Dodici anni, dall’Afghanistan a Riace. E una lettera: quando una storia di migranti finisce bene

Dodici anni, dall’Afghanistan a Riace. E una lettera: quando una storia di migranti finisce bene

Il viaggio dei migranti in cerca di una vita migliore, o forse soltanto di una vita, è costellato da tragedie e sofferenza. Ma qualche volta, grazie ai corridoi umanitari, da una situazione drammatica (le condizioni delle donne in Afghanistan) si può sfuggire. La bambina protagonista di questa storia ha 12 anni, è di etnia hazara: ha raggiunto prima Riace, in Calabria, accolta con altri profughi afghani dal Villaggio Globale organizzato dall’ex sindaco Mimmo Lucano. Si è poi trasferita con la famiglia in Germania. Da qui, ha scritto alla comunità di Riace per ringraziarla. E raccontare la brutalità dell’Afghanistan di oggi

L’articolo di CESARE PROTETTI

UNA LETTERA, ARRIVATA A RIACE nei giorni della tragedia a Steccato di Cutro, cento chilometri più a nord, racconta una storia di immigrazione in Europa finita bene. L’ha scritta Aynaz, una bambina afghana di 12 anni, di etnia hazara che, ormai salva in Germania, ringrazia e racconta con disarmante brutalità che nel suo paese le ragazzine come lei e le donne più grandi «sono delle morte che camminano». L’anno scorso la famiglia è arrivata in Italia, insieme ad altre sei, grazie a un “corridoio solidale” che le ha viste ospiti, tra la primavera e l’autunno dello scorso anno, nel Villaggio globale di Riace creato dall’ex sindaco Mimmo Lucano. È la prova che ci possono essere soluzioni percorribili, basate sulla generosità di singoli e associazioni, per chi fugge dall’Afghanistan senza scafisti, senza barconi e in questo caso anche senza spese per lo Stato italiano.

«Con la mia famiglia – scrive Aynaz ai cittadini di Riace che hanno aiutato le famiglie afghanesiamo a Dortmund, in Germania. Ci hanno dato una casa. Grazie a Dio ora siamo un po’ sollevati. Quando siamo arrivati in Germania da Riace siamo stati trasferiti in diversi centri di accoglienza. Siamo rimasti al centro di accoglienza di Mönchengladbach per un mese, dove è stato un po’ difficile per noi finché il nostro nome è stato registrato sul sistema. Poi siamo stati trasferiti in un’altra città, Wegberg. Siamo rimasti in un Centro di accoglienza per due mesi e poi siamo stati trasferiti al centro della città di Dortmund. Ci siamo sistemati ad Haim (Haim è un altro tipo di centro di accoglienza) e lì stavamo un po’ più a nostro agio: ci davano dei soldi e potevamo fare noi la spesa e cucinare. Dopo due mesi di permanenza, appena ci è stato rinnovato il permesso di soggiorno, ci hanno dato una casa nella città di Dortmund. Ci hanno anche iscritto a un corso di lingua tedesca. Ci hanno promesso che avrebbero trovato un corso di lingua vicino a casa nostra. Ora stiamo aspettando la risposta. Il nostro caso è in corso di valutazione».

Aynaz fa parte di una delle sei famiglie afghane, una ventina di bambini in tutto, accolte a Riace l’estate scorsa nel Villaggio Globale organizzato dall’ex sindaco Mimmo Lucano, oggi ancora sotto processo insieme ad altri cittadini calabresi che hanno collaborato con lui nell’accoglienza ai migranti: si attende, per il prossimo mese, il verdetto della Corte d’appello dopo la condanna in primo grado a 13 anni e due mesi di reclusione e, insieme ad altri 22 imputati, a un risarcimento di oltre 750mila euro. Da qualche mese queste persone hanno potuto ricongiungersi ai loro parenti in Germania grazie soprattutto all’iniziativa della Comunità di base della basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, del Festival del cinema dei Diritti umani di Napoli e dell’associazione “A buon Diritto Onlus” che con lo slogan “l’abuso di umanità non è reato” ha raccolto finora oltre 300mila euro per il pagamento dei risarcimenti. La cifra raccolta viene interamente versata in un fondo dedicato, del quale sono garanti, oltre al presidente e fondatore Luigi Manconi, l’avvocato Cesare Manzitti, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, il commercialista Cesare Fragassi, gli ex magistrati Armando Spataro e Gherardo Colombo. «Se in Appello o in Cassazione – aveva detto Luigi Manconi presentando l’iniziativa a Montecitorio nell’ottobre del 2021 – i 22 venissero assolti o se la sanzione venisse ridotta, destineremo i fondi raccolti a progetti di accoglienza nelle stesse zone della Calabria dove è sorto il modello Riace».  Ma Mimmo Lucano, che vive in povertà, e gli altri condannati hanno fatto sapere di voler in ogni caso rinunciare a quei fondi, purché siano immediatamente destinati all’accoglienza dei profughi.

Così, grazie anche ai 50mila euro raccolti da un’associazione svizzera, è partito un corridoio umanitario speciale dall’Afghanistan che ha permesso il ricongiungimento in Germania di sette famiglie e il salvataggio di uomini e donne di etnia hazara che a Kabul rischiavano la vita per aver collaborato con gli americani e gli italiani prima della precipitosa conclusione dell’intervento occidentale in quel paese. Questo corridoio umanitario ha dovuto superare non piccole difficoltà burocratiche e amministrative. «Il ministero degli Esteri – ci spiega Isidoro Napoli, un medico calabrese da anni impegnato a sostegno degli immigrati con la sua associazione Jimuel – voleva che venisse indicato un ente che si assumesse la responsabilità dell’operazione e dei relativi costi a cominciare dai biglietti aerei, dai visti che il governo talebano chiede per permettere l’uscita regolare dal paese (800 euro a persona, bambini inclusi) e naturalmente dall’assistenza una volta giunti in Italia senza nessun ombrello protettivo come quello dello Sprar (il Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) soppresso nel 2019 da un atto del ministero degli Interni (titolare Matteo Salvini), ritenuto poi illegittimo da una sentenza della Corte di Cassazione. Noi abbiamo dato queste garanzie ancora prima che una parte dei fondi dell’Onlus ‘A buon diritto’ fosse sbloccata». Gli Hazara, etnia di fede sciita, sono da secoli discriminati e la loro condizione è peggiorata con il dominio dei Pashtun e con l’arrivo dei talebani e dell’Isis, tutti di fede sunnita.

Aynaz, ha scritto dei diari sulla vita tremenda della gente hazara sotto i talebani, diari che sono stati bruciati dalla madre per paura di ritorsioni. Oggi nella lettera ringrazia i riacesi e Mimmo Lucano, «persona gentile e dal cuore grande che con i suoi amici e amiche ci ha fornito con il sorriso e generosità tutto ciò di cui avevamo bisogno. Saremo per sempre in debito con lui». «In un certo senso – aggiunge Aynaz – gli dobbiamo la vita. Se lui e i suoi amici non ci avessero sostenuto, sarei nella prigione talebana come milioni di donne e ragazze afghane. Non avevamo né il diritto alla libertà, né il diritto all’istruzione, né il diritto di scegliere. Non potevamo nemmeno alzare la voce. Nessuno sentiva il nostro grido: ogni giorno le donne e le ragazze afghane stanno morendo silenziosamente». © RIPRODUZIONE RISERVATA