Cinquanta milioni di migranti ambientali: la protezione umanitaria va estesa. Primo caso in Italia

Cinquanta milioni di migranti ambientali: la protezione umanitaria va estesa. Primo caso in Italia

Alluvione in Bangladesh; sotto il titolo, un contadino nigeriano nel suo campo inquinato dalle estrazioni del petrolio da parte delle compagnie occidentali

«Su 100 milioni di persone che, in tutto il mondo, nel 2021 hanno lasciato la loro terra per spostarsi altrove la metà lo ha fatto per ragioni ambientali» (monsignor Gian Carlo Perego, Fondazione “Migrantes”). C’è necessità di estendere la protezione umanitaria anche a questi casi, ma il legislatore italiano si è fermato alla normativa del 2007 che evoca solo la guerra come condizione per accordarla. La protezione umanitaria per ragioni ambientali l’ha affrontata la seconda sezione civile della Cassazione con un’ordinanza (la n.5022/21): un avvocato di Ancona ha fatto ricorso rispetto al diniego di un tribunale marchigiano nei confronti della richiesta di protezione avanzata da un migrante proveniente dal delta del Niger; ricorso accolto dalla Corte Suprema. La conclusione giuridica apre ad un rinnovato concetto di protezione umanitaria: «Un contesto socio-ambientale degradato espone l’individuo al rischio di vedere azzerati i diritti fondamentali della vita»



L’analisi di ALBERTO GAINO


IN ITALIA SI accorda la protezione umanitaria ad un migrante se questi è in fuga da una guerra. Ma è tempo ormai di altri disastri, gravi quanto un conflitto armato, e tali da privare tante persone del «diritto ad una vita dignitosa». A cominciare da quelli ambientali. Lo ha detto con la chiarezza dei numeri al Festival dell’accoglienza di Torino, nel corso di un incontro ad hoc, il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Gian Carlo Perego: «Nel 2021 su 100 milioni di persone che, in tutto il mondo, hanno lasciato la loro terra per spostarsi altrove (anche all’interno degli stessi paesi) la metà lo ha fatto per ragioni ambientali».


Disastro ambientale in Pakistan (credit Andrees Latif/Reuters)

Un anno fa, il giurista Luigi Ferrajoli affrontò il tema delle responsabilità e delle vittime sulla rivista “Questione Giustizia”:  «[…] ogni migrante, ogni fuga, segnala un problema globale irrisolto. Le migrazioni sono il prodotto di tutte le grandi emergenze e catastrofi che minacciano il futuro del nostro pianeta e che sono in gran parte provocate dai paesi ricchi: innanzitutto con il cambiamento climatico, dei cui effetti — le alluvioni, le desertificazioni, le siccità, gli inquinamenti dell’acqua e dell’aria — soffrono soprattutto le popolazioni povere del mondo […]». 


C’è necessità di estendere la protezione umanitaria ai rifugiati per ragioni ambientali. Ma il legislatore italiano si è fermato alla normativa del 2007 che evoca solo la guerra come condizione per accordarla, anche se poi siriani e afgani, ad esempio, sono costretti ad affidarsi a racket criminali per varcare i nostri confini o a camminare per anni per le rotte balcaniche incontro ad ogni genere di ostacoli e di violenze. Pur di raggiungere l’Italia come paese di transito. 


«Nel 2021 su 100 milioni di persone che, in tutto il mondo, hanno lasciato la loro terra per spostarsi altrove (anche all’interno degli stessi paesi) la metà lo ha fatto per ragioni ambientali»

La normativa italiana di protezione umanitaria non contempla i disastri ambientali. Anche su questo aspetto delle migrazioni i numeri sono chiari: «Del milione di stranieri sbarcati sulle coste italiane fra il 2017 e il 2020, quando si gridò all’invasione del paese, da noi si sono fermati in 30 mila». ricorda monsignor Perego. Che insiste: «In Italia abbiamo ogni anno un saldo negativo fra nascite e decessi che fa scendere la popolazione di cittadini italiani di 350/400 mila unità ogni dodici mesi. Già oggi la nostra economia ha un gran bisogno di lavoratori che non trova. In prospettiva andrà molto peggio se non si comincia ad attuare una politica intelligente rispetto all’immigrazione». A partire dall’atteggiamento culturale da spendere come approccio.


Naturalmente la giurisprudenza ha un peso specifico importante e, sul suo versante, il lento cammino dei diritti ci fa pensare che qualcosa si stia muovendo. Il tema è quello della protezione umanitaria per ragioni ambientali. L’ha affrontato la seconda sezione civile della Cassazione con un’ordinanza  (n.5022/21) che ha accolto il ricorso di un avvocato di Ancona rispetto al diniego di un tribunale marchigiano a conferma della decisione della commissione territoriale competente nei confronti della richiesta di protezione avanzata da un migrante proveniente dal delta del Niger. La domanda verteva sull’impossibilità dell’uomo di condurre una vita dignitosa nella sua terra di origine, devastata dal dissesto dell’ambiente provocato dalle compagnie petrolifere e dall’insicurezza provocata da bande criminali radicatesi attorno a quel business.


Degrado ambientale e inquinamento sul Delta del Niger generato dall’estrazione del petrolio delle compagnie occidentali (credit The Guardian)

La guerra del petrolio nel delta del Niger. La Cassazione scrive che il giudice di primo grado, «pur avendo preso atto» che nella zona del delta del Niger «si è creato un contesto di instabilità tale per cui si sono verificati numerosi sversamenti di petrolio, a causa dei quali vaste zone sono state contaminate», non ha ritenuto, sbagliando, di considerare l’intreccio delle cause ambientali, di sicurezza personale e di natura economica e sociale che possono costringere alla fuga molte persone dalla loro terra, come è accaduto al migrante nigeriano. 


«La situazione nel delta del Niger è caratterizzata, da un lato, dalla notevole povertà della popolazione locale, che non beneficia affatto dei proventi della principale risorsa naturale dell’area e, dall’altro, dall’insicurezza legata a sabotaggi, danneggiamenti, rapimenti di personalità pubbliche e  da aggressioni rivolte anche contro le forze di polizia». La guerra strisciante per il petrolio, con tutte le sue conseguenze, tuttavia, «non è stata tenuta in sufficiente considerazione dal tribunale ai fini della configurazione di una condizione di violenza generalizzata» che avrebbe dovuto far scattare il «riconoscimento della protezione sussidiaria» del migrante. Sin qui l’ordinanza non si discosta molto dalla normativa in vigore, interpretandola semmai in modo estensivo. Ma nel passaggio successivo del suo ragionamento giuridico la Cassazione va oltre: «Il giudice di merito non ha considerato il contesto di dissesto ambientale e di insicurezza diffusa».


La fuga dall’isola del Pacifico sommersa dall’acqua. La Cassazione prende spunto dal ricorso presentato al Comitato Onu nel 2016 da un migrante in fuga con la sua famiglia dall’isola di Tarawa nell’arcipelago dell’Oceano Pacifico e capitale della piccolissima Repubblica di Kiribati: «Siamo stati costretti a rifugiarci in Nuova Zelanda dall’avanzare dell’oceano sulla terraferma della nostra isola. Più noi abitanti arretravamo verso l’interno, più ci addensavamo in spazi sempre più stretti, di sovraffolamento umano che comportava continui conflitti, anche a causa della contaminazione delle acque dolci che avevano ridotto ulteriormente gli spazi per una vita dignitosa».


Corte di Cassazione: «Un contesto socio-ambientale degradato espone l’individuo al rischio di vedere azzerati i diritti fondamentali della vita» (credit Shutterstock)

La Cassazione ne ha dedotto che «il fine del riconoscimento della protezione umanitaria non deve necessariamente derivare da un conflitto armato, ma può dipendere da condizioni socio-ambientali comunque riferibili all’azione dell’uomo, a patto che il contesto venutosi a creare in una determinata zona sia, in concreto, tale da mettere seriamente a rischio la stessa sopravvivenza del singolo individuo e dei suoi congiunti». La conclusione è inequivocabile e apre ad un rinnovato concetto di protezione umanitaria: «Un contesto socio-ambientale degradato espone l’individuo al rischio di vedere azzerati i diritti fondamentali della vita». © RIPRODUZIONE RISERVATA