i governi successivi lo hanno picconato e stravolto, con modifiche sostanzialmente retroattive che ora squassano i conti delle famiglie e delle aziende e che fanno perdere fiducia nelle istituzioni: se oggi lo Stato mi dice bianco e domani me lo fa diventare nero, come posso ancora credergli? Ma io sto parlando del principio generale del Superbonus, non del modo in cui quel principio è stato successivamente violentato e modificato attraverso un’applicazione scellerata. Più in generale, potremmo anche dire che la transizione ecologica giusta e socialmente accettabile richiede una politica economica espansiva: cioè, in questo momento, una politica economica anticiclica. L’opposto della politica economica prociclica imposta a Bruxelles dai soloni dell’austerity e del frugale. Non può esistere un Green Deal che funzioni e che sia socialmente giusto all’interno di politiche economiche restrittive e del Patti di stabilità. Noi dobbiamo puntare alla stabilità climatica e degli ecosistemi e insieme alla stabilità geopolitica e sociale».

— A proposito di transizione ecologica socialmente equa e sostenibile, c’è anche il discorso della povertà energetica. Spesso passa in secondo piano, forse perché chi non può pagare le bollette e rinuncia ad accendere il boiler e il riscaldamento invernale finisce pur sempre per contribuire a ridurre le emissioni climalteranti…

«Certo. Ovviamente la risposta socialmente ed ecologicamente giusta alla povertà energetica non è imporre alle persone di stare al freddo e al buio. Consiste invece nella generazione diffusa di energie rinnovabili, soprattutto attraverso i piccoli impianti di autoconsumo e le comunità energetiche delle quali sono stato promotore durante la legislatura europea 2014-19 e tu hai poi recepito, primo in Europa, in Italia. Rinnovabili ed autoconsumo vanno uniti all’efficientamento energetico, che significa anche bollette leggere, come detto prima. Poi va da sé che bisogna combattere gli sprechi, se ancora ce ne sono, tipo accendere il condizionatore al massimo d’estate per poi mettersi il golfino, ci vuole anche cultura e innovazione sociale.

— Dario, già da molto, noi abbiamo messo il “2050” nel simbolo del M5s, perchè veramente vogliamo raggiungere la neutralità climatica per tale data, ma ora, con questa “piega” che ha preso l’Unione Europea e purtroppo anche l’attuale governo italiano, io non sono particolarmente ottimista. E tu?

«Se va avanti così, caro Gianni, si rischia davvero tanto. Con la guerra, la decarbonizzazione del Green Deal ha cessato di essere veramente tale ed è diventata differenziazione energetica secondo il principio della neutralità tecnologica. Inoltre al gas russo consegnato attraverso i gasdotti si è sostituito il gas liquefatto statunitense importato attraverso le navi, che ha un impatto semplicemente terrificante sul clima. Infatti alle emissioni climalteranti e consumi dovuti alla combustione del gas bisogna sommare quelle legate a liquefazione, trasporto e rigassificazione, che sono procedimenti altamente energivori e dunque causa di ulteriori emissioni. Ma non basta ancora. Il gas statunitense è estratto con la tecnica del fracking, cioè fratturando le porosità delle rocce in cui esso è contenuto. Questo comporta fughe di metano in atmosfera: il metano è un gas climalterante molto più potente dell’anidride carbonica. Uno studio recente calcola che il gas liquefatto statunitense abbia un impatto sul clima superiore almeno del 44% rispetto al carbone, finora ritenuto il più sporco dei combustibili fossili. Di fatto, cambiando fornitore di gas l’Ue ha sostituito una dipendenza con un’altra dipendenza, addirittura peggiore dal punto di vista ambientale. Ma soprattutto, la dipendenza energetica – lo stiamo constatando proprio ora – è un ostacolo insormontabile all’indipendenza geopolitica. Questo concetto è l’anello di congiunzione, del quale parlavo all’inizio, fra energie rinnovabili e pace».

— Eh sì, per noi la pace rimane veramente il presupposto insindacabile da cui partire, perché senza di essa non può partire nessun “circuito virtuoso”, ma viceversa una serie di terribili conseguenze…

«Infatti, e in particolare per l’energia dalla quale dipendono tutte le attività umane, la non indipendenza significa non poter scegliere liberamente la propria strada. Significa anche essere coinvolti nei conflitti per l’accesso alle risorse. Per l’Europa, povera com’è di combustibili fossili, le rinnovabili costituiscono la via maestra per l’indipendenza energetica e quindi geopolitica. Esse da un lato rendono possibile la generazione diffusa, che significa prosperità diffusa; dall’altro lato, consentono di chiamarsi fuori dai conflitti per le risorse e dunque di edificare un continente prospero, pacifico e costruttore di pace, così com’era nelle intenzioni dei fondatori dell’Unione Europea. Un continente in buoni rapporti con tutti i suoi vicini e con tutto il mondo, che in questo momento va trasformandosi da unipolare a multipolare».

Ed allora buon lavoro Dario, sperando che si possa essere in tanti a portarlo avanti anche a Strasburgo.

«Grazie Gianni, e buon lavoro anche a te».

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