Democrate il navarco, «padrone dell’arte ellenica del metis» a fianco di Annibale contro Roma

Democrate il navarco, «padrone dell’arte ellenica del metis» a fianco di Annibale contro Roma

Grandi conoscitori del mare, senza mappe e ausili tecnici, gli antichi greci tracciavano “rotte mnemoniche”, che i naviganti si trasmettevano l’un l’altro. Nella Grecia continentale e nella Magna Grecia, sorgevano veri e propri cantieri navali, compreso quello di Taranto… Mentre il nostro cronista compie queste riflessioni sul ritratto del suo personaggio odierno, si imbatte nel lord scozzese, sir William Robertson, autore dell’Istoria dell’antica Grecia. Mentre Strabone, storico e geografo, gli consiglia di non parlare di immigrati… visti i tempi e le “Leghe”, tutt’altro che marittime

Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia
QUANDO PLATONE PARLAVA, nel Fedone, dei greci «come rane o formiche intorno ad uno stagno», la sineddoche (una parte per il tutto) dello stagno stava ad indicare che essi del mare che circondava le loro poleis sapevano proprio tutto. Una conoscenza che, a partire dalla prima metà del secondo millennio avanti Cristo, aveva permesso ai marinai micenei di spingersi a nord fino alle estreme coste del Mar Nero, a sud est, fino all’Egitto e al nord Africa e a sud ovest, di sciamare per quasi tutto il Mediterraneo, arrivando, persino, ad attraversare le “Colonne d’Ercole”, l’attuale stretto di Gibilterra. Questa empirica conoscenza del mare, atteso che non esistevano ancora mappe, né ausili di navigazione di altro genere, si basava soprattutto sull’esperienza di chi quelle acque le aveva attraversate, tracciando “rotte mnemoniche”, che i naviganti si passavano l’un l’altro, arricchendo così un preziosissimo patrimonio di conoscenza. Oltre agli achei, lo possedevano solo i fenici e, più tardi, i punici di Sidone e di Cartagine che, dei primi, erano gli eredi più diretti. 

Per converso, quindi, venivano tenuti in grandissima considerazione coloro che sapevano costruire le navi, ma anche coloro che queste navi sapevano guidarle, conoscendo rotte, venti e correnti, abili nell’orientarsi con il sole e con le stelle. Non a caso, perciò, nelle città della Grecia continentale e, più, tardi in quelle della Magna Grecia, sorgevano veri e propri cantieri navali e veri e propri istituti nautici (Apollonio Rodio, Stesicoro, Teocrito, Strabone, ecc.) dove si insegnava non solo — diremmo oggi — ingegneria navale, ma anche scienze della navigazione e, perfino, tattiche militari di combattimenti navali. E Taranto, insieme a Siracusa, a Zancle (Messina) o a Rhegion, aveva queste scuole. A differenza della madrepatria continentale, le colonie della Magna Grecia, avevano inoltre forme di governo quasi democratiche. Non avevano gruppi elitari assai ristretti, quasi basilikai dynasteai, cioè dinastie regali, e quindi oligarchie, ma eterie, da hetairos, compagno, che associavano solo i migliori e quindi, la comunicazione aveva davvero un carattere orizzontale. 

«Very happy few, governi di pochi scelti, perciò?», si fa avanti un gentiluomo con tanto di parrucca, che mi dicono essere uno storico inglese. «Inglese un corno», protesta piccato il Sir, specificando che egli è uno scozzese di Edimburgo e si meraviglia che chi ciancia (il vostro malcapitato cronista), di storia antica e di archeologia, non può non aver letto la sua Istoria dell’antica Grecia. Azz! Vuoi vedere che si tratta davvero del lord scozzese sir William Robertson? «Proprio di lui», conferma un altro “gentiluomo” del quale non so davvero riconoscere, a occhio, la nazionalità, visto che indossa una “clamide” nera con gli orli dorati, che sembra greca ma ha un che di latino. Di romano, anzi. «Se non hai letto l’Istoria dello scozzese, figurati se hai letto la mia Pragmateia», esordisce con l’indice minacciosamente alzato. Ancora azz! Questo è nientemeno che Polibio (ecco perché mi sembrava un meticcio greco-romano) e, dei suoi quaranta e passa libri della Storia universale di Roma, ne ho letto davvero pochi brani e li ho trovati stucchevoli, certo non all’altezza che suo connazionale Plutarco. 

