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Crollo delle nascite. Due soluzioni buone anche per questo: giustizia sociale e parità di genere

di Italia Libera   
Crollo delle nascite. Due soluzioni buone anche per questo: giustizia sociale e parità di genere

Il problema del crollo delle nascite in Italia è tema di forte dibattito, e incentivare la natalità è una priorità indicata come assoluta dal nuovo governo. In particolare la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne fa una bandiera identitaria. Sulle soluzioni si sta interrogando tutta Europa. Segnali di ripiegamento si sono avvertiti anche in Cina. Un fenomeno globale, ma prima di fare l’elenco dei tanti interventi possibili, una soluzione c’è. Anzi, due soluzioni: giustizia sociale e parità di genere. Si devono perseguire questi due obiettivi, e se questo farà bene alla fertilità poi lo vedremo

L’analisi di MASSIMO SCALIA

“DENATALITÀ, SEI IL nostro destino?” un interrogativo angosciato e angosciante che, superata la prima ondata di sciocchezze nella quale si sono distinti qui in Italia alcuni ministri del governo Meloni, è decollato, negli “Stati generali della natalità”, verso un approccio, sostanzialmente condiviso, tra Papa Bergoglio e la nostra premier. Nel quale venivano ribadite le necessarie concrete condizioni materiali per tentare almeno di mitigare il fenomeno – Friedrich Engels dall’alto sorrideva compiaciuto – soprattutto riguardo al peso molto maggiore che storicamente deve sostenere la donna, perché invertire la tendenza comporta cambiamenti tali, in un tale groviglio di complessità, che vanno ben al di là di questioni di un welfare adeguato. Riguardo al quale Stefanella Campana documenta – in questo numero del magazine – i ritardi dell’Italia rispetto ad altri Paesi europei e l’inadeguatezza dei finanziamenti sbandierati dal Governo in flagrante contrasto con le promesse elettorali.

I dati sulla fertilità di altri grandi Paesi della Ue, tutti al di sotto del mitico 2,1 – cioè, 2,1 nati vivi per donna sull’arco di tutta la vita – che i demografi hanno fissato come quello che mantiene costante il numero di una popolazione, fanno sorgere un inevitabile dubbio: se la Francia, con tasso di fertilità dell’1,84, e la Germania, 1,5, sono i Paesi dove si spende di più e meglio per la natalità non è che ci potremmo attendere poi molto in materia quando anche venissero attuate tutte le promesse elettorali del centro destra. Un dubbio per alcuni aspetti salutare, perché invita a proporre uno dei tanti disaccoppiamenti che caratterizzano queste nostre decadi (il più famoso, si spera, quello tra crescita economica, leggi Pil, e crescita dei consumi energetici): il disaccoppiamento tra welfare mirato alla natalità e alla famiglia e il recupero di una crescita nell’indice di fertilità. Insomma, tutti i problemi che vengono agitati, dai congedi parentali agli asili nido nei luoghi di lavoro, alla parità retributiva uomo-donna, al dilemma maternità-carriera, allo squilibrio tra il crescente numero di pensionati e quello, in calo, di nuovi contribuenti attengono a questioni di giustizia sociale e giustizia di genere, che vanno affrontati esattamente sotto questi profili, indipendentemente dal fatto se poi possano produrre un argine alla denatalità.

La questione demografica, l’evoluzione del numero di una popolazione, segue un andamento che solo in parte può essere ricondotto a politiche sociali. Nella Ue a 27, che gode senz’altro di un welfare mediamente migliore di altre grandi aree geopolitiche, la popolazione è aumentata negli ultimi vent’anni del 4% portandosi a 447 milioni, mentre il tasso di fecondità ha oscillato tra il minimo di 1,43 (2001) e il massimo di 1,57 (2016). Un comportamento sostanzialmente uguale a quello dei sempre citati Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia), la cui popolazione è aumentata del 4% con un tasso di fecondità oscillante tra 1,5 e 1,7. Ma forse è il caso di allungare lo sguardo molto al di là dei pur nobili confini della Ue. La Cina, con una politica di feroce controllo sulle nascite, si è portata, ormai da vent’anni, a un indice di 1,7, che pone anche a lei il problema della denatalità. L’India ha molto più stentato, con un’azione pur capillare ma che non aveva il rigido carattere cinese, per portarsi, nello stesso arco di tempo, da 3 a 2,2. Gli Stati Uniti sono passati da 2,1 a 1,6.

Ma è inutile dilungarsi su tutti questi dati, la visione globale ce la forniscono gli andamenti in figura, ricavati da uno studio delle Nazioni Unite relativamente ai sessant’anni dal 1950 al 2010. Su quell’arco di tempo la fertilità mondiale – la linea blu – si è dimezzata con un andamento congruente con le curve registrate in tutti i Continenti. Nella stessa Africa, che supererà la popolazione della Cina entro il 2030 se non prima – e le cui megalopoli, Kinshasa (17 milioni), Lagos (oltre 20 milioni) e Khartoum (non c’è un dato recente) potrebbero aumentare la loro popolazione di oltre l’80% ponendo problemi di rischio ed enormi difficoltà per la loro gestione –  la fertilità, seppure un po’ meno del 20%, si è ridotta.

Insomma, quelle curve ci dicono che il “disaccoppiamento” si è già realizzato e ci dovrebbe liberare dal piatto buonismo “materialista”, che fa dire le stesse cose al Papa e alla Meloni. Tutte quelle condizioni materiali richieste durante gli “Stati generali” vanno rivendicate, primariamente e soprattutto, come giustizia sociale e di genere. Se faranno bene alla fertilità lo vedremo. Allora aveva ragione Giuliano Cannata, col suo “Si spegne signori, si chiude. L’era della diminuzione” (XL Edizioni, 2008). Giuliano era un ingegnere idraulico, esperto d’acqua e di territorio, che ha usato gli strumenti dell’antropologia culturale nei grandi progetti di sviluppo, e uno dei padri dell’ambientalismo scientifico. Nel suo libro, scritto magistralmente con picchi lucreziani e sintonie mitteleuropee, la tesi di fondo, assai esplicita, è che una ‘consapevolezza di specie’ ci porterà a un dolce declino verso la scomparsa del genere umano. E pensare che Giuliano neanche le conosceva quelle curve, uscite dopo il suo libro!

Insomma, come “Bartleby, lo scrivano”, che Herman Melville presenta diligente all’inizio della sua attività in uno studio legale di Wall Street, ma che dopo opporrà a ogni richiesta del suo datore di lavoro, anche minima: “I would prefer not to”, fino a morire d’inedia, anche l’umanità è arrivata o sta arrivando al punto di desistere, lasciar perdere? L’ipotesi è affascinante e permetteva a Giuliano di guardare con un pizzico d’ironia alle preoccupazioni ambientaliste sui sempre più incombenti “limiti della crescita”. In realtà il calo demografico globale è eventualmente atteso dopo un picco verso il 2030, ne conveniva anche Giuliano, e che facciamo, gli dicevo, in tutto questo tempo, mentre la curva dell’Osservatorio del Mauna Loa continua impietosamente a registrare la crescita della concentrazione di Co2 in atmosfera? La pressione demografica, in corrispondenza a quel picco, sarà colossale, riguarderà primariamente l’Africa rispetto all’Europa, e una perdurante miopia della Ue sarebbe la sua condanna, altro che guerra in Ucraina! E anche sotto questo aspetto, Bartleby o meno, “non c’è più tempo” o, se preferite, più ottimisticamente, “il tempo è ora”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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