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Dacia Maraini, le donne e il linguaggio della guerra: «Dove ci sono le armi il pensiero muore»

di Italia Libera   
Dacia Maraini, le donne e il linguaggio della guerra: «Dove ci sono le armi il pensiero muore»

Da bambina, nel 1943, i suoi genitori non si erano piegati alla Repubblica di Salò e fu internata in un campo di concentramento in Giappone. In questa intervista a “Italia Libera”, la scrittrice, saggista e poetessa condanna la corsa al riarmo e la decisione dell’Italia di aumentare la spesa militare al 2% del Pil. Sottolinea che «l’arte e la cultura possono salvarci dall’atrocità della guerra» con un richiamo ai valori dell’umanità, in particolare ora, con tanti morti e quasi 4 milioni di profughi (in maggioranza donne e bambini) scappati dall’Ucraina, dalle bombe e dalla morte. Contro il crimine odioso dello stupro ha parole durissime: «Lo stupro è un’arma di umiliazione del nemico. L’uomo che stupra lo fa per imporre il suo dominio, per colpire la donna nel suo luogo più sacro, dove dà alla luce la vita»

L’intervista di ANNA MARIA SERSALE con DACIA MARAINI
PUTIN CAMBIA STRATEGIA e sembra ridimensionare i suoi piani, limitando il conflitto alla completa “liberazione” del Donbass per garantire la continuità territoriale tra Russia e Crimea. Per concludere la guerra lo zar ha indicato una data simbolo, il 9 maggio, giornata in cui Mosca celebra la vittoria sul nazismo. Ma le tensioni internazionali restano e i negoziati sono in stallo. Nell’ipotesi che il conflitto si fermi avrà certamente contribuito la strenua resistenza ucraina e i suoi ultimi successi: i soldati di Putin sono costretti a una lenta ritirata dalla capitale, Kiev, e l’assalto alla città portuale di Odessa è stato scongiurato con l’affondamento di una nave russa. Intanto, la guerra continua. Su Leopoli e molte altre città piovono bombe al fosforo, mentre a Mariupol, ridotta a un cimitero, si combatte ancora tra i cadaveri abbandonati sulle strade.

I civili continuano a morire. Molti muoiono di fame, di sete e di freddo. Tutti sperano nella fine di questa folle aggressione, ma sulle reali intenzioni di Putin si moltiplicano gli interrogativi. Possibile che lo zar, intenzionato a riportare la Russia al ruolo di superpotenza, decida di rinunciare alla politica imperialista? Frenerà le mire espansionistiche nei Paesi dell’ex blocco sovietico o, invece, sta soltanto prendendo tempo per una nuova escalation con armi chimiche, batteriologiche o addirittura nucleari? L’Europa nel frattempo pensa al riarmo. Dopo tre vertici a Bruxelles (Nato, G7 e Consiglio europeo) in meno di 24 ore Usa e Europa hanno stretto un patto per dare più armi all’Ucraina.

«Ma il linguaggio delle armi è privo di logica, dove ci sono le armi il pensiero muore», Dacia Maraini, scrittrice, saggista e poetessa, condanna la corsa al riarmo e la decisione dell’Italia di aumentare la spesa militare (al 2% del Pil). Poi sottolinea che «l’arte e la cultura possono salvarci dall’atrocità della guerra». Il suo è un richiamo ai valori dell’umanità, in particolare ora, con tanti morti e quasi 4 milioni di profughi (in maggioranza donne e bambini) scappati dall’Ucraina, dalle bombe e dalla morte. Alla scrittrice, che ha conosciuto la guerra durante l’infanzia, e che per tre anni è stata con la famiglia in un campo di concentramento giapponese, abbiamo chiesto di parlare della guerra e delle donne in questa intervista a “Italia Libera”.

— La guerra scatenata dal dittatore russo insanguina l’Ucraina e fa strage di civili. Le migliaia di donne rimaste in Ucraina con bambini e anziani vivono da settimane nei sotterranei delle città, senza cibo, senza acqua, senza luce elettrica. Nella città martire di Mariupol, a Kharkiv, a Odessa, ovunque, le donne resistono in condizioni disperate. E’ la prova (estrema) del loro coraggio?
«Sarei ingiusta se dicessi che solo le donne resistono mostrando coraggio. Ci sono tanti uomini che in questi giorni stanno rischiando la vita per difendere il loro paese. Semmai possiamo dire che la leggenda della fragilità femminile, di quello che è stato chiamato il sesso debole, non corrisponde al vero. Le donne, in circostanze difficili, sono capaci di reagire con grande coraggio e grande determinazione».
— All’orrore dei morti e dei feriti si aggiunge un altro orrore: le donne violentate dai soldati. Non è propaganda antirussa, ormai sono tante le testimonianze delle violenze (anche se raccontate sottovoce). Tra le denunce quella fatta dal sindaco di Brovary: i russi hanno fatto irruzione nella casa del segretario della municipalità, la sua giovane moglie è stata stuprata e uccisa, anche lui ucciso. L’abuso sessuale nei territori occupati sembra “normale”. Perché il crimine odioso dello stupro si ripete in ogni guerra?

«Lo stupro non ha niente a che vedere col desiderio sessuale. Lo stupro è un’arma di umiliazione del nemico. L’uomo che stupra lo fa per imporre il suo dominio, per colpire la donna nel suo luogo più sacro, dove dà alla luce la vita. Che lo stupro sia un fatto culturale e una strategia politica lo dimostra il fatto che gli animali non stuprano. È una invenzione umana molto efficace purtroppo e perciò molto usato anche da popoli che si dicono liberi ed emancipati. “Io ti prendo, io ti posseggo, io ti penetro con il mio sesso e se domani partorirai, questo figlio porterà i segni del mio corpo, padrone del tuo”. Questo il senso simbolico dello stupro. Mentre i soldati invadono un paese, una città, i maschi vincitori invadono il corpo femminile con la stessa brutalità con cui distruggono case, ospedali, giardini».
— Per lo zar Putin conta estendere l’egemonia russa, restaurare l’impero sovietico, riscrivere la storia e capovolgere gli assetti del mondo. Non si ferma di fronte a nulla e semina il terrore. Scene di devastazione ci fanno tornare alla seconda guerra mondiale. Per lei che nel ’43, con i suoi genitori che non si erano piegati alla Repubblica di Salò, fu internata in un campo di concentramento in Giappone tutto questo quali pensieri suscita? 
«Suscita ricordi terribili. Io so cosa vuol dire scappare dopo il suono della sirena, per nascondersi in qualche buco e aspettare con terrore lo scoppio della bomba. So cosa vuol dire sorprendersi ogni sera di essere ancora viva. Ovvero convivere con la continua presenza della morte. E quindi capisco bene i poveri ucraini che stanno soffrendo per la volontà di potenza di un autocrate che crede di potere ottenere l’ubbidienza col terrore. Ma perderà e finirà male perché alla fine il buon senso prevale, e saranno i suoi a destituirlo. Non gli stranieri ma le persone a nome delle quali ordina queste violenze inaudite e ingiustificabili».

— Ci sono morti e feriti tra la gente in fila per il pane. Scuole, asili, ospedali, reparti di maternità sono stati distrutti. Ma nascono vite nuove. In un rifugio di Leopoli Irina ha messo al mondo due gemelline, ha partorito in un bunker sotterraneo a più di 500 chilometri da casa, dopo tre giorni di viaggio in treno, al freddo e senza viveri. Pochi giorni prima, in un rifugio antiaereo di Kiev, era nata un’altra bimba, sua madre l’ha chiamata Libertà. E ci sono ragazze, come Olga Niglava, 21 anni, che da sola, con lo zainetto in spalla e 61 euro in tasca, a Leopoli aspettava un treno per passare oltre confine e andare poi in Germania, sognando un’altra vita. Dalle donne segnali arrivano tanti segnali di speranza.
«Come ho detto, in situazioni difficili, le donne sono capaci di grande forza d’animo e generosità. Lo vediamo in queste giovani ucraine che sopportano tutti gli orrori, le privazioni e le sofferenze per uscire da un paese martoriato e portare al sicuro i figli».
— Dopo le stragi ora cominciano le deportazioni: Kiev denuncia che quasi 2.400 bambini sono stati portati via illegalmente e trasferiti in Russia. Secondo l’Unicef c’è anche il rischio tratta.
«Tutto ci si può aspettare da un tiranno che si sente messo al muro e usa qualsiasi strumento di morte pur di vincere. Non vincerà, perché ha tutto il mondo contro, ma è capace, nella disperazione, di trasportarci tutti dentro una guerra mondiale, pur di non lasciare la presa. E questo sarebbe un vero disastro». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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