«Terrapiattisti e negazionisti del Clima sono all’opera; non restiamo a guardare»

«Terrapiattisti e negazionisti del Clima sono all’opera; non restiamo a guardare»

Qui in alto, stazione meteorologica; nella foto sotto il titolo, a sinistra, Renato “Wetter” Murcia

Conosciuto su Facebook con il suo “nome d’arte” Renato Wetter (all’anagrafe Renato Murcia) meteorologo per passione, ci parla dei cambiamenti climatici visti con occhio esperto di chi può vantare una propria stazione meteorologica. Una passione che affonda le radici nei ricordi,  quando, ancora bambino, osservava dalla finestra della sua città natale gli eventi meteo. Ad arricchire le sue esperienze giovanili di pura osservazione la sera arrivavano  le affabulazioni dei “meteomen” il colonello Edmondo Bernacca e Andrea Baroni di “Che tempo che fa”. Oggi Renato guarda con preoccupazione i cambiamenti climatici, gli atteggiamenti dei “terrapiattisti del clima” e dei negazionisti: in maniera spudorata ignorano decenni di dati mondiali sui cambiamenti oggi in atto



L’intervista di FABIO BALOCCO con Renato Murcia


GALEOTTO FU FACEBOOK, nel senso che se non ci fosse il social network non avrei mai conosciuto Renato. E Renato è la mia personale liaison con il cambiamento climatico. Ma sentiamo cos’ha da dirci al riguardo.


— Renato Wetter. In realtà non è questo il tuo vero nome…


«In effetti lo pseudonimo “Wetter” è un retaggio dei miei trascorsi sui  forum di meteorologia che comparvero in rete nei primi anni 2000, ed altro non era se non il mio nickname dal significato inequivocabile, e cioè la traduzione tedesca della parola “Tempo” (meteorologico). Poi, con  l’avvento dei social, ho mantenuto questa mia identità parallela. Comunque il mio vero cognome è Murcia».


— Tu abiti a Torino e sei un meteorologo dilettante, ma forse non è esatto definirti tale, visto che hai addirittura una tua stazione meteorologica. Mi puoi dire com’è nata la tua passione e quali dati rilevi nella tua stazione?


Il Colonnello Edmondo Bernacca

Andrea Baroni di “Che Tempo fa”

«La passione e lo studio della meteorologia e climatologia ha le sue radici lontane addirittura negli anni ‹70 e cioè quando, ancora bambino, osservavo scrupolosamente gli eventi meteo che avvenivano a Torino, ad esempio passando in inverno giornate intere col naso incollato alla finestra nell’osservare la neve cadere sulla città (si, all’epoca era del tutto normale avere la neve al suolo più volte nel corso dell’inverno nel capoluogo piemontese…). Le affabulazioni serali dei “meteomen” di quel tempo (i mitici Colonnelli Edmondo Bernacca e Andrea Baroni di “Che Tempo fa”) costituirono  l’innesco definitivo per l’interesse verso questa scienza. Su questo substrato si inserirono presto le letture di libri tematici, l’immersione estiva ed invernale negli ambienti di montagna (l’amore per la  Natura, più in generale), la frequentazione da metà anni ‘90 dell’allora neonata Società Meteorologica Subalpina (poi divenuta Società Meteorologica Italiana) di Luca Mercalli, primo vero punto di riferimento a livello nazionale,  e da ultimo, in ordine di tempo, l’avvento di Internet che ha avuto il merito di fare rete (letteralmente) tra amatori, appassionati. Per quanto riguarda la stazione, questa è attiva dal 2008. È ubicata presso la mia abitazione ed è una stazione di tipo semi-professionale pienamente rappresentativa  delle condizioni meteo-climatiche di una grande città e della sua “isola di calore”. Rileva i principali parametri (temperatura, umidità relativa, velocità e direzione del vento, accumulo di pioggia».


— Penso che tu sia d’accordo sul fatto che vi sia un cambiamento climatico in atto.


