Crescono i morti sul lavoro, si allentano le maglie della giustizia. A quando la Procura nazionale?

Poco dopo le 10 di oggi a Bibbiena un operaio muore incastrato nella tramoggia di un impianto di calcestruzzo: aveva 51 anni. E sul lavoro muoiono sempre più giovani: tre ragazzi neanche ventenni deceduti in quattro giorni. Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022 sorprende sentire che i lavoratori devono essere i primi custodi della loro salute negli ambienti di lavoro. Anche i lavoratori devono farlo, certo; ma le scelte strategiche le fa il vertice aziendale. È necessario sviluppare indagini incisive e rapide sullo specifico evento, ma occorre porsi anche altri interrogativi: ad esempio, se crolla una gru, in quale stato versano le altre gru operanti nel Paese? vengono rispettate le regole che ne disciplinano la sicurezza e presiedono alle loro verifiche? e i soggetti incaricati delle verifiche provvedono adeguatamente? Si tratta di interrogativi che allo stato attuale rimangono senza risposta

L’analisi di RAFFAELE GUARINIELLO

GLI INFORTUNI CONTINUANO a ferire il nostro Paese. E a preoccupare non sono solo gli infortuni che inducono alcuni a proporre un anticipato pensionamento dei più anziani. Purtroppo, muoiono sul lavoro anche i giovani. Il 21 gennaio scorso, alla periferia di Udine, un ragazzo di 18 anni adibito a lavori di carpenteria, all’ultimo giorno di stage del progetto scuola-lavoro in un’azienda meccanica, viene mortalmente travolto da una putrella. Il giorno dopo, in un bosco dalle parti di Lecco, a morire è un diciannovenne impegnato nel taglio dii alberi e colpito alla testa da un tronco. Tre giorni prima un tirocinante diciottenne in una fabbrica di Crema si trancia quattro dita a una pressa.

Non a caso, il 19 gennaio 2022, in una comunicazione al Parlamento sull’amministrazione della giustizia, la ministra della Giustizia ha efficacemente richiamato la dolente lettera ricevuta dalla madre di un giovane morto sul lavoro oltre quattro anni fa e ancora in attesa di processo. E partendo da questa lettera ha messo in luce le riforme varate o programmate al fine di riportare i tempi della giustizia entro limiti di ragionevolezza. Solo che mi chiedo se non sia il momento di adottare — oltre alle riforme di ordine generale come il c.d. Ufficio del Processo — apposite misure per ridare slancio alla giustizia proprio nello specifico settore della sicurezza sul lavoro. Resto, quindi, sorpreso quando proprio nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2022 si sostiene che i lavoratori devono essere i primi custodi della loro salute negli ambienti di lavoro. Certo anche i lavoratori. Ma non è difficile comprendere che sta nel vertice aziendale il determinante depositario delle scelte strategiche di fondo in tema di sicurezza sul lavoro.

Possiamo accontentarci delle norme sulla sicurezza del lavoro contenute nella legge 215 del 17 dicembre 2021 di conversione del c.d. decreto fiscale? Mica tanto. Non sono queste le norme che ci aspettiamo. Siamo fuori strada se pensiamo che basti imporre ai datori di lavoro l’obbligo di nominare i preposti e ai preposti l’obbligo di interrompere le lavorazioni pericolose. Certo, la nuova legge si preoccupa di lusingare e di rassicurare i preposti addetti alla sicurezza: da un lato, prevede che i contratti e gli accordi collettivi di lavoro possono stabilire il loro emolumento per lo svolgimento delle attività di vigilanza; dall’altro, intima che il preposto non possa subire pregiudizio alcuno a causa dello svolgimento di tali attività. Ma mi chiedo: siamo proprio sicuri che in concreto, ad esempio al momento di decidere l’interruzione della lavorazione, il preposto non si troverà in più casi a dover scegliere tra l’incudine del magistrato penale e il martello del vertice aziendale?

Si dirà: la nuova legge spaventa le imprese che non fanno sicurezza, in quanto obbliga gli ispettori a sospenderne l’attività in caso di gravi violazioni antinfortunistiche. Ma quali sono le gravi violazioni? Si tratta di tredici violazioni indicate in un apposito elenco. Prendiamone una, quella potenzialmente più grave di tutte: la violazione dell’obbligo determinante del datore di lavoro in persona, del vertice stesso dell’impresa, di analizzare uno per uno tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa svolta nella sua azienda e di segnalare le misure di prevenzione e di protezione attuate contro ciascun rischio. Si tratta proprio della violazione che nella prassi causa il maggior numero di infortuni. Tutto bene, allora? No. Perché, stando alle parole usate dalla legge («mancata elaborazione del documento di valutazione dei rischi»), la violazione giustifica la sospensione dell’attività a condizione, però, che il datore di lavoro ometta radicalmente di elaborare il documento di valutazione dei rischi, e, quindi, non nelle ipotesi in cui tale documento, pur formalmente non mancante, sia per le più diverse ragioni incompleto, insufficiente, inadeguato, generico, non veritiero, e, dunque, a ben vedere, proprio nelle ipotesi che abitualmente emergono nella prassi come causa d’infortuni. E tutti sappiamo quanto sia semplice dotarsi di documenti convenzionali, stereotipati, di questo tipo.

E poi, come non bastasse, nessuno sembra essersene ancora accorto, ma tra le pieghe della legge n. 215/2021 si cela un’inaspettata abrogazione, per giunta tutt’altro che formale, in quanto si verifica nel mondo allarmante degli appalti. Mi limito qui a segnalarne un solo aspetto: le leggi vigenti sulla sicurezza del lavoro si occupano dell’ipotesi in cui il committente non è il datore di lavoro del luogo ove si svolge l’attività affidata in appalto. In questa ipotesi altamente insidiosa, sono tre i soggetti che hanno l’obbligo di promuovere cooperazione e coordinamento tra le diverse imprese coinvolte: lo stesso committente, il datore di lavoro del luogo in cui si svolge l’attività, l’esecutore dell’attività. Questo obbligo è rimasto, ma è sparita la sanzione.

Altre sono le riforme necessarie per dare una risposta effettiva alla richiesta di giustizia proprio nello specifico settore della sicurezza sul lavoro. E per prima la riforma di alcune norme del codice penale e del Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro che chiuda i varchi aperti da una giurisprudenza della Cassazione diventata meno severa rispetto al passato su temi centrali quali i cantieri, gli appalti, le morti dei terzi come nel caso di Viareggio, i tumori (amianto in testa), i disastri dentro e fuori dell’azienda. Ma anche i varchi aperti da prassi contrastanti con le leggi. Ecco perché mi preoccupa che, nell’applicazione dell’obbligo di esibizione di una delle certificazioni verdi Covid-19 di vaccinazione o di guarigione per l’accesso ai luoghi di lavoro da parte dei lavoratori ultra-cinquantenni introdotto dal decreto legge n. 1/2022, s’incorra nelle fallaci interpretazioni date persino in sede istituzionale del concetto di “luogo di lavoro” presente nei molteplici articoli 9 dei precedenti decreti legge sul Green Pass. Ad esempio a proposito di quel lavoro agile che contrariamente alle ottimistiche speranze di alcuni rimane una misura tuttora «raccomandata visto il protrarsi dello stato di emergenza», e che peraltro non dovrebbe sfuggire alle garanzie di sicurezza previste da un’apposita legge — la legge n. 81/2017 — e ribadite dalle stesse norme emergenziali. Garanzie, a parte la deroga agli accordi individuali e agli obblighi informativi, ben più ampie di quelle — assistenza nell’uso delle apparecchiature, modulazione dei tempi di lavoro e delle pause — indicate dalla Circolare Ministeriale sul lavoro agile del 5 gennaio 2022. 

E infine la procura nazionale sulla sicurezza del lavoro da ultimo patrocinata in un prezioso disegno di legge in discussione al Parlamento. Certo, ancora oggi, mi accade di sentir dire che questa procura nazionale servirebbe solo a spostare le risorse della prevenzione alla repressione senza incidere in alcun modo sulla realtà dei morti e dei feriti. Un’obiezione palesemente contrastante con le molteplici esperienze giudiziarie che in passato — purtroppo solo in poche procure realmente specializzate — si sono sviluppate sotto il segno di uno stretto connubio tra prevenzione e repressione congiuntamente volte a garantire l’osservanza delle norme antinfortunistiche penalmente sanzionate a prescindere dalla sussistenza di un delitto di omicidio o di lesione personale consistente in un infortunio o in una malattia professionale. E a tacer d’altro (per prima, l’applicazione finalmente sistematica della responsabilità amministrativa delle stesse imprese determinante anche a fini preventivi), resta il fatto che oggi come oggi è largamente insoddisfatta un’esigenza, quella di svolgere finalmente in tutto il territorio nazionale azioni diffuse e organiche di prevenzione in ordine ai problemi che maggiormente insidiano la vita e la salute dei lavoratori, anche, ma non solo, traendo spunto dalle tragedie ormai consumate. Accade l’infortunio su una gru. Più che mai necessario è sviluppare indagini incisive e rapide sullo specifico evento. Ma non basta. Occorre anche porsi degli interrogativi: ad esempio, in quale stato versano le altre gru operanti nel Paese? vengono rispettate le regole che ne disciplinano la sicurezza, a partire da quelle che presiedono alle loro verifiche? e i soggetti incaricati delle verifiche provvedono adeguatamente? Si tratta di interrogativi che allo stato attuale rimangono senza risposta.© RIPRODUZIONE RISERVATA
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