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Covid 19. Si chiama Sars-Cov-2 perché c’è stato un 1. Perché non abbiamo usato quelle cure?

di Italia Libera   
Covid 19. Si chiama Sars-Cov-2 perché c’è stato un 1. Perché non abbiamo usato quelle cure?

Il Covid circola sempre tra noi, continua a far danni nella nostra vita sociale e personale. Sfiora la campagna elettorale e annuncia un autunno di nuove impennate, forse altre varianti. Dobbiamo prepararci a rivivere ciò che abbiamo già attraversato dal 2020? «Gli esperti e i consulenti governativi sono favorevoli ad adottare la modalità con cui si è e si sta affrontando la Covid-19 come protocollo standard per gestire le prossime epidemie e pandemie», sostiene il prof. Ciro Isidoro. Una politica sanitaria che non utilizza al meglio le «potenzialità delle attuali conoscenze mediche e biotecnologiche, facendo tesoro delle precedenti epidemie di beta-coronavirus». Servono più investimenti nelle biotecnologie “omiche” per una medicina personalizzata del Covid-19, ed anche delle prossime pandemie

L’articolo di LAURA CALOSSO con CIRO ISIDORO, patologo e immunologo Università Piemonte Orientale  

IN EMERGENZA È DIFFICILE prendere le decisioni giuste, ma perché non ascoltare chi propone soluzioni che derivano da esperienze precedenti? La domanda fotografa esattamente ciò che è accaduto con il Sars-Cov-2, che è appunto seguito al Sars-Cov-1 del 2003. Alcune riflessioni interessanti su questo tema le ha fatte Ciro Isidoro, Professore Ordinario di Patologia Generale e Immunologia, Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale (Novara), in un articolo comparso su DottNet, social network dedicato ai professionisti della sanità italiana [leggi qui].

«La pandemia Covid-19, per come si è presentata e per come è stata rappresentata — spiega il prof. Isidoro — ha determinato uno sconvolgimento nella vita sociale con restrizioni dei comportamenti sociali e contrazioni delle libertà individuali. Soprattutto, ha però evidenziato le carenze organizzative dei sistemi sanitari e i limiti conoscitivi degli scienziati. In questi ultimi mesi, molte altre malattie infettive stanno (ri)comparendo sulla scena prefigurando situazioni di emergenza sanitaria, e verosimilmente per queste sarà riproposto lo stesso schema di gestione (management) sperimentato per la Covid-19».

Dobbiamo prepararci a rivivere ciò che abbiamo attraversato negli ultimi due anni e mezzo? «Gli esperti e i consulenti governativi sono favorevoli ad adottare la modalità con cui si è e si sta affrontando la Covid-19 come protocollo standard per gestire le prossime epidemie e pandemie, sotto la supervisione (e il comando) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità — sottolinea Isidoro —, e ciò prevede il confinamento delle aree infette (lockdown), la quarantena dei soggetti infetti, le protezioni individuali e il distanziamento sociale, la vaccinazione di massa. Appare evidente la responsabilità implicita in tali scelte di politica sanitaria, che da un lato si giustificano con la finalità del bene comune e dall’altro non tengono in conto i diritti dell’individuo e soprattutto le peculiarità della sua condizione di salute/malattia psico-fisica».

Che tipo di futuro ci attende e quale riflessione dobbiamo fare sull’efficacia di queste scelte e su come queste possano avvalersi delle attuali conoscenze mediche e biotecnologiche? «In una fase di emergenza sanitaria imposta dalla malattia infettiva si devono prendere decisioni rapide in un clima caotico. È accettabile (perlomeno comprensibile) che si attui un lockdown generalizzato in attesa che sia disponibile un vaccino, e che poi si proceda alla vaccinazione di massa “senza se e senza ma”. In questo quadro dobbiamo però tralasciare il fatto che l’epidemia/pandemia era preventivabile e che la Covid-19 non ci avrebbe colti impreparati se avessimo aggiornato il piano pandemico facendo tesoro delle precedenti epidemie da beta-coronavirus (come il compianto collega dott. Carlo Urbani ci aveva ammoniti con il suo personale sacrificio sin dal 2003)».

