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Alluvione in Romagna. Quali solo gli errori all’origine della tragedia e perché sono crollati gli argini

di Italia Libera   
Alluvione in Romagna. Quali solo gli errori all’origine della tragedia e perché sono crollati gli argini

Partendo dalle proporzioni eccezionali dell’evento meteo, il geologo Fabio Luino, ricercatore al Cnr-Irpi d Torino, ripercorre fatti e conseguenze della tragica alluvione che ha devastato la Romagna. Proponendo una chiave di lettura che, nella sua semplicità, ridimensiona molte delle valutazioni che sono state fatte finora. Luino pone l’attenzione su alcuni aspetti, dagli argini di terra “pensili”, superiore di alcuni metri alle zone travolte dall’acqua, alle speculazioni che hanno fatto costruire tante abitazioni, fino a interi quartieri, dove non si sarebbe dovuto costruire. Ecco un breve “viaggio” nel disastro accaduto, con qualche consiglio – coinvolgendo le scuole – per evitare la tragedia prossima ventura

L’articolo di FABIO LUINO

UN DISSESTO GEO-IDROLOGICO: un altro evento calamitoso ha colpito l’Emilia Romagna nella stessa area già colpita agli inizi di maggio. Questa volta però i danni sono stati decisamente maggiori e ci sono state molte vittime. Tutto naturalmente ha origine da un evento meteo. Una forte perturbazione molto diffusa ha colpito l’Appennino a Sud-Ovest della pianura romagnola provocando svariate centinaia di frane nelle zone collinari, alcune delle quali hanno isolato interi paesi a causa delle loro dimensioni. Molte hanno coinvolto le strade a mezzacosta traslandole di decine e decine di metri: molti aspetti a prima vista mi hanno ricordato le Langhe del novembre 1994. Circa 20 torrenti sono andati in piena lungo il tracciato vallivo e giungendo sulla pianura romagnola hanno raggiunto le massime portate, contenuti a stento all’interno di argini pensili (cioè più elevati del piano campagna circostante). Tali argini in terra hanno retto egregiamente, ma in alcuni punti sono stati sifonati (l’acqua si è infiltrata alla base), sormontati (l’acqua ha superato la sommità) o peggio ancora hanno subito la rottura vera e propria. E quando si apre una voragine è il dramma per tutti quei territori limitrofi.

Molti si saranno chiesti come sia stato possibile che diversi centri abitati siano stati inondati con altezze considerevoli del livello dell’acqua. Il fiume Lamone, che ha un bacino di 500 kmq ed è lungo circa 90 km, è contenuto appunto in argini in terra pensili: la loro parte in sommità è mediamente tra i 5 e i 6 metri più elevata a Faenza della vicina Via Fratelli Bandiera, della quale sono state diffuse le immagini con l’acqua che ha inondato la città. Le case qui hanno un muro di terra a sezione trapezoidale proprio davanti, a circa 25 metri di distanza. Una vera e propria spada di Damocle: se si rompe l’argine nel giro di qualche minuto hai l’acqua al primo piano delle abitazioni e non c’è scampo. E gli argini purtroppo si sono rotti in più punti. Si tratta di abitazioni e quartieri interi costruiti in zone a rischio. Come peraltro in molte altre zone d’Italia, da Olbia alla Liguria, dalle Cinque Terre alla Costiera Amalfitana. L’Italia che da un punto di vista geo-idrologico è già a rischio di suo, ha avuto una gestione territoriale pessima. Si è spesso costruito male soprattutto dopo la seconda Guerra Mondiale. Sull’onda del boom economico, finalizzato alla rinascita del Paese, si è consentito di tutto e anche di più. Ora ne paghiamo le conseguenze. Lo dico ormai da 30 anni: per risanare certe zone costantemente inondate, bisognerebbe avere il coraggio di delocalizzare interi quartieri. Altrimenti in futuro sarà sempre peggio. Diverso è il discorso sull’incidenza del cambiamento climatico su quanto è successo. Bisogna fare chiarezza. Che il clima rispetto a 40 anni fa stia cambiando è davanti agli occhi di tutti: basta vedere i ghiacciai alpini come si sono ridotti nell’arco di qualche decennio. I negazionisti sostengono che il clima sia sempre mutato con cicli molto ampi. Questo è vero, ma qui siamo di fronte a cambiamenti che si sono accelerati notevolmente nel corso degli ultimi decenni. Le piogge, in generale, hanno un trend leggermente negativo se considerate a livello annuale: ma quando piove, le precipitazioni sono spesso molto intense, talora violente in periodi brevi, e così provocano danni.

In un anno piove più o meno la stessa quantità degli anni passati (alcuni anni più, alcuni meno), ma in meno giorni. Quindi in sintesi vale il detto “piove meno, ma peggio”. Con queste piogge violente le portate dei fiumi hanno raggiunto valori eccezionali superando argini e abbattendo ponti. Ci si chiede come questo sia possibile, se sia dovuto al fatto che non siano più adeguati. Purtroppo i calcoli che erano stati eseguiti a suo tempo ora non sono più validi. Sarebbero da aggiornare con i recenti valori misurati. Prendiamo ad esempio proprio l’Emilia Romagna: nel settembre del 2014 c’è stato un evento simile a quello appena avvenuto: Santerno, Senio, Lamone e Montone ebbero piene considerate duecentennali in alcuni settori, ma il peggio si è avuto in questi giorni. Quindi abbiamo avuto due piene con tempi di ritorno duecentennali in 9 anni. Senza poi contare l’evento del 2-3 maggio scorsi.

Bisognerebbe rifare urgentemente i calcoli e molto probabilmente vedremmo che queste piene avrebbero tempi di ritorno cinquantennali. I calcoli che cosa metterebbero in evidenza? Che quasi tutte le opere lungo i corsi d’acqua sono inadeguate e quindi da rifare con la conseguenza che moltissime aree vendute come “sicure” a seguito dei lavori eseguiti negli ultimi 30-40 anni ritornerebbero in aree da considerarsi a rischio, dove non si potrebbe assolutamente costruire. In un territorio urbanizzato quale è l’Italia, l’arrivo di un evento alluvionale può creare sempre molti danni. Ma non è accettabile che provochi vittime. Dal 1994, dopo l’evento del Piemonte (69 morti), si è ahimè compreso bene che poco si può fare per la mitigazione del danno alle strutture e infrastrutture, ma molto invece riguardo quello della salvaguardia delle persone. Ragion per cui, Barberi stesso ci disse, che nelle future inondazioni “il risultato da raggiungere doveva essere: nessun morto”. E per molti eventi è stato così: nonostante i gravi danni, la macchina della Protezione civile aveva funzionato bene. Certo, per eventi quali quello dell’ottobre 2000 che colpì Piemonte e Valle d’Aosta (35 vittime), molti morti vi furono per eventi talmente rapidi (colate detritiche) che qualsiasi previsione abbinata ad un sistema di allarme non sarebbe stata in grado di salvare loro la vita.

Ma l’evento delle Marche nel settembre scorso e quest’ultimo in Romagna ci ha purtroppo riportato indietro nel tempo. Vi sono state nuovamente diverse vittime, anche per imprudenza. Recarsi di corsa a salvare le proprie cose mentre arriva l’acqua in casa è un comportamento naturale, ma purtroppo sempre inopportuno. Qualcuno riesce ad uscirne vivo, altri no. Con la Natura non si scherza. Come si possono evitare questi lutti? Noi studiosi di questi processi, anche se siamo pochi, ce ne occupiamo ormai da decenni: andiamo a convegni, meeting, corsi, persino nelle scuole e cerchiamo di “lavorare” sulla gente, in modo tale da far comprendere loro alcuni concetti chiave. Spesso sono istruzioni banali, come quella di salire al primo piano delle case e non andare in cantina o in garage, oppure non attraversare un tratto di strada coperto d’acqua, come ho visto fare l’altro giorno da un camionista in Romagna. Molti Comuni ormai sono ben organizzati: vi sono pannelli luminosi lungo le strade che avvertono nel caso di rischio immediato. In certi casi i cittadini ricevono messaggi sul proprio cellulare! Poi ognuno è libero di comportarsi come vuole: insomma, i mezzi ci sono ma l’autoprotezione è fondamentale.

È opportuna una collaborazione tra il mondo scientifico e le scuole. Ogni tanto infatti ci rechiamo anche nelle scuole: i bambini e ragazzi hanno una mente più “spugnosa” e ricca di curiosità. Si riesce sempre ad ottenere un buon risultato. Educare i ragazzi, facendo conoscere loro il mondo dei processi geologici e geomorfologici è importante. Ma dovrebbe essere per primo il ministero per l’Istruzione a recepire questa idea, farla diventare materia di studio e poi bisognerebbe creare un piccolo esercito di esperti (che in realtà già c’è) per andare a diffondere la conoscenza. Nel giro di una decina d’anni potremmo avere milioni di persone che sarebbero in grado di comprendere molto meglio i processi e di conseguenza si comporterebbero anche in maniera più consona non mettendo a rischio la propria vita. Insomma, è una strada in salita, ma dobbiamo perseverare. L’obiettivo numero uno deve essere sempre quello di non perdere vite umane. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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