Decreto aiuti ed extra profitti. Gli strilli delle compagnie Oil&Gas nei meandri del Parlamento 

Decreto aiuti ed extra profitti. Gli strilli delle compagnie Oil&Gas nei meandri del Parlamento 

Con un upgrade imposto dalla crisi bellica il prelievo una tantum sugli extra profitti delle compagnie Oil&Gas è passato dal 10 al 25%. Nei primi mesi del 2022, i maggiori utili nel comparto energetico dell’Unione Europea ammontano a 200 miliardi di euro, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. La sola Eni li ha aumentati del 293% rispetto al primo trimestre del 2021, per un totale di 5,191 miliardi di euro. Ma le compagnie si oppongono e non è ancora chiaro a che punto sta la conversione del “decreto aiuti” del governo Draghi fra i “tagli e cuci” dei sarti di Montecitorio e Palazzo Madama

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

ABITUATI, COME SIAMO, ad annunci che si perdono per strada, cambiano direzione o cambiano pelle, dell’ultimo “decreto aiuti” di Mario Draghi manco ci curiamo più. Sarà ancora vivo prima della conversione in legge da parte della Camera e del Senato? Richiamiamolo brevemente, per comodità, il punto che ci sta ora a cuore, vista la tarda ora nella quale il premier ce l’annunciò la sera del 2 maggio. Fra i tanti provvedimenti, motivati dalle conseguenze economiche della crisi bellica, c’era — e pare ci sia ancora — il prelievo del 25% sugli extra profitti delle compagnie Oil&Gas ingrassate da un anno di speculazione finanziaria da borsa nera sugli idrocarburi. 

La guerra in Ucraina nel 2021 era di là da venire e — come suol dirsi — le compagnie s’erano portate già avanti col lavoro. In precedenza, c’era stato un timido accenno di tassazione sui profitti record, per redistribuire quantomeno le briciole: un miserrimo 10%. Missili e bombe si intensificano, le bollette esplodono ed anche il più amico dei governi non può stare con le mani in mano. Anche perché, nei primi mesi del 2022, gli extra profitti nel comparto energetico dell’Unione Europea ammontano a 200 miliardi di euro (duecento, avete letto bene). E la notizia la dà addirittura l’Agenzia Internazionale dell’Energia, mica quei cocomeri di bolscevichi, verdi fuori e rossi dentro. Da parte sua, il nostro governo ha stimato in 40 miliardi di euro gli utili “in più” conseguiti dalle aziende energetiche in sei mesi.

Ed eccoci all’upgrade imposto dalle circostanze: il prelievo una tantum passa dal 10% del “Decreto bollette” del 13 aprile al 25% del “Decreto aiuti” del 2 maggio. Apriti cielo! Vissuti come un esproprio proletario dai pasdaran della speculazione finanziaria ad libitum. Che a deciderlo sia proprio Draghi, qualche sconcerto lo genera ai piani alti delle compagnie dopo che il governo s’è acconciato a diversificare gli approvvigionamenti anziché le fonti energetiche, dando seguito agli interessi dell’Eni, titolare effettivo del dicastero degli Esteri italiano. Tuttavia neanche il nostro Supermario può far finta di niente. Tra settembre e novembre — prima al G20 poi alla Cop26 — ha dovuto misurare anche lui il peso disastroso degli effetti che i combustibili fossili hanno sulla crisi climatica. Vuoi non dar retta, a favore di telecamera, anche a Greta e le sue sorelle? “Basta bla bla. Non c’è più tempo”, dichiarò il nostro premier, fra il plauso generale dei colti e degli ìncliti.

Accanto ai ragazzi di FridayForFuture, in Italia la mobilitazione aveva visto in campo dibattiti e flashmob di universitari e comitati di cittadini. Le bollette erano già esplose e le forbici per tagliare le unghie alle compagnie cominciarono a farsi largo: da Ravenna a Civitavecchia, dal falò sotto la statua della Minerva alla Sapienza di Roma ai lucani contro il petrolio in Val d’Agri, da Torino a Palermo a Milano. “Almeno il 55%, una linea del Piave da tracciare entro il 2025” fu il grido di battaglia, punteggiata dalla mozione approvata a larga maggioranza dal Consiglio comunale di Milano, contro nuke e gas nella tassonomia “verde” della Ue. Un dibattito pubblico che — lo rivendichiamo — abbiamo alimentato con solidi argomenti: economici, sociali e politici, oltre che ambientali [leggi qui]. 

Con le bollette, dal 24 febbraio sono esplose anche le bombe e i missili della guerra di Putin. E l’agenda politica del mondo ha cambiato bruscamente segno e velocità. Ma i nodi irrisolti sono sempre gli stessi, per di più aggravati: il controllo e il commercio delle energie fossili sono concause primarie anche di questa guerra, come le due guerre del Golfo che l’hanno preceduta nei trent’anni che abbiamo alle spalle. E le forbici sugli extra profitti, pur parziali — come denunciano i Verdi —, avranno un senso se serviranno almeno ad accelerare la transizione energetica verso l’elettrificazione pulita del nostro domani. Complice la guerra, il sancta sanctorum degli intoccabili è stato intanto violato, come ha scritto qui il professor Scalia. Ed era ora. 

Nelle stanze parlamentari in questi giorni, “sarti” appartati sono ancora al lavoro. Non se ne parla purtroppo abbastanza. Ed è un male. Quanto risulteranno sapienti le dita che maneggiano ago e filo lo scopriremo presto. Difficile tenere sullo stesso piano l’aumento del 293% degli utili di Eni, rispetto al primo trimestre del 2021 (per un totale di 5,191 miliardi di euro), con gli utili ordinari e la capacità di investimento delle piccole e medie aziende che investono nelle energie rinnovabili. Gli ululati di un cane multinazionale a sei zampe — va da sé — non sono confrontabili con i guaiti di un cucciolo di bracco italiano. Ma qui è la nobiltà della politica, se ne è sopravvissuta ancora una. Tra Palazzo Madama e Montecitorio. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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