In sostanza, oggi possiamo dire di aver imparato qualcosa, utile e metterci in sicurezza in futuro dal punto di vista della capacità di intervento? «Viviamo una epoca straordinaria in cui le biotecnologie cosiddette “omiche” hanno rivoluzionato il modo di individuare la causa di malattia e il malato e il modo di curarlo secondo i criteri della medicina personalizzata e di precisione» spiega Isidoro. «Al netto dei rischi derivanti dall’affidarsi totalmente e acriticamente all’iper-tecnologia diagnostica − e tra questi il rischio di attribuire l’etichetta di malato asintomatico con il rischio implicito di iper-curare − possiamo avvalerci delle biotecnologie omiche per meglio comprendere la patologia e come funzionano i vaccini, in modo da ottimizzarne l’efficacia e al tempo stesso limitarne i possibili effetti indesiderati. Tutto ciò nell’ottica di passare da una vaccinazione di massa, che, come detto, trova giustificazione nel momento emergenziale, ad una vaccinazione personalizzata che invece deve essere adottata laddove ci sia il tempo e la conoscenza necessari. Che in fondo è questo che ci viene comandato secondo il precetto ippocratico di “curare il malato secondo scienza e coscienza».

Perché allora non si procede in questa direzione? «Sorprendentemente a oggi sono ancora pochi gli studi di genomica ed epigenomica della Covid-19, e quei pochi disponibili non sembra trovino riscontro nei consessi di quegli esperti dei Comitati tecnico scientifici istituzionali (di Aifa e Istituto Superiore di Sanità) che poi determinano la gestione sanitaria della pandemia. Per esempio, gli studi di “genome-wide association” e di “epigenome-wide association” hanno permesso di identificare quei pazienti Covid-19 particolarmente soggetti a sviluppare la polmonite interstiziale in forma grave. Parimenti, e con grande disappunto, vengono completamente disattesi gli studi (peraltro ancora troppo pochi) di vaccinomica e di adversomica che permetterebbero di definire il profilo dei candidati che meglio potrebbero avvantaggiarsi della vaccinazione anche a fronte di un rischio di evento avverso prevedibile e dunque curabile per tempo».

In questi giorni si parla di nuovi vaccini contro la variante Omicron, disponibili in autunno. Che tipo di considerazioni andrebbero fatte al proposito? «I vaccini correntemente in uso su base genetica (a mRNA e a DNA) sono a loro volta disegnati secondo i criteri e le tecnologie dettate dalla genomica e immunomica», precisa Isidoro. «L’efficacia di questi vaccini nel prevenire i danni gravi dell’infezione da Sars-CoV2, esemplificata dalla produzione di anticorpi IgG protettivi, è purtroppo di breve durata (circa due-quattro mesi), e in alcuni gruppi di pazienti (immunocompromessi oppure in terapia con immunosoppressori) è così scarsa da richiedere somministrazioni multiple ravvicinate. Bisogna allora tener conto dei rischi di eventi avversi anche gravi nel breve e nel lungo termine che possono palesarsi, soprattutto in alcuni soggetti suscettibili, a seguito delle continue sollecitazioni del sistema immunitario dato dalle vaccinazioni multiple e ravvicinate».

Ma allora come si fa? Cosa deve sapere un comune cittadino, in modo da poter fare valutazioni con il proprio medico curante? «Ci si può avvalere delle biotecnologie omiche per profilare i biomarcatori genetici ed epigenetici associati al rischio di sviluppare eventi avversi a seguito della vaccinazione. Ancor più rilevante è la possibilità offerta da queste tecnologie in combinazione con altri parametri sierologici e clinici di profilare i soggetti che più di altri avrebbero necessità di essere vaccinati con beneficio, escludendo la platea di quelli (per esempio i guariti) che invece non trarrebbero beneficio in quanto già protetti e non particolarmente suscettibili a sviluppare la malattia in forma grave e che sarebbero facilmente curabili con le terapie disponibili. In conclusione, è auspicabile che nell’immediato futuro si facciano gli investimenti necessari nelle biotecnologie omiche al fine di sfruttarne tutte le potenzialità per mettere a punto una medicina personalizzata della Covid-19, ed anche delle prossime pandemie».

In questo momento, nel pieno della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche, sarebbe importante un dibattito su questi temi. I candidati dovrebbero far conoscere la propria posizione riguardo alla Covid-19, prima che i problemi previsti in autunno ci travolgano, e l’emergenza prenda il sopravvento sulla ragione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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