«Beh, ovviamente si. Alla luce degli innumerevoli dati a disposizione da decenni e a livello mondiale è letteralmente impossibile negare l’evidenza. Ma anche volendo per un attimo mettere da parte i freddi numeri della scienza, direi che un qualunque uomo della strada di almeno 50 anni ed intellettualmente onesto non possa negare che le stagioni della sua infanzia fossero drasticamente diverse da quelle attuali…».


Immagine tratta dalla pagina facebook di Renato Watter che recita: “Così il 2020 fino ad oggi, a livello globale: escludendo Alaska e Cina occidentale, uniche aree regionali con anomalia termica negativa, il pianeta Terra si sta letteralmente arroventando”

— Al contrario, cosa ne pensi di coloro che lo negano?



Se vogliamo possiamo suddividere i negazionisti in due categorie: quelli che ammettono ultimamente che il riscaldamento globale sia effettivamente in atto, ma cercano in tutti i modi di negare o quantomeno attenuare la paternità antropica del problema (senza alcun fondamento scientifico, ovviamente), e quelli che ancora oggi si ostinano a dire, a fronte di ghiacciai alpini in ritirata ed una settimana a 40°C in Valpadana: “è estate, è normale che faccia caldo…” 



«Ecco, appunto. Qui si torna all’onestà intellettuale. Se vogliamo possiamo suddividere i negazionisti in due categorie: quelli che ammettono ultimamente che il riscaldamento globale sia effettivamente in atto, ma cercano in tutti i modi di negare o quantomeno attenuare la paternità antropica del problema (senza alcun fondamento scientifico, ovviamente), e quelli che ancora oggi si ostinano a dire, a fronte di ghiacciai alpini in ritirata ed una settimana a 40°C in Valpadana: “è estate, è normale che faccia caldo…”. È evidente, dal mio punto di vista, che più di un un secolo di cultura antropocentrica imperniata su capitalismo, consumismo, sull’estrazione delle risorse fossili come spina dorsale della società umana, abbia corrotto in modo indelebile la percezione che la maggior parte dell’umanità ha di sé stessa in rapporto al pianeta che ci ospita. Il concetto di “Gaia”, di biosfera, intesa come un sistema di cui noi siamo solo una parte, in equilibrio con il resto delle forme viventi (e anche con idrosfera, criosfera, litosfera e atmosfera) viene rimosso da ogni  piccola o grande azione quotidiana, individuale e collettiva. I negazionismi (climatico, ma non solo) sembrano essere quindi meccanismi di rimozione (in parte anche inconsci, per tanto sono sedimentati nel tempo) utili a legittimare il perpetuarsi del “business as usual”, la cui messa in discussione radicale minerebbe alle fondamenta l’economia e le sue relazioni, ma soprattutto il profitto privato, l’accumulo. In ogni caso, giunti nel terzo millennio, assisto attonito ai dibattiti che vengono ancora oggi inscenati di tanto in tanto nei talk show sul tema Climate Change, con l’immancabile presenza di un “negazionista” a contrastare il povero climatologo di turno invitato. Un po’ come se nel 2022 si organizzassero dibattiti o summit per discutere se la Terra è sferica o piatta».


— C’è chi sostiene che l’aumento delle temperature e la siccità sempre più marcata non seguano un processo lineare, ma vi siano degli scalini che segnano uno scatto in avanti. Tu concordi?


«Differenzierei l’aumento termico dall’andamento delle precipitazioni: nel primo caso, al di là delle fisiologiche oscillazioni interannuali “a dente di sega”, l’incremento della temperatura media globale risulta costante nel tempo, ma con una tendenza ad assumere un’accelerazione di tipo esponenziale negli ultimi due decenni, parallelamente a ciò che sta accadendo alla concentrazione della CO2 nell’aria. Vero è che alcuni singoli anni, come il 2003, sono evocati spesso come gli “interruttori” che segnano la precipitazione del processo di degrado climatico, per l’eccezionalità delle temperature “fuori-scala” raggiunte e sino a quel momento inedite. Su pioggia/siccità ci sono tendenze climatologiche meno consolidate rispetto alla quantità di pioggia annuale che mediamente cade in un determinato luogo, ma appare del tutto verosimile l’estremizzazione dei fenomeni legata alla maggiore energia messa in gioco dal Global Warming, che rende più probabili sia le piogge alluvionali concentrate in brevi periodi che, all’opposto, le lunghe fasi senza pioggia, come stiamo sperimentando in questo terribile 2022».



— Non credi che la mano pubblica a livello locale e nel suo piccolo potrebbe fare qualcosa per contenere il riscaldamento (penso se ha senso tagliare l’erba o sacrificare  aree verdi per cementificare) ed invece non fa nulla, anzi fa peggio?


«Assolutamente sì. Se sul fronte della “mitigazione” del Global Warming ci si deve mettere d’accordo tra tutti i paesi mondiali per cercare di abbattere le emissioni climalteranti, la strategia di adattamento alle mutate condizioni climatiche è appannaggio quasi esclusivo della politica nazionale e locale. Se ci riferiamo ad esempio al caso di una grande area metropolitana come quella in cui vivo, la pianificazione urbanistica potrebbe fare molto per contrastare gli eccessi dell’isola di calore cittadina adottando in modo diffuso,  sistematico e capillare opportune pavimentazioni termoriflettenti, riducendo le ridondanti superfici asfaltate, sostituendole con manto erboso (il cosiddetto “depaving”) ed aumentando l’ombreggiatura derivante da una diffusa copertura arborea, ma anche la gestione degli eventi piovosi più violenti e l’irrigazione dei parchi pubblici potrebbe essere affrontata in modo efficace con un sistema di accumulo in piccolissimi e numerosi bacini distrettuali delle acque piovane, rallentando l’immediato ruscellamento in fognatura e riutilizzando l’acqua superficiale accumulata, nelle fasi siccitose. Capisco però che nel contesto attuale italiano io stia parlando un linguaggio un po’ “lunare”,  sebbene siano soluzioni concettualmente anche semplici…».


— Aldilà della collusione, non credi ci sia un’ignoranza diffusa, fra i politici ma anche fra la gente?


«Certamente manca una diffusa cultura  climatica ed ambientale, ma a parte il fatto che affidarsi a consulenti ambientali per prendere decisioni non è un reato (parlo soprattutto per la classe politica), noto però che nella società contemporanea sia venuto definitivamente a mancare quell’innato “buon senso” che caratterizzava la cultura contadina del passato, più abituata al senso del limite imposto dalla Natura e che non dava per scontato tutto, tanto meno il superfluo, come invece è abituata a fare la società occidentale del terzo millennio, drogata da decenni di monocultura del consumo pret-a-porter».


— Tu non ti limiti a registrare dati, ma ti adoperi nel tuo piccolo per aiutare il verde cittadino. Me ne puoi parlare?»


«Già, è così. I dati del pluviometro quest’anno non mentono: da inizio anno su Torino sono caduti nei primi 7 mesi del 2022 circa 130 mm di pioggia, tra un quarto e un quinto  del normale, e si veniva già da una seconda metà del 2021 fortemente deficitaria. Conseguentemente il patrimonio arboreo torinese (tanto decantato, ma non sempre altrettanto accudito) risulta fortemente a rischio specialmente per le recenti piantumazioni, la cui sopravvivenza in un’estate così caratterizzata dal mix caldo estremo-siccità estrema, non è per nulla scontata. Ho perciò preso l’iniziativa, in modo del tutto autonomo e senza alcun coordinamento, armandomi di secchio e recandomi presso un parco pubblico, adottando 15-20  giovani piante in evidente stato di stress idrico. La meteorologia non mi ha dato una mano (i temporali sulla città quest’anno latitano e sono sempre molto fugaci e poco “produttivi”), ma qualche risultato lo sto ottenendo e riuscirò a far superare l’estate 2022 ad alcuni esemplari di giovane quercia e  tiglio. Tra l’altro in questa “mission impossible” credo di non essere da solo, ho notizia di altri singoli cittadini che si sono spontaneamente attivati in altri luoghi dell’area metropolitana. Una goccia nel mare, certo…»


— Come vedi il futuro?


Nel frattempo ci si imbatte ogni giorno nei “terrapiattisti del Clima”, quelli che “il clima è sempre cambiato”; solo quando sarà troppo tardi ci renderemo conto del tempo perduto dietro all’approccio economicistico dell’esistenza

«Devo essere sincero? Non vedo una risposta corale, rapida  ed efficace  né della classe dirigente (a prescindere dal colore politico), né dalla popolazione, nonostante la sensibilità delle giovani generazioni sia mediamente più elevata rispetto a quella della mia generazione o di quelle precedenti. Il tempo (quello cronologico) però scorre inesorabile e i dati in peggioramento del degrado climatico-ambientale sono noti, mentre gli effetti di tutto ciò sono sotto gli occhi di tutti. Mentre i ghiacciai fondono, rovinano a fondovalle o si estinguono, mentre l’approvvigionamento stesso dell’acqua in zone prima insospettabili viene messo in discussione, al di là delle enunciazioni di facciata i buoni propositi non trovano un corrispettivo nelle azioni concrete dall’alto (ad esempio le resistenze che in Italia ostacolano una vera transizione energetica o la mancanza di una severa legge sul consumo del suolo) e nemmeno dal “basso”, con i comportamenti individuali che stentano a mutare. Nel frattempo ci si imbatte ogni giorno nei “terrapiattisti del Clima”, quelli che “il clima è sempre cambiato, d’estate è normale che faccia caldo, ecc. ecc.”. Personalmente ho adottato uno stile di vita sobrio, coerente con quello che è il mio pensiero, ma osservo come la mia visione sia del tutto marginale e iperminoritaria. La mia sensazione è che arriveremo fino ai margini del baratro e solo quando sarà troppo tardi ci renderemo conto del tempo perduto dietro all’approccio economicistico dell’esistenza».


Lo scrittore Nicola Lagioia

— “Quella del 2022 non è l’estate più calda che abbiamo mai affrontato, ma la più mite tra quelle che ci restano da vivere”. Non un ambientalista, ma Nicola Lagioia. Quindi tu concordi?


«Ovviamente le dinamiche del sistema climatico presentano delle normali oscillazioni tra un anno e l’altro che potrebbero ancora occasionalmente produrre in futuro situazioni temporanee e circoscritte di anomalie termiche negative su scala regionale/continentale ma, stante l’assenza di misure drastiche ed immediate per il contenimento delle emissioni, la strada verso l’ulteriore riscaldamento di atmosfera e superficie terrestre appare  inesorabilmente tracciata, resta solo da capire di quanti gradi e in quanti anni.


«Fatta questa premessa in qualche modo necessaria, anche per disinnescare preventivamente le classiche obiezioni negazionistiche, al netto dell’efficace sintesi semplificativa di Nicola Lagioia, concordo sostanzialmente sul significato profondo (e tragico) della sua frase. A maggior ragione concordo con Nicola Lagioia se consideriamo che ci sono luoghi del pianeta che nel lungo periodo tendono a riscaldarsi ancora di più della già rovente media globale (i cosiddetti “hotspot climatici”) e la regione alpina, insieme all’area del Mediterraneo, sono proprio tra questi luoghi della Terra. Per i prossimi decenni il “worst case scenario” modellizzato per la Valpadana ci porta dritti verso estati che ora sono considerate normali in Pakistan, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di vivibilità e sostentamento per i 20 milioni di abitanti…».


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