E poi che ci fa, qui in Magna Grecia? Sorride, stavolta, lo storico e mi sorprende, dicendo di conoscere il personaggio che vi voglio raccontare, in quanto egli ne ha parlato in uno dei suoi libri. Addio sorpresa. «Ho visto che hai parlato con cognizione della conoscenza del mare da parte dei marinai greci, anche di quelli delle colonie», interviene a mio soccorso un altro gentleman, greco anch’egli, oltre che storico pure geografo: nientemeno che Strabone. «Una conoscenza che viene da lontano, una foto senza tempo, che ritrae quanto più possibile la vitalità del mare, e che è il frutto di viaggi e di naufragi, di tempeste, di secche e di bonacce», ci tiene a precisare. «Tuttavia — mi ammonisce, scherzando (almeno credo) lo storico — ti consiglierei di non parlare di eterie, di compagni, di immigrati, perché proprio non è cosa…». Vuoi vedere che anch’egli, che conosce così bene le stelle, sa di governi giallo-stellati, prima, e, ora di Leghe tornate inusitatamente al governo? 

Ora che abbiamo parlato e straparlato, è tempo che vi presenti il nostro eroe: nientemeno che un commodoro (per fare felice l’inglese), un ammiraglio, anzi un “navarco”, sua eccellenza Democrate, tarantino illustre. In realtà egli, Democrate, ha un po’, come suol dirsi, la puzza sotto al naso. Si vede, infatti, lontano un miglio che non gli stanno bene il chitone e la clamide di Strabone e di Polibio e meno che mai la maglietta e i jeans del vostro cronista; e sopporta appena i lustrini di William Robertson, mentre si guarda intorno, per vedere se c’è anche qualche bella divisa della Marina, magari con tanto di “greca”. Subito a disagio, gli dico che avrei voluto pregare di venire a questo incontro un ammiraglio della nostra Marina militare, o, magari un “capitano di vascello”, ma che, anche se dispostissimi, occorre fare una lunga trafila e inoltrare, per tempo, una richiesta allo Stato maggiore della Marina militare… Sorride Democrate, rendendosi conto che in Marina ci sono delle regole da rispettare, anche se, vista la sua fama, forse, almeno, un “capitano di corvetta” avrebbero potuto concederglielo.

Il grado del nostro navarco, equivale a quello di ammiraglio di squadra, visto che è stato proprio Democrate a comandare la flotta tarantina (alleata di Annibale) che, nel 210 avanti Cristo, inflisse una solenne batosta alla flotta romana, nello specchio d’acqua antistante Palagiano (allora Sapriporte), tanto da meritarsi la famosa dedica, Festum pro victoria annum ‒ Diis Maritimis et ‒ Equestribus Diis Senatus Populusque ‒ Tarentinorum ‒ Curante Democrate ‒ Imperatore ex voto ‒ Bellicosae iuventutis, che, nei fatti, lo paragonava ad un dio del mare. «Democrate — interviene Strabone — era padrone dell’arte ellenica del metis, l’uso bellico, cioè, dell’intelligenza, che sfrutta l’uso sistematico dell’espediente e dello stratagemma, e che aumenta enormemente le possibilità di vittoria». Non sono disposto a fare l’esegesi di questa asserzione alquanto oscura di tattica militare. E, come, avrete notato, non ho tradotto neppure la frase latina, rimandandovi ad un vostro parente, figlio, nipote, ecc., che proprio qualche giorno fa ha sostenuto l’esame di maturità classica o scientifica. 

Fu dunque una bella vittoria, dove per mano del comandante in seconda di Democrate, Nicone, a bordo di una trireme rostrata, uccise il comandante della flotta romana Quinzio e, quindi, ne determinò la rotta, con i metapontini e i thurini alleati dei tarantini che misero a sacco le navi romane superstite, anche se Tito Livio  cercò di minimizzarne la portata. «Un signorsì del potentato romano», rispondono ad una voce (greca, naturalmente), Polibio, Strabone e lo stesso Democrate. Non ha il coraggio, però, quest’ultimo, di chiedere a me, al vostro cronista, cosa siano quelle enormi navi, trireme, pentareme, o che diavolo d’altro che egli, il navarco, vede ancorate nel “suo” Mar Grande. E cosa siano, in lontananza, quelle costruzioni altissime, forse inusitate torri d’assedio? «Petroliere, navi carbonifere e gru», spiega con disgusto, il lord inglese. Pardon, scozzese. Aggiungendo, e siamo tutti d’accordo, che si tratta di un insulto all’azzurra solennità del nostro mare. © RIPRODUZIONE RISERVATA