Capo Verde: una Repubblica senza cliché, come vorremmo che fosse l’Africa

Capo Verde: una Repubblica senza cliché, come vorremmo che fosse l’Africa

Alle elezioni del 17 ottobre, il presidente di centro destra Jorge Carlos Fonseca passa la mano al socialista José Maria Neves. L’arcipelago vulcanico nell’oceano Atlantico racchiude dieci isole, per un totale di quattromila chilometri quadrati al largo delle coste del Senegal, un’ora di volo da Dakar quattro da Lisbona. Una nazione poco più piccola del Molise, eppure strutturata meglio di quasi ogni altro paese nell’enorme continente del quale fa parte. Per la statistica, nel mondo ci sono un milione e 200.000 capoverdiani, più della metà dei quali emigrati. Soprattutto negli Stati Uniti, 250.000, e il resto distribuiti tra Olanda, Francia, Portogallo. In Italia, secondo l’ultimo censimento, ne sono stati contati circa diecimila.

     L’articolo di CARLO GIACOBBE, da Praia, isola di Santiago (Capo Verde)

IL PRESIDENTE POETA CHE È PIACIUTO A TUTTI

Politico, giurista, accademico, scrittore e poeta, con due opere tradotte anche in italiano, Jorge Carlos Fonseca è nato nel 1950 a Mindelo, nell’isola di São Vicente. Fonseca è stato ministro degli Esteri (1991-93) e dal 2011 Presidente della Repubblica, con un secondo mandato non più rinnovabile nel 2016. Nelle elezioni del 17 ottobre il candidato dello stesso partito di centro destra del presidente uscente è stato sconfitto al primo turno.

Durante la grave crisi del 2020 (che a causa della prima ondata della pandemia ha messo in ginocchio Capo Verde, azzerando di fatto il turismo e privando il paese della principale voce attiva del Pil) Fonseca si è distinto per aver lanciato un monito che nel piccolo paese insulare è risuonato forte e chiaro: senza un sostegno statale adeguato, anche a costo di far lievitare il passivo di bilancio, esiste il pericolo che Capo Verde prenda una deriva autoritaria, che vanificherebbe i progressi fatti in questi anni, che hanno permesso all’arcipelago di figurare al ventottesimo posto nel mondo come democrazia compiuta, caso unico in Africa insieme alla Namibia. L’appello del presidente-poeta è stato ascoltato e oggi Capo Verde, superata la fase più difficile del Covid, sembra in grado di tornare gradualmente tra le mete turistiche d’elezione.

ALL’ARRIVO A SANTIAGO, l’isola più grande dove c’è Praia, la capitale, vengo investito da un suono assordante proveniente da camioncini muniti di altoparlanti, dai quali musiche locali (purtroppo ben diverse dalla dolce e malinconica morna fatta conoscere nel mondo dalla mai dimenticata Cesária Évora) si alternano a slogan elettorali e lunghi passaggi di comizi tenuti dai candidati. Siamo in piena campagna per le presidenziali. Contrariamente ai pronostici, nella consultazione del 17 ottobre ha appena vinto il socialista José Maria Neves, 61 anni, con un passato di Primo ministro e di professore universitario. Rispetto ad alcune scorciatoie concettuali che esemplificano la realtà a uso di frettolose guide turistiche, l’unica nota autentica e riscontrabile riguarda il clima. Che effettivamente somiglia all’Eden magnificato nei dépliant. Per il resto molte esagerazioni, sia in positivo che in negativo.

È subito chiaro che in un paese la cui economia dipende in larga misura dal turismo il crollo delle presenze dovuto alla pandemia ha prodotto guasti gravi ed evidenti. Però non irreparabili. Gli alberghi e i centri per vacanzieri (i più numerosi venivano dal Regno Unito) sono semideserti. Non poche strutture hanno preferito entrare in sonno piuttosto che restare aperte, con i costi che ciò comporta in termini di personale e di servizi, piuttosto che ospitare un 10 per cento dei clienti, oggi solo potenziali ma un tempo reali e paganti in valuta pregiata. Eppure l’aria che si respira non è di una nazione che sopravvive a livello di sussistenza, come tante altre viste in Africa o in Sudamerica.

Le strutture sanitarie dell’arcipelago sono molto modeste e per tutte e nove le isole abitate (la decima, Santa Luzia, è totalmente deserta) ci sono appena tre ospedali degni di tale nome. Due sono nella capitale e un altro è a São Vicente. Gli altri somigliano più ad astanterie o a posti medici da intervento di fortuna, prima dell’evacuazione del malcapitato che necessiti di assistenza. In compenso non ci sono una serie di malattie tipiche dei paesi tropicali e non c’è bisogno di fare alcuna vaccinazione. Diverso il quadro sanitario in relazione al Covid. Data la carenza dei posti letto, il governo – superato il trauma iniziale dovuto alla pressoché totale mancanza di mezzi di prevenzione e cura del virus – ha adottato misure draconiane per contenere al massimo i contagi; tutto indica che i risultati, adesso, sono evidenti e molto positivi. Tamponi e vaccinazioni sono alla portata di tutti, grazie soprattutto agli aiuti dei paesi ricchi.

Molte e di svariate nazionalità sono le organizzazioni governative e non che operano a Capo Verde nei più diversi settori della cooperazione internazionale, ma due sono particolarmente rilevanti: il Portogallo, l’antica potenza coloniale, e la Cina, che in questo momento è il paese che impiega più risorse a sostegno (non certo a fondo perduto) di diversi progetti. Il più importante, almeno ai miei occhi di osservatore che ha avuto modo di girare l’isola di Santiago con una certa completezza, è stata, nei dintorni della capitale Praia, la costruzione di un polo universitario moderno e direi addirittura imponente non solo in relazione ai modesti standard del paese. La struttura, consegnata al governo capoverdiano appena tre mesi fa, si estende su una superficie di quasi tre ettari, con decine di edifici tra aule, laboratori, biblioteca, auditorium e campus per centinaia di studenti e docenti esterni ed è costata al governo cinese oltre 50 milioni di